Melfi (castello)

CENNI STORICI

L'origine del castello di Melfi risale alla fine XI secolo ad opera dei normanni, sorto in posizione strategica che funge da punto di passaggio tra Campania e Puglia. Il suo collocamento era indispensabile per difendersi dagli attacchi esterni e come rifugio per gli alleati. La struttura fu luogo di avvenimenti "storici" durante l'era normanna.

La storia del castello

Città “moult fort” viene definita Melfi da Amato di Montecassino, l’autore della Historia Normannorum (1075-1080). Posta in posizione strategica alla convergenza delle strade provenienti da Puglia, Calabria e Campania, la “cité la plus superlative de toute la conté” doveva risultare imprendibile per i nemici e solido rifugio per gli alleati. Fu qui che nel 1041 i Bizantini insediarono cinquecento milites normanni, col seguito di servientes e pedites: erano i mercenari reduci dalle operazioni militari condotte contro i musulmani siciliani. Fu da qui che i Normanni partirono alla conquista del Meridione, con l’accordo del 1042 per la spartizione dei domini fra dodici signori transalpini. E fu ancora qui che nel 1059 papa Niccolò II conferì a Roberto il Guiscardo il titolo di duca di Puglia e Calabria: Melfi, la “principal cité”, che per la gente d’Oltralpe era stata sin dall’inizio un luogo “commune a touz”, rappresentava ormai il centro propulsore della dominazione normanna. Ecco perché, anello di congiunzione fra gli interessi della Chiesa e dei Normanni, poté accogliere diversi altri concili papali: nel 1067 con Alessandro II, che diede udienza a Gisulfo di Salerno e agli Altavilla; nel 1089 con Urbano II, che vi bandì la prima crociata; e nel 1101 con Pasquale II, fautore di un’assise dei conti normanni. In più, sempre a Melfi, nella dieta del 1129 Ruggero II volle annunciare la costituzione del Regnum Siciliae.

Probabilmente, però, ancora alla fine dell’XI secolo la piazzaforte lucana era priva di una struttura castellare completa: l’edificazione del castello sembrerebbe definirsi piuttosto nel XII secolo, con la creazione di una robusta costruzione quadrangolare su un poggio dominante l’abitato. All’impianto originario si aggiunse poi l’opera di ristrutturazione predisposta da Federico II nel 1221: l’imperatore adibì il castrum a tesoreria regia ma anche a prigione, visto che il saraceno Othman di Lucera vi fu incarcerato e dovette pagare 50 once d’oro per riacquistare la libertà. Ma il castello di Melfi era pure il simbolo del potere imperiale, e dentro le sue mura vennero pertanto partorite nel 1231 le famose Constitutiones Melfitanae, il corpus legislativo federiciano elaborato da Pier delle Vigne in collaborazione con Jacopo da Capua e altri funzionari di corte. Con l’avvento degli Angioini, la fortezza andò incontro a ulteriori ampliamenti: sotto la direzione del magister Riccardo da Foggia (che verrà successivamente affiancato da Jean de Toul e dall’architetto regio Pierre d’Angicourt), nel febbraio del 1277 partirono degli intensi lavori di rifacimento portati avanti per parecchi anni da una corposa maestranza. Mentre fervevano i restauri, nel 1284 il castello fu scelto come residenza da Maria, consorte del principe Carlo. Col trascorrere dei secoli, il possente maniero passò di mano in mano agli Acciaiuoli (fra il 1346 e il 1392), ai Marzano (fino al 1416), ai Caracciolo (nel XV secolo) e infine ai Doria, che fra il XVI e il XVIII secolo lo trasformarono in palazzo baronale, detenendone il possesso fino al 1950. Oggi l’edificio appartiene al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, e ospita in tre sale il Museo Archeologico Nazionale del Melfese. Inoltre, nella cosiddetta “Torre dell’orologio” è conservato il celebre sarcofago marmoreo di Rapolla, un elegante esemplare scultoreo di scuola micrasiatica del II secolo d.C.

     
La struttura del castello

Frutto di diversi rimaneggiamenti, il castello di Melfi si presenta attualmente come una specie di cittadella fortificata sopra un colle, ai cui piedi si distende il resto del paese. La posizione decentrata della grande fortezza è tipica dell’incastellamento normanno nel Sud Italia: la dislocazione dell’hospitium o palatium dei Normanni ai bordi della città consentiva in effetti l’espletamento delle funzioni amministrative e residenziali ai detentori del potere politico. Gravando con la sua mole sul borgo sottostante, il castello costituiva un efficace strumento di costrizione, anche psicologica, sulla popolazione locale, rimarcando nettamente l’opposizione rispetto al restante nucleo urbano, a sua volta imperniato sulla cattedrale, emblema del potere ecclesiastico. In seguito, con l’istituzione del Regnum Siciliae da parte di Ruggero II i castelli divennero lo strumento per garantire alla monarchia non solo un apparato militare efficiente e organico, ma anche il controllo politico sulle forze centrifughe interne, nonché sui settori e i ceti produttori di ricchezza.

Un simile ruolo venne rivestito dalla rocca di Melfi anche con gli Svevi: nello Statutum de reparatione castrorum del 1241-1246, il castello lucano viene annoverato fra i castra (e non fra le domus) federiciani. Sotto il profilo architettonico il castello di Melfi non appare come un complesso unitario e armonioso, bensì come una possente fortificazione nata dalle progressive stratificazioni strutturali. Il suo primitivo impianto normanno, a pianta rettangolare, possedeva agli angoli quattro torrioni quadrati, tre dei quali sono tuttora riconoscibili. Nel corso del tempo, intorno a questo nucleo centrale sono stati variamente disposti cortili e corpi di fabbrica che hanno dato forma a un imponente sistema difensivo, composto da uno spalto, da un fossato su tre lati e da una cinta fortificata da dieci torri quadrangolari e poligonali. L’odierna veste del castello melfese mostra soprattutto la facies protoangioina e quella dei primi del Cinquecento, con i relativi ambienti palaziali che comunque non hanno sottratto nulla all’aspetto massiccio e imponente del monumento.

Bibliografia e Sitografia

G. Lenzi, Il castello di Melfi e la sua costruzione. Note ed appunti, Roma-Amatrice 1935; F. Gandolfo, Pietre sacre, pietre profane, in La cultura nei secoli normanno-svevi, Milano 1983, pp. 56-94; P. Delogu, I Normanni in Italia. Cronache della conquista e del regno, Napoli 1984; R. Licinio, Castelli medievali. Puglia e Basilicata: dai Normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, , II ediz. Bari 2010; L. Santoro, Castelli nell’Italia meridionale, in I Normanni - Popolo d’Europa, Venezia 1994, p. 212.

Articoli di approfondimento

CITTÀ

PROVINCIA

REGIONE

EPOCA

XIII sec.

STATO DI CONSERVAZIONE

Buono

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