Corato (arco Ripoli, palazzo De Mattis)

CENNI STORICI

Nel 1922, anno in cui la falda freatica raggiunse il più alto livello, crollarono, o furono in seguito abbattute a causa dei gravi danni subiti, importanti edifici situati in Piazza di Vagno come il Palazzo della Noya o la Chiesa del Monte di Pietà. Di questo disastro il centro antico di Corato risente le conseguenze ancora oggi: un po’ ovunque si possono vedere costruzioni pericolanti, edifici abbandonati e invasi dalle erbacce. In questo generale stato di abbandono sorprende la sopravvivenza quasi miracolosa di alcune testimonianze architettoniche del passato come, per esempio alcuni archi che fungono da collegamento tra un edificio e l’altro svolgendo la funzione, a volte, di vera e propria “corte”. Uno di questi è l’Arco Ripoli oltrepassando il quale, sulla sinistra, in alto, è possibile ammirare una bella bifora trilobata del primo ‘400 caratterizzata da una decorazione a piccole bugne a punta di diamante che riprende il motivo del rivestimento in pietra del Palazzo de Mattis in via Roma, già ispirato al più famoso Palazzo dei Diamanti di Ferrara. La collocazione originaria della bifora è diversa da quella in cui oggi è possibile ammirarla: si tratta probabilmente di un reperto, poi riutilizzato, proveniente dal castello di Corato, castello che ospitò per circa un mese anche il re Carlo d’Angiò. La bifora, assieme ad altri lacerti sparsi un po’ ovunque nel centro storico, fornisce una testimonianza importante per ricostruire il volto della città tra la fine del ‘400 e la fine del ‘500.

L’edificio che il Molinini dice eretto da Martius Patroni nel 1579, successivamente passato ai Patroni Griffi, è ora noto come Palazzo de Mattis. Planimetricamente si tratta di un edificio a pianta rettangolare occupante un intero isolato del nucleo antico di Corato ed in particolare del lotto all’intersezione fra gli assi Via Roma e l’omonima Via de Mattis. Il valore architettonico dell’edificio lo si deduce dal tipo di bugnato utilizzato ai piani alti. L’edificio noto anche come “u palazz de re pète pezzate” presenta al di sopra della cornice marcadavanzale un piano nobile totalmente rivestito con Bugne a punta di diamante probabilmente di fattura e derivazione Ferrarese. Ciò lo si deduce dalla presenza di dimostrati rapporti culturali intrattenuti nel 500 fra Ferrara e la terra di Bari, e nello specifico attraversa la figura di Lucrezia Borgia. Lo stesso tipo di decorazione ritorna nelle tredici bugne assai più sporgenti che incorniciano e gerarchizzano il portale d’accesso; nelle diciotto dimensionalmente più raffinate che incorniciano le singole finestre ed infine negli elementi a punta che scandiscono il basamento lungo la via Roma. Tipologie decorative simili sono rintracciabili a Corato in un edificio sulla via Santa Caterina oltre che nel distrutto Palazzo Ducale, oltre che in alcuni edifici biscegliesi. Nello specifico il prototipo base dovrebbe essere costituito dal Palazzo dei diamanti a Ferrara opera di Biagio Rossetti. Sul piano nobile, allo spigolo fra via Roma e via de Mattis campeggia lo stemma patronale della famiglia Patroni Griffi, altre volte presente negli edifici coratini. Lo stemma in questione presenta una divisione netta in due parti, l’una per i Patroni e l’altra per i Griffi, con due simboli differenti, da un lato una mano sorregge un’ancora, dall’altra un grifone. L’effetto visivo attuale è traviato rispetto a quella che doveva essere la vista post edificazione. Le bugne erano tutte bianche e non rosacee, come appare attualmente, ed inoltre la precisa stereotomia ed il combinarsi delle stesse, dimensionalmente diverse, garantiva apprezzabilissimi effetti chiaroscurali e giochi di luce ed ombra sapientemente studiati dall’architetto progettista.

Bibliografia e Sitografia

https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1600334560

https://coratolive.it/

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XV sec.

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