Bello ed interessante il pregevole volume curato da Gaetano Cristino, noto critico d’arte, dal titolo Corrado Terracciano: la scultura come sfida e come destino (pp. 143, ill. b/n e colori, Foggia 2008), edito da Claudio Grenzi Editore.
Il libro si avvale dei contributi di personaggi appartenenti al mondo dell’arte e della cultura, viventi e non, come Marziano Bernardi, Mario Corfiati, Dario Damato, Giulia de Leo Catalano, Franco Fano, Pasquale Guaragnella, Luciano Luisi, Leon Marino, Émile Marzé, Lia Masi, oltre al curatore dell’opera, tutti in qualche modo legati alla vita del Maestro sia nel capo artistico che nel vissuto quotidiano.
Ognuno di loro racconta in modo personale la propria esperienza con il Maestro facendo emergere le varie sfaccettature dell’artista e dell’uomo, come si evince dalle sue opere.
«Caro Corraado, questa monografia sarebbe monca senza la tua voce […]», così introduce il suo saggio intitolato Intervista il critico d’arte Mario Corfiati, in cui sono contenuti interessanti quesiti rivolti al Maestro, del quale è amico, raccontando la sua spiritualità proiettata nell’arte.
Circa il tratto umano del Maestro Terracciano, possiamo di certo affermare che il volume pone in luce, proprio grazie ai contributi degli amici chiamati in causa, varie situazioni in cui il Maestro si distingue per la sua simpatia e la sua gioia di vivere.
Tra i tanti ci piace riportare quanto affermato dal prof. Pasquale Guaragnella, docente universitario ed amico del Maestro, il quale racconta che spesso, durante le sue frequentazioni, il Maestro lo coinvolgeva narrando gli episodi di cui era stato protagonista che a volte avevano dell’incredibile. Così una volta gli raccontò un episodio di cui era stato “attore”, davvero singolare al punto da suscitare l’incredulità di chi lo ascoltava. Una scena che avrebbe potuto ispirare uno dei registi degli anni della Dolce vita o del più recente periodo in cui fu girato il film Amici miei.
Un giorno in autostrada Corrado Terracciano stava guidando la sua auto; ad un certo punto sulla strada incontrò un camionista che non gli aveva voluto dare spazio. Appena superato il camion, il Maestro lo salutò con l’inequivocabile gesto usato dagli automobilisti inalberati: un bel paio di corna.
Poi, proseguendo il suo viaggio e dimenticandosi dell’accaduto, fece sosta poco dopo presso un autogrill e lì dopo aver parcheggiato la sua auto si diresse al bar per sorbire un caffè. Subito però, proprio in quello stesso autogrill, parcheggiò il suo mezzo anche il camionista insultato che, riconosciuta l’automobile, entrò nel bar e con sguardo minaccioso, a voce alta, chiese a chi appartenesse l’auto in sosta specificandone il tipo e la targa.
Ovviamente nessuno, e men che meno il Maestro, si fece avanti vantandone il possesso. Il camionista allora si recò vicino all’autovettura aspettando minaccioso l’arrivo dell’automobilista. Il Maestro, notata la cosa, gli si avvicinò e, spacciandosi per un ufficiale dei carabinieri, lo convinse ad entrare nel bar perché avrebbe atteso lui il proprietario dell’auto in modo tale da elevargli una bella multa.
Il camionista, convinto, si allontanò seguendo il consiglio del sedicente carabiniere. A questo punto il nostro protagonista salì sulla sua autovettura e, anziché andarsene silenziosamente, come avrebbe fatto chiunque al suo posto, avviò l’automezzo e lo posizionò proprio davanti all’ingresso del bar; subito dopo, con un colpo insistente di clacson, richiamò l’attenzione del camionista che stava sorbendo la sua consumazione, attese che uscisse dal bar e, con naturalezza, gli ripetè il saluto con le corna sgommando immediatamente tra le proteste dello sventurato autista.
Questo racconto evidenzia lo spirito goliardico del Maestro che, come tutti gli artisti, affronta la vita con eccentrica ironia.
Circa la vita professionale, Gaetano Cristino nel saggio La sculturacome sfida e come destino,che dà anche il titolo al volume, evidenzia nell’ampia carrellata di opere, commentate con la chiarezza di chi è abituato a comunicare con un linguaggio ecumenico e coinvolgente tale da incuriosire anche il più profano dei lettori, l’arte di Corrado Terracciano che si fonde con la sua personalità e la spiritualità.
Emergenti in sculture come: Deposizione. Non fu solo Giuda a tradirlo, Callipigia. Fanciulla prostrata in preghiera, L’eterno soffio di Dio. La vita oltre la vita, Un dono di Dio. Estasi, solo per citarne alcune.
Nell’opera Pilato non è morto, inoltre, traluce la plasticità della sofferenza umana che suscita a primo acchito disgusto e pietà: il bambino del Biafra, magro, monco, sofferente, con lo sguardo implorante ma dignitoso sembra domandarsi il perché di tanta sofferenza. Ma c’è un discorso molto più profondo che l’artista evidenzia in quell’opera, un discorso che va oltre le semplici esigenze di vita, un discorso che induce il pubblico a domandarsi il perché della sofferenza umana.
Così come ne L’eterno soffio di Dio. La vita oltre la vita, l’artista immortala l’effige della bella moglie Laura, sua compagna e sostenitrice, che spirata torna serena alla casa del Padre mentre, tramite il lungo collo, sottilissimo, si libra in volo con la certezza della resurrezione. Il volto esprime la serenità di chi ha avuto una vita felice e tranquilla.
Nell’opera Callipigia. Fanciulla prostrata in preghiara, l’artista pone in essere il ciclo della vita che se è in continua evoluzione da un lato – secondo Gaetano Cristino – con l’evocazione di Venere rappresentata con il corpo sinuoso in cui sono messi in evidenza i glutei, dall’altro lato la ragazza della scultura è prostrata in disperata preghiera, mentre l’assenza della testa può significare che la mente ed il corpo sono un unico insieme.
Tuttavia non è solo la spiritualità il tema affrontato dal maestro. Anche il mondo sociale ed istituzionale viene “preso in esame”.
A nostro avviso, più di tutte, l’opera maggiormente significativa in tal senso è senz’altro Uomini di potere. Molti ma non tutti.In questa scultura, infatti, che rappresenta una sequenza armoniosa di falli in erezione con relativi attributi, – secondo Cristino – il Maestro pone in evidenza il suo concetto del “potere”, specificando che molti uomini di potere sono pieni di presunzione e di superbia, ne sono talmente pieni da essere paragonati ai falli in erezione altrettanto pieni di niente se non di arroganza, tracotanza e quanto altro.
Ci sentiamo di condividere in pieno questa interpretazione, ma in più, possiamo aggiungere che questa opera sarà sempre attuale, in quanto il potere, come si sa, è sorretto da uomini quasi mai umili. Da uomini piccoli nell’intelletto come nei modi, uomini, appunto, senza testa, pieni di niente, proprio come dei falli. Ma non tutti sono così. Tra i tanti, pochi si distinguono per l’umiltà e l’onestà. In realtà vi sono dei valori nella vita che nessun titolo e nessuna condizione sociale possono dare se non sono già esistenti nell’animo umano.
In buona sostanza Gaetano Cristino in questo volume ha saputo evidenziare le peculiarità dell’Artista e dell’uomo nella sua poliedrica genialità.
Un’ampia carrellata sulle opere di Corrado Terraciano e le schede sulle sue principali mostre, infine, completano il volume che resta sicuramente un libro divertente ed utile per la quantità di notizie fornite che lo rendono indispensabile per chiunque voglia conoscere questo eccentrico e simpatico artista.
La riapertura delle sezioni del Museo Civico di Foggia, arricchite di nuovi reperti, offre ai visitatori l’opportunità di conoscere aspetti interessanti sulla storia della Daunia dalla Preistoria fino ai nostri giorni.
La novità assoluta per il Museo è rappresentata dall’apertura del Lapidario che arricchisce la cultura della città di nuove testimonianze indispensabili per la conoscenza dei percorsi storici.
Un’inedita e quanto mai utile esposizione, curata egregiamente fin nei particolari dal dott. Francesco Picca storico dell’Arte dello stesso Museo, invita gli studiosi locali ed i cultori della storia ad individuare tali reperti, ed a collocarli nei relativi periodi storici restituendo loro una propria identità che diversamente non avrebbero.
È questo il caso di due splendidi esemplari.
Il primo è rappresentato da un’epigrafe esposta in una delle sale di questa nuova sezione del Museo, rinvenuta sul verso di un pluteo risalente al VI secolo d. C. quest’ultimo quale elemento architettonico parte di una basilica paleocristiana. L’epigrafe commemora l’edificazione e la relativa dotazione della chiesa della SS. Annunziata di Foggia che, sorta come cappella dell’omonima Confraternita nel XV secolo, nel 1665 fu concessa alle Clarisse che vivevano nell’attiguo monastero. Fu poi demolita e fatta ricostruire nel 1690 per merito di mons. Antonio de’Sangro, vescovo di Troia.
Tale elemento marmoreo, studiato da Giuliana Massimo durante la catalogazione dei reperti custoditi nei depositi del Museo, rappresenta una sorta di unicum per la storia della città, non solo per il recto ma anche per il verso dello stesso, in quest’ultimo caso quale testimonianza della presenza dell’aristocrazia napoletana in Capitanata e recita:
D[EO] O[PTIMO] M[AXIMO]
TEMLU[M] HOC MONIALIU[M] S[ANCTAE] CLARAE D[ive o ivinae(?)] ANNUNCIAT[AE] DICATUM ANT[ONIUS] CL[ERICUS] REG[ULARIS] EP[ISCOP]USTROIANUS EX C[omitibus (?)] MARSOR[UM] MARCHION[IB]US S[ANCTI] LUCIDI D[OMI]NI D[e] SANGRO, ET ALVINAE EX DIIS PENATI[BUS]… [Frangi]PANORU[M] FAMILIA DE TOLF[a] D[OMINI] [L]UTII FILIUS PROPRIIS SU[M]PTIB[US] A FU[N]DAME[N]TIS EREX[it] [or]NAVIT DOTAVIT AN[N]O SUI PRESULATUS XV IN[DITION]IS
Il secondo reperto è rappresentato dal blasone adottato da mons. de’Sangro nei primi anni del suo ministero. Si tratta di un rarissimo esemplare in pietra, probabilmente proveniente dalla chiesa Collegiata e collocato, forse, su una delle pareti della stessa chiesa in occasione di alcuni interventi di restauro fatti eseguire dal vescovo, ma se ne ignora l’anno preciso.
Tale esemplare, miracolosamente recuperato, era depositato nel Museo tra i reperti da catalogare. Anche dopo la sua catalogazione e relativa sistemazione nel Lapidario era rimasto privo di attribuzione fino quando è stato riconosciuto da chi scrive in occasione di una recente visita presso la sezione lapidea.
Lo stemma di Antonio de’ Sangro.
Questo pezzo unico, uno scudo partito, riporta a destra i colori di casa di Sangro: di oro a tre bande di azzurro ed a sinistra quelli della famiglia Frangipane della Tolfa: di azzurro alla torre d’argento.
La rarità di questo reperto è dovuta al fatto che il vescovo lo utilizzò quasi certamente per un periodo limitato del suo ministero.
Resta, pertanto, un blasone ignoto ai più, in quanto sia nella letteratura specialistica (Cronotassi ecc.), sia nelle testimonianze riscontrabili attraverso i manufatti nei vari interventi di restauro fatti eseguire dal vescovo, specie nell’ultimo periodo del suo ministero, presso la chiesa Collegiata di Foggia e la Cattedrale di Troia.
Appare sempre la seconda arme utilizzata da mons. de’Sangro, composta di uno scudo a tutto campo con i soli colori di casa de’Sangro, così come si può notare nei bassorilievi a stucco scolpiti sulle lesene ai lati del Paliotto di tre dei cinque altari minori presenti nella stessa chiesa dell’Annunziata, nonché dal portale della Cattedrale di Troia.
L’attuale difficoltà di poter accedere agli archivi diocesano e capitolare di Troia non ci ha dato la possibilità di riscontrare con prove tangibili quanto da noi fin qui asserito. Ci riserviamo, pertanto, di essere più precisi dopo aver avuto l’opportunità di accesso agli archivi.
A questo punto ci sembra utile tratteggiare, brevemente, la figura di questo personaggio protagonista della scoperta. Monsignor de’Sangro discendeva da un’illustre casata di stirpe longobarda cui furono assegnati possedimenti nei territori di Roccasecca, Rocca Tre Monti, Rocca Cinquemiglia, Alfedena, Barrea e Castel di Sangro. Per tale ragione i membri della famiglia furono decorati del titolo di conti dei Marsi.
Antonio, appartenuto alla linea dei baroni di Casignano e dei marchesi di San Lucido, era il settimo figlio di Luzio, marchese di San Lucido, ed Alivina Frangipane della Tolfa dei conti di Serino.
Nacque a Napoli nel 1629; seguendo le regole imposte dal Maggiorasco intraprese la carriera ecclesiastica entrando nell’Ordine del Chierici Regolari Teatini; divenne professore di Teologia Sacra e per le sue virtù fu ordinato vescovo di Troia il 16 dicembre 1675 e fu consacrato il 26 gennaio 1676. Il 19 luglio 1682 tenne un Sinodo per regolare i costumi del clero e del popolo.
Nel 1693 partecipò al Sinodo Beneventano celebrato dall’arcivescovo mons. Orsini con il quale collaborò per fissare le norme di disciplina ecclesiastiche.
Morì a Foggia il 24 gennaio 1694 ed ivi fu sepolto nella chiesa Collegiata.
Tale scoperta è senz’altro un motivo in più per essere stimolati a visitare il Museo Civico di Foggia, da sempre culla della cultura e della storia delle nostre radici.
Le famiglie nobili del Regno di Napoli [1], formate quasi tutte nel Medioevo, si sono affermate nella capitale distinguendosi nelle alte cariche amministrative loro conferite durante la costituzione dei Seggi.
Questi ultimi, sin da tempi remoti, rappresentavano delle vere e proprie istituzioni politiche; il far parte dei Seggi era importante, in quanto la carica di Cavaliere di Seggio era la denominazione usuale del patriziato che risuonava accompagnata da ammirazione e riverenza.
A Napoli i Seggi maggiori furono inizialmente due: quello del Nido e quello di Capuana, dove fioriva maggiormente l’elemento cavalleresco. Passati successivamente a sei, nei quali erano incorporati ventitré minori, i seggi presero il nome dal luogo delle loro sedi distinguendosi in: Capuana, Nido o Nilo, Forcella, Montagna, Porto e Portanova. Più tardi, durante il regno degli Angioini, i seggi minori furono soppressi e quello di Forcella fu incorporato in quello di Montagna; questo perché a Napoli, ormai capitale, un sistema amministrativo così decentrato, attraverso i seggi e sottoseggi, era incompatibile con l’assolutismo regio.
Ai cinque seggi dei nobili vi si aggiunse alla fine del Quattrocento, quello del Popolo che, soppresso da Alfonso d’Aragona, fu ripristinato da Carlo VIII.
Gli eletti dei sedili nel proprio seno, uno per ogni seggio e due per quello di Montagna, formavano insieme a quello del Popolo la Magistratura del Tribunale di Santa Chiara che provvedeva all’amministrazione cittadina attraverso le deputazioni paragonabili ad assessorati ante litteram.
I ben noti avvenimenti politici che qui si tralasciano volutamente, fecero sì che i sovrani succeduti nei secoli apportassero cambiamenti radicali nel Regno e, quando fu la volta di Ferdinando IV, questi fu indotto a sopprimere i Sedili nel 1800 a causa del dilagare delle idee giacobine che videro annoverati tra i cospiratori contro lo Stato alcuni nobili che fino ad allora avevano goduto della piena fiducia del sovrano.
Così la nobiltà fu privata della propria identità culturale: i seggi furono incorporati al demanio, e ridotti in case e botteghe.
Ai nobili rimasti fedeli furono riconosciuti i loro diritti e furono iscritti nel libro d’Oro della Nobiltà Napoletana. Tra questi nobili, se pure con qualche riserva per alcuni membri condannati a morte durante la repubblica partenopea, figurano anche i Pignatelli dei quali, per ragioni commerciali, una linea si stabilì in Capitanata acquisendo il titolo di baroni di Cerignola e duchi di Bisaccia.
Secondo alcuni storici la famiglia ha origini longobarde e deriva dai duchi di Benevento; essa trova il suo capostipite in Landolfo che, combattendo in Oriente per Re Ruggiero, uscì dall’assalto del palazzo imperiale di Costantinopoli con tre vasi d’argento anneriti dal fumo infilzati nella picca.
Altri fanno risalire le origini della casata a Gisulfo, comandante di alcune navi del re normanno, il quale avrebbe riportato una vittoria contro i Greci presso Negroponte, lasciando sui nemici del materiale incandescente racchiuso in pignatte, e da qui l’origine del cognome.
Con certezza si può affermare che nel 1102 un Lucio Pignatelli fu Contestabile della Repubblica Napoletana, e che le diramazioni della famiglia Pignatelli sono molto articolate, tuttavia nella loro complessità si individua un Riccardo, vivente nel 1250 dal quale discese Tommaso, Governatore di Atri nel 1431, il quale ebbe tra i tanti, tre figli che si distinsero per le loro gesta: Stefano, Carlo e Palamede [2].
Da Stefano nascerà Cesare e da questi Alessandro, che generò i Signori di Orta, nei pressi di Aversa e Turrito, nonché i marchesi di Casalnuovo ed i Principi di Monteroduni, i duchi di San Marco, i conti di Melissa, i duchi di Tolve e di Alliste.
Dal fratello di Alessandro, Giovanni Battista, discesero i principi di Strongoli e dal fratello Annibale i duchi di Montecalvo.
Da Carlo, figlio di Tommaso, nacque Ettore, che originò i duchi di Monteleone, e i conti di Borrello il cui ramo si estinse nel 1664 con Geronima, che sposò il cugino Fabrizio Pignatelli, marchese di Cerchiara e principe di Noja, trasmettendo a quest’ultimo i suoi titoli.
Il titolo di duca di Monteleone fu riconosciuto nel 1851 ai maschi più prossimi cioè ai marchesi di Casalnuovo.
Da Palamede, quartogenito di Tommaso, discese la linea dei principi Pignatelli Aragona Cortés, duchi di Terranova principi di Noja, quella dei principi di Strongoli, quella dei Pignatelli – Fuentes e quella dei principi di Cerchiara, fu inoltre progenitore dei marchesi di Spinazzola, principi di Minervino, principi di Moliterno e di Marsiconovo, duchi di Bisaccia e baroni di Cerignola, marchesi di Lauro, conti di San Valentino, conti di Montagano.
I Pignatelli furono Signori di Caserta dal 1269, e godettero di nobiltà in Sicilia e a Napoli dove furono ascritti ai Seggi del Nilo e di Capuana, nonché ad Aversa, Benevento, Bari, Venezia, Roma ed in altre città.
Nel 1420 vestirono l’abito di Malta ed ottennero il Grandato di Spagna, l’Ordine del Toson d’Oro ed il titolo del S.R.I.
Nelle chiese napoletane restano tracce dell’edilizia funebre della famiglia: in S. Domenico Maggiore, nel Duomo, nella chiesa della Trinità dei Pellegrini, dei SS. Apostoli, come in chiese di Roma, Palermo, Bari.
Tra i feudi quello di Castelvetere, Falciano, Ferrandino, Maddaloni, Macchia, Santangelo, Monteroduni, Noja, Strongoli con i titoli di principi, duchi, marchesi e conti.
Fu imparentata con famiglie illustri quali gli Acquaviva, gli Aragona, i d’Avalos, i Doria, i Filangieri, i Filomarino, i di Sangro, i di Somma, gli Spinelli, i della Leonessa.
La casata vanta personaggi di rilievo quali il citato Lucio (1102); Rodolfo, consigliere di Guglielmo il Normanno; Gualtiero, finanziatore di parte della crociata di Guglielmo il Buono; Giovanni, maestro dei Cavalieri Templari; Bartolomeo, prima militante per l’imperatore Corrado e dedicatosi poi alla Chiesa, arcivescovo di Cosenza. Inviato del Papa in Francia quale Ambasciatore a Carlo d’Angiò, egli stesso lo accompagnò a Napoli, dove un altro Pignatelli, Pietro, ne offrì le chiavi e prestò, in rappresentanza della città, il giuramento di fedeltà al nuovo sovrano.
Molti dei Pignatrelli si distinsero in campo militare, come Angelo che fu Capitano di Carlo III di Durazzo, che fatto prigioniero nella battaglia di Benevento si guadagnò la stima del d’Angiò per la sua fedeltà alla causa.
Marino fu familiare di Re Ladislao, governatore in Basilicata e Maestro Razionale della Gran Corte della Vicaria. Antonio, nel 1450, restaurò la chiesa di S. Maria de’ Pignatelli, dove ebbe sede il Seggio del Nilo.
Giacomo fu Capitano, Giustiziere di Basilicata e Ambasciatore in Turchia per Federico d’Aragona. Fu inoltre tra i rappresentanti della città nel giuramento di obbedienza a Ferdinando il Cattolico.
Ettore Pignatelli comprò la terra di Monteleone sulla quale ottenne dal re Ferdinando il Cattolico, per i suoi servigi, il titolo di conte; combattendo valorosamente contro i francesi che avevano occupato il Regno di Napoli, fu catturato dal visconte di Lautrec che lo inviò prigioniero in Francia. Si narra che a Parigi avesse ricevuto la visita di San Francesco di Paola, che si trovava lì per assistere il Re Luigi XII che era infermo. Il Santo si adoperò per farlo liberare e gli predisse quanto poi avvenne, cioè che una volta tornato a Napoli, l’imperatore Carlo V l’avrebbe nominato viceré dal 1516 al 1535 e capitano generale in Sicilia conferendogli il titolo di duca di Monteleone.
Ettore fu anche Ambasciatore in Spagna nelle trattative per il matrimonio tra il primogenito di Federico d’Aragona e la figlia di Ferdinando il Cattolico.
Riportata la calma nella Sicilia agitata dai tumulti, Ettore fondò a Palermo due conventi, uno di monache ed uno di frati dell’Ordine di S. Francesco di Paola.
Istituì inoltre una compagnia di Cavalieri per l’assistenza degli infermi dell’Ospedale di S. Bartolomeo ed un convento di domenicani in Rosarno, nonché in Monteleone un monastero di francescani, cui donò dodici statue di alabastro raffiguranti i dodici apostoli e due campane in bronzo prese a Rodi. Oltre al ducato di Monteleone, ebbe il titolo di Grande di Spagna, di Cavaliere del Toson d’Oro.
Fabrizio, morto nel 1577, Priore di Sant’Eufemia dell’Ordine gerosolimitano, luogotenente e vice reggente di tutti i Priorati del Regno, combatté contro i francesi nel 1528 e liberò dai Turchi la Calabria.
Nel 1562 fu inviato dal viceré duca d’Alcalà contro le scorrerie dei briganti, dei quali in breve tempo sgominò la ramificata organizzazione. A Napoli fondò un ospedale per i Pellegrini di passaggio nella città, con relativa chiesa, nel luogo “dove era sita una sua casa di delizie con un giardino” il luogo era chiamato Biancomangiare e si estendeva fino al largo Mercatello, tra la piazza del Gesù e quella della Pignasecca.
Il nipote Camillo, duca di Monteleone, ingrandì l’Ospedale e l’affidò alle cure di una congrega detta dei Pellegrini.
Ancora un Ettore, duca di Monteleone (1572-1622), Gran Contestabile e Grande Ammiraglio del Regno di Sicilia, Grande di Spagna e Cavaliere del Toson d’Oro, Viceré di Barcellona, contribuì a cacciare i Mori da Valenza (1609). Per le sue pregiate opere fu definito “l’Occulto Accademico” e fu chiamato consanguineo di Filippo III di Spagna. Fu inoltre, aio della figlia del Re, Anna d’Austria, che accompagnò sposa in Francia a Luigi XIII.
Giulio Pignatelli, si dedicò ad opere caritatevoli ed assistenziali e fondò a Terranova un convento di Frati di S. Francesco ed a Cerchiara un Albergo di Pellegrini.
Fabrizio, quinto duca di Monteleone, marito di Geronima, fu Grande di Spagna, fu insignito di molti altri titoli, e fu inoltre chiamato consanguineo da Filippo IV. Nella rivolta di Masaniello fu tra quelli che protrassero la Corona armando a proprie spese i suoi soldati. Nel 1654 fu nominato da Filippo IV Viceré e Capitano generale di Aragona.
Ettore, sesto duca di Monteleone e principe del S.R.I. sposò Giovanna, erede della famiglia Tagliavia Aragona Cortés, nei Capitoli Matrimoniali è stabilita la trasmissione dei cognomi materni ai figli. Titolare dei propri e di tutti i feudi della famiglia Tagliavia, Ettore fu uno dei Signori d’Italia più potenti del tempo.
Ascanio figlio di Scipione e Isabella Caracciolo, fu il 1° duca di Bisaccia, il titolo gli fu concesso da Re Filippo II di Spagna per i meriti ed i servigi resi dal defunto padre.
Suo figlio Francesco fu il 2° duca di Bisaccia e conte di Montagano, acquistò dal duca di Monteleone la terra di Cerignola pagandola 200.000 ducati.
Antonio (1615-1700), figlio di Francesco e di Porzia Carafa, divenne Papa con il nome di Innocenzo XII (1691). La sua Bolla contro il nepotismo fu rivolta a migliorare le condizioni del popolo. Per evitare l’accattonaggio per le vie di Roma, egli creò per i poveri della città dei posti di lavoro in Vaticano.
Michele fu vescovo di Lecce, vi istituì un Seminario e fondò, nel 1694, la Congregazione dei Chierici Regolari.
Ferdinando (1689-1767), del ramo Aragona Cortés, Cavaliere del Toson d’Oro, combatté con Eugenio di Savoiacontro i Turchi nelle guerre di successione in Ungheria.
Francesco, duca della Rocca, fu nominato Grande di Spagna da Carlo VI; un altro Francesco fu Arcivescovo di Taranto, Cardinale ed Arcivescovo di Napoli e morì in odore di santità nel 1734.
Figura tra i membri della famiglia San Giuseppe Pignatelli, nato a Saragozza, gesuita (1737-1811), sepolto a Roma nella chiesa del Gesù, fu santificato nel 1954 da Pio XII.
Muzio, citato dal Tasso in diverse opere, fu insigne astrologo, teologo, matematico, architetto e poeta.
Ancora un Francesco, principe di Strongoli (1734-1812), aiutante di campo e vicario di Ferdinando IV a Napoli durante le vicende della Repubblica Partenopea, fu Viceré Generale del Regno e Presidente della Suprema Giunta di guerra fino alla venuta dei francesi, per seguire poi il Re in Sicilia.
Diversamente da lui i suoi quattro nipoti furono a fianco dei repubblicani nella rivoluzione del ’99: Mario (1773-1799) e Ferdinando (1769-1799), già simpatizzanti dell’idea giacobina e costretti alla fuga per la scoperta di una congiura, tornati con le truppe francesi affiancarono i rivoluzionari, pagando entrambi con la vita.
Francesco (1775-1853) riuscì a fuggire prima della resa della Repubblica; combatté con Gioacchino Murat contro gli inglesi, partecipò ai moti del 1820-21 e scrisse, tra l’altro, una pregevole opera dal titolo: Memoria del Regno di Napoli dal 1790 al 1815.
Vincenzo (1777-1837) fu anch’egli esule al ritorno dei Borbone a Napoli, ed anch’egli partecipò ai moti del 1820-21.
Girolamo, principe di Moliterno, armò due reggimenti di Cavalleria contro i francesi, suscitando l’ammirazione dello stesso Bonaparte.
Antonio, principe di Belmonte, Capitano delle guardie del corpo di Carlo di Borbone e poi Tenente Generale di Ferdinando IV, Presidente della Regia Accademia delle Scienze e Consigliere di Stato, inviato a Parigi nel 1796 per concludere il trattato di pace tra la Francia ed il Regno di Napoli, seguì la corte in Sicilia nel 1799, e fu insignito dell’Ordine di S. Ferdinando e del Merito.
Come narra la storia, i Pignatelli si divisero nella vicenda della Repubblica Napoletana tra le due parti avverse: Diego, eletto della città nel 1799, si affiancò ai liberali e solo per l’intercessione del Papa non subì la condanna a morte.
Nel 1806 tornò a Napoli e fu inviato quale ambasciatore a Napoleone da parte di Giuseppe Bonaparte.
Giuseppe, marchese di Castelnuovo, fu Gentiluomo di Camera con esercizio di Ferdinando II, sindaco di Napoli e Soprintendente ai reali Educandati.
Tracce che la famiglia ha lasciato sono riscontrabili non solo attraverso le bellissime opere funerarie, ma anche attraverso le costruzioni: tra le più importanti si ricordano la chiesa di S. Maria Assunta de’ Pignatelli, situata nel largo della Piazzetta del Nilo, fu fatta edificare nel ‘400 da Cesare Pignatelli, Signore di Orta e Turitto su progetto dell’architetto Andrea Ciccione e fu completata da Giovanni Merliano da Nola, autore anche del bellissimo sepolcro di Carlo Pignatelli, posto a destra dell’altare maggiore; la chiesa fu restaurata nel 1736 ed arricchita di stucchi ed altari barocchi [3]. Oggi si presenta in condizioni molto fatiscenti ed è chiusa al culto.
Carogioiello e Biancomangiare erano i nomi di due ampi giardini della Napoli antica, il primo era rinomato nel seicento perché prima di ogni altro giardino, dava grossi e saporiti fichi. Oggi lo spazio residuo di questo giardino si estende alle spalle della chiesa di Monteoliveto.
Biancomangiare, nella parte centrale si estendeva dove ora c’è piazza Sette Settembre, un tempo detta largo dello Spirito Santo, dove si affacciava la basilica che vide incoronato re Gioacchino Murat nel 1808.
Questo Giardino delle delizie apparteneva ai Colonna ai quali fu espropriato per far spazio alla costruzione di via Toledo voluta dal Viceré don Pedro Alvaréz del Toledo (1532-1553), il quale disponendo l’ampliamento delle mura cittadine, fece rientrare nel perimetro della città il giardino.
La parte del giardino più prossima al palazzo Pignatelli di Monteleone fu anch’essa spianata per far spazio alla strada Rivera, l’attuale via Sant’Anna dei Lombardi con la via del Monteoliveto, così chiamata per volere del viceré Perafàn del Ribera (1558-71) duca d’Alcalà.
Come già accennato, una piazzetta ed un vico del rione Pignasecca sono dedicati a Fabrizio Pignatelli che nel secolo XVI, proprio sull’area del giardino Biancomangiare fondò lo Spedale dei Pellegrini con annessa la chiesa intitolata a Santa Maria Mater Domini, dove oggi si trova il suo busto eseguito dallo scultore Michelangelo Naccherino.
Nella strada della Trinità Maggiore, accanto all’ottocentesco Palazzo Sanfelice di Monforte, vi è quello che appartenne ai Pignatelli di Monteleone, il cui nome è ricordato nel Vico Monteleone che lo fiancheggia, la vicenda della costruzione di questo palazzo è legata al capriccio di una dama.
Nel Seicento, in questa zona compresa tra Monteoliveto, il Gesù e lo Spirito Santo, vi era il grande palazzo del Marchese d’Avalos, il cui rigoglioso orto era chiamato Carogioiello, divenuto in seguito, Palazzo Carafa di Maddaloni.
Questo edificio affacciava su quattro lati, come oggi, dei quali quello migliore, guardava verso il mare, ed era a sud-ovest. Il marchese del Vasto, preferì allestire il suo appartamento privato di fronte al lato ovest, dove aveva la veduta sul giardino chiamato Paradiso, appartenente a donna Girolama Colonna, duchessa di Monteleone perché vedova di Camillo Pignatelli.
Tutto ciò fece insorgere nella dama un acceso risentimento, ella non poteva tollerare che occhi indiscreti la osservassero. Così, per gelosia o per ripicca, fece costruire il palazzo che è situato sul lato destro di via Sant’Anna dei Lombardi.
Molti anni più tardi le case sorte sul giardino Paradiso, furono inglobate in una costruzione a pianta irregolare voluta dal duca Nicola Pignatelli nel 1718, e progettata dall’architetto Ferdinando Sanfelice.
Il palazzo presenta un magnifico portale in piperno e travertino, i cui capitelli sono formati con mascheroni di marmo bianco che con le orecchie di satiro formano le volute.
Al primo piano della Galleria, distrutta in seguito da un incendio, il duca fece dipingere da Paolo De Matteis, le scene più importanti dell’Eneide di Virgilio e della Gerusalemme Liberata del Tasso.
Nel 1760 il palazzo ospitò il celebre avventuriero veneziano Giacomo Casanova, presentato a Don Fabrizio Pignatelli di Monteleone dal suo amico Carlo Carafa.
Tra il 1823 ed il 1832 il palazzo passò dal Pignatelli di Monteleone al francese Renato Ilario Degas, fuggito dalla Francia rivoluzionaria e rifugiatosi a Napoli come agente di cambio, qui accrebbe le sue fortune divenendo banchiere ed imparentandosi con le grandi famiglie del Regno.
Tuttavia il maggiore ricordo della famiglia Pignatelli è senza dubbio la villa neoclassica della Riviera di Chiaia, ora museo statale.
Fu costruita alla fine del Settecento, da un nipote del ministro Acton, sui giardini del vicino palazzo dei Carafa di Belvedere su progetto dell’architetto luganese Pietro Bianchi.
I lavori avanzarono con lentezza fino a quando l’architetto toscano Guglielmo Bechi non portò a compimento l’opera. Attualmente il portico ed i due corpi avanzati sulla strada gli conferiscono una peculiarità che la distingue dalle altre costruzioni.
Pochi anni dopo, la villa fu acquistata dal ricco barone Adolfo Rothschild di Francoforte.
Il grande finanziere ebbe qui casa ed ufficio, dominando il mercato degli olii; ma verso la metà dell’Ottocento il barone dovette subire la concorrenza dei Pavoncelli e insidiato anche nell’alta finanza dai banchieri Arlotta e Minasi preferì lasciare Napoli.
Alla fine dell’Ottocento la villa fu acquistata dai Pignatelli di Monteleone e, donna Rosa Fici (1869-1955), moglie di Diego Pignatelli Aragone Cortés, le diede nuovo splendore, curando anche l’Archivio di Casa Pignatelli [4], importante perché interessa anche le Americhe per la discendenza con Ernand Cortés.
Rimasta vedova, donna Rosa, con testamento pubblico del 10 dicembre 1952, legò alla Stato la sua quota di proprietà e sua figlia Anna Maria, che abitava a Roma, rinunciò anch’ella dopo pochi mesi alla sua quota ereditaria in favore dello Stato a cui donò anche alcune statue di marmo ed importanti pezzi di argenteria. La donazione ha vincolato la villa alla destinazione d’uso museale.
Oggi, il ramo di Monteroduni, derivante da Stefano (sec. XIV) aggiunge al proprio cognome della Leonessa, importante famiglia di origine gotica ascritta al Seggio di Capuana, e trova il suo discendente nel principe Giovanni Pignatelli della Leonessa nato nel 1920.
Del ramo Aragona Cortés dei duchi di Terranova, discendente di Palamede, (sec. XIV) è vivente Don Salvatore Pignatelli Aragona Cortés, nato nel 1945, avvocato, figlio di Don Giuseppe Principe del S.R.I. [5].
Sempre della linea dei duchi di Terranova esistono altri due rami: il primo rappresentato dal Principe Nicola Tagliavia Aragona Pignatelli Cortés, nato nel 1923, ed il secondo ramo, siciliano, è rappresentato dal Principe Mario Pignatelli Aragona Cortés, nato nel 1943.
La linea di Montecalvo è rappresentata dal duca Paolo Pignatelli nato a Washington nel 1949.
La linea primogenita di Strongoli prosegue nella famiglia Ferrara Pignatelli, il cui primogenito è Vincenzo nato nel 1913.
La linea dei Fuentes è estinta e quella di Cerchiara ha oggi quale rappresentante il principe Andrea Pignatelli di Cerchiara nato a Roma nel 1918 [6].
L’arma è di oro con tre pignatte nere disposte due sopra ed una sotto. Motto: Feliciorem. Lo scudo è coperto da mantello e corona di principe.
NOTE
1 Queste pagine sono tratte dal saggio dell’autrice dal titolo: I Pignatelli in Capitanata, in «La Capitanata», n. 14/2003, pp. 163 e ss.2N. DELLA MONICA, Le grandi famiglie di Napoli, Roma 1998, p. 285.
3L. CATALANI – F. S. DI CANGIANO, Palazzi, chiese e castelli di Napoli, Napoli 1995, p. 114.
4Attualmente custodito presso l’Archivio di Stato di Napoli, nel fondo: Archivi Privati.
5A.M. SIENA CHIANESE, La Nobiltà Napoletana Oggi, Incontri, Napoli 1995, pp. 291 e ss.6 N. DELLA MONICA, Le grandi… op. cit., pp. 290 e 291.
FONTI DOCUMENTARIE
ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI:
Sezione Diplomatica – Archivi Privati:
– Archivio Pignatelli Museo, (Aragona Cortés).
– Archivio Serra di Gerace.
– Archivio della Commissione Araldica Napoletana.
– Platea delle famiglie nuovamente ascritte al Libro d’Oro.
– Libro d’Oro ed altri registri di nobiltà ed Ordini Cavallereschi.
– Platea delle Famiglie Patrizie Napolitane.
BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI:
Sezione Manoscritti e Rari:
– Manoscritto n. XVIII.46.
BIBLIOGRAFIA
CANDIDA GONZAGA B., Memorie delle Famiglie nobili delle Province Meridionali d’Italia, Bologna 1985, rist. anast. dell’edizione del 1875.
«La Capitanata», rivista della Biblioteca Provinciale di Foggia, n. 14, Foggia 2003.
CATALANI L., I palazzi di Napoli, Napoli 1999, rist. anast. dell’edizione del 1845.
CATALANI L. – CANGIANO F. S., Palazzi, chiese e castelli di Napoli, Napoli 1995.
DE LELLIS C., Discorsi della Famiglie del Regno di Napoli, Bologna 1969, rist. anast. dell’edizione del 1654-71.
DELLA MONICA N, Le grandi famiglie di Napoli, Roma 1998.
SIENA CHIANASE A. M., La Nobiltà Napolitana, oggi, Napoli 1995.
SPRETI V., Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana, Milano 1928-36.
La copertina del volume di Gaetano Cristino su Salvatore Postiglione.
Nella raffinata e splendida veste editoriale magistralmente curata dalla foggiana casa editrice Claudio Grenzi Editore, si presenta l’ultimo lavoro di Gaetano Cristino, critico d’arte di chiara fama, sulla vita e le opere di Salvatore Postiglione, dal titolo Salvatore Postiglione scultore, la vita e l’Arte (pp. 135, ill. b/n e colori, Foggia 2006).
Il volume nasce per volontà della famiglia, allo scopo di rendere omaggio ad un artista della nostra terra del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita ed il decennale della dipartita.
Salvatore Postiglione, sanseverese di origini napoletane, è stato uno dei maggiori esponenti dell’arte scultorea, della ritrattistica e della statuaria onoraria e monumentale del Novecento italiano.
Con musicalità poetica tradotta in prosa, l’autore descrive nel volume il cammino dell’artista che inizia in età adolescenziale nella bottega paterna, dove impara le tecniche dell’intaglio proprio dal padre, artigiano “marmoraro” napoletano trapiantato a San Severo.
La formazione di studi svolti prima presso l’Istituto d’Arte e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, perfezionerà le sue naturali inclinazioni che lo indirizzeranno definitivamente verso la scultura.
Le sue opere, in massima parte incentrate nella ritrattistica, spaziando da soggetti di ispirazione quotidiana a quelli religiosi o storico-monumentali, riescono a trasfondere plasticità espressiva, trasparenza ed umanità tanto da essere paragonate a quelle del Canova.
Diventato insegnante negli istituti medi inferiori e superiori, Salvatore Postiglione trasmette agli allievi lo stesso amore e la stessa passione che lo accompagnano nel cammino artistico. Alcuni suoi studenti diventeranno artisti, altri seguiranno strade parallele al mondo dell’arte, così come è accaduto all’autore del volume.
Gaetano Cristino lascia trasparire la propria emozione quando descrive, nella parte iniziale del testo, gli stati d’animo del “Professore” che racconta agli allievi l’esperienza in guerra e il tempo trascorso in prigione in Germania. Ricordi fondamentali che incideranno anche nella vita artistica attraverso le sensazioni che tralucono dalle sue opere. L’uomo e l’artista si fondono divenendo un tutt’uno.
Gaetano Cristino tratteggia l’espressività plasmata nelle opere, siano esse realizzate in gesso, o in marmo, o in pietra locale, o in bronzo, dicendo: «[…]eseguite con la capacità d intaglio […] unita alle notevoli doti di modellatore e di disegnatore […] che gli consentono di lasciare trasparire lo stato d’animo dei personaggi ritratti […]». “Testa muliebre”eseguita nel 1928, “Testa di Bimbo” del 1930, “Renato” del 1928, “Enzo” ed “Il mio Enzo”, solo per citarne alcune, ne sono l’esempio eclatante.
L’artista amava la perfezione, emulava le proprie capacità attraverso l’uso di materiali sempre più difficili da plasmare come la pietra di Apricena, utilizzata nell’esecuzione di opere quali “Torso Muliebre” del 1937, e “Ragazza” del 1949. Durante la loro realizzazione, ricorda Vittorio, uno dei suoi figli, lavorando con l’ausilio di stuzzicadenti foderati di carta abrasiva, arrivava al punto da «farsi sanguinare le mani».
La sua poliedricità artistica si rifletteva anche nel vissuto quotidiano: la testimonianza di Enzo e Vittorio nel contributo Due ragazzi di bottega riassume in pochi esempi il tratto umano: poiché era solito portarsi il lavoro anche a casa, soffocava le proteste della moglie recitando la massima “Per nobilitare la creta o l’argilla, ogni sito ed ogni momento per uno scultore devono essere buoni”; con questo detto, tacitamente, i figli maschi erano invitati a collaborare. In particolare era affidato loro il compito di “bagnare la creta”attraverso un procedimento particolare che richiedeva molta attenzione. I due figlioli, prestati all’arte, senza averne voglia eseguivano in tutta fretta il compito affidato dal genitore e, ultimato il lavoro, riprendevano le loro attività di svago interrotte loro malgrado.
Queste ed altre sono le notizie inedite che emergono dall’attenta lettura del testo, raccolte dall’autore attingendo all’archivio privato messo a disposizione dalla famiglia.
Oltre all’indimenticabile ricordo di chi lo ha personalmente conosciuto, di Salvatore Postiglione restano i tanti modelli conservati nella gipsoteca-studio che si auspica possa essere, nell’immediato futuro, resa fruibile a studenti e studiosi desiderosi di conoscere l’artista.
Il volume è inoltre impreziosito da un dovizioso corredo iconografico basato su due momenti fondamentali della vita di Salvatore Postiglione.
Il primo riguarda la carrellata di documenti tratti dall’archivio privato di famiglia, che vedono l’artista ritratto in diversi significativi momenti della propria vita lavorativa o durante la campagna in Grecia, o in compagnia di amici e familiari; non mancano anche i documenti come il diploma di scultore o la tessera di riconoscimento dell’Istituto di Belle Arti di Napoli, o uno stralcio della relazione redatta l’8 settembre 1943, quando era ufficiale addetto al comando delle truppe italiane durante una spedizione nell’Egeo.
Il secondo ritrae, attraverso la mano esperta di Mimmo Attademo, le maggiori opere.
A conclusione del testo è posta un’ampia carrellata che comprende una breve antologia critica, l’elenco delle principali esposizioni, la bibliografia cronologica sull’autore e, dulcis in fundo, le schede sulle principali opere scultoree e disegni.
È questo uno splendido “libro d’Arte” nato con l’intento e la consapevolezza di ricordare un uomo ed un artista protagonista del suo tempo, che con la competenza di Gaetano Cristino, che da sempre dell’arte fa “una ragione di vita”, contribuisce all’arricchimento del patrimonio letterario specialistico.
In ricorrenza del settimo centenario della fondazione della Cattedrale di Lucera, la Diocesi Lucera-Troia, il Capitolo della Cattedrale di Lucera e l’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici hanno patrocinato il bellissimo catalogo curato da Giovanni Boraccesi dal titolo Gli argenti della Cattedrale e del Museo Diocesano di Lucera, edito per i tipi delle Edizione Claudio Grenzi di Foggia.
Nella elegante veste editoriale, il testo analizza, con uno studio sistematico, oltre un centinaio di argenti liturgici, proprietà del Capitolo Cattedrale e del Museo Diocesano di Lucera, che insieme evidenziano i raffinati gusti dei vescovi locali e del patriziato cittadino, grazie ai quali la città si è arricchita della presenza dei più rinomati artigiani orafi che hanno prodotto opere di grande pregio artistico.
Essendo Lucera una città universalmente nota per il suo alto valore storico ed artistico, era importante creare un catalogo che inventariasse tutti i reperti relativi al tesoro della sua Cattedrale. Notoriamente Lucera è stata una delle sedi preferite dall’imperatore Federico II, ma d’altrettanto rilievo fu il ruolo dei sovrani angioini, che eressero una fortezza costruita sulle vestigia del castello federiciano, nonché la Cattedraledi Santa Maria, uno dei più importanti monumenti religiosi in stile gotico.
L’indagine e la catalogazione eseguita dall’Autore del volume preludono all’urgente restauro dei reperti oltre ad una adeguata conservazione degli stessi per preservarli da frequenti furti perpetrati negli ultimi anni. A tal fine, si è pensato di custodire tali tesori nel Museo Diocesano in modo tale che essi possano essere sempre prelevati ma, nel contempo, custoditi nel modo migliore.
Una significativa campionatura di produzioni dell’artigianato napoletano è rappresentata da pezzi databili tra il XVI ed il XIX secolo ma non mancano, se pure in minor numero, anche preziose opere provenienti da altre zone italiane, di cui alcune mai analizzate sotto l’aspetto critico, fatta eccezione per pochi pezzi unici di grande rilievo; per citare qualche manufatto: il reliquiario a pisside, databile intorno alla metà del XIII secolo, opera di ignoto artista musulmano e la Legaturadi Evangelario, della metà del XIV secolo, che ha la peculiarità di essere punzonata con il più antico bollo della città di Sulmona.
Da sinistra: pisside; calice dorato di ignoto argentiere napoletano; corone da statua.
Sono presenti nella collezione anche opere attribuite a Vincenzo Guariniello, Vincenzo Buonuomo, Paolo Savoia, Angelo Prizzi, solo per citare alcuni artisti, che impreziosiscono il cospicuo patrimonio di inestimabile valore.
Secondo l’Autore, all’importanza dell’estetica di questi preziosi manufatti si aggiunge la caratteristica che gli stessi siano pregnanti della profonda spiritualità della Chiesa lucerina. L’uso di tali tesori durante le celebrazioni religiose consentiva che essi fossero ammirati da tutti i fedeli, gratificando i committenti e spronando altri ad emularli.
Secondo Boraccesi, nel Museo Diocesano di Lucera sono confluiti i maggiori e più importanti oggetti sacri scampati alla dispersione e già di pertinenza dei conventi “possidenti” della città soppressi nei primi anni dell’Ottocento dai sovrani napoletani ed in seguito nel periodo postunitario.
Ciò che è certo è che i documenti d’archivio disponibili, esaminati nel corso dello studio, non consentono una esaustiva conoscenza dell’attività orafa lucerina, dove non è accertata la presenza di maestranze nel periodo normanno, al contrario di ciò che si registra nella vicina Troia. Qui, infatti, è attestata la fabbricazione della due porte bronzee risalenti al 1132, della Cattedrale da parte di Odorisio da Benevento, che denotano la presenza di un tale Attum aurificem.
Alla luce di quando accertato, è senz’altro lecito ipotizzare che nella città esistesse una complessa realtà legata all’arte teutonica nel periodo svevo, al fine di soddisfare le richieste dell’imperatore e della sua corte. Un cronista del tempo, Nicolaus de Jamsilla, attesta che nel palazzo imperiale di Lucera si custodivano diverse suppellettili in metallo pregiato, tempestate di pietre preziose, oltre a raffinate vesti.
A conclusione della relazione scientifica, l’Autore più che fornire risposte, formula ulteriori domande dovute ai limiti contingenti della ricerca che definisce non ancora conclusa in quanto una dettagliata analisi delle fonti storiche e la conseguente scoperta di nuovi documenti potranno risolvere ciò che ad oggi non è emerso.
Un dovizioso corredo iconografico, infine, completa il testo rendendolo di agevole consultazione.
GIOVANNI BORACCESI, Gli argenti della Cattedrale e del Museo Diocesano di Lucera, Claudio Grenzi Editore, Foggia 2005, pp. 110, ill. B/N e colori.
«Papà, spiegami a che serve la storia» [1]. Così Marc Bloch esordisce nel volume Apologia della Storia quando introduce il discorso sui metodi seguiti dallo storico per indagare nel passato.
È evidente che per condurre un’indagine nel passato lo storico si trovi nella assoluta impossibilità di osservare personalmente i fatti che analizza, per questo la conoscenza del passato è necessariamente indiretta.
Nella scuola come nella vita, il primo passo per condurre un’indagine storica è l’acquisizione dei fatti. In che modo? Attraverso le fonti dirette quali i documenti reperibili negli archivi pubblici e privati, ma anche attraverso le fonti indirette ovvero le testimonianze orali, i giornali, le fonti bibliografiche, ecc.
In questo caso, però, le testimonianze possono essere inattendibili perché col tempo i ricordi possono non essere nitidi, mentre i giornali possono dare una visione distorta della realtà storica rispecchiando le tendenze politiche del momento o le volontà dell’editore, mentre per i libri bisogna osservare attentamente il fine con cui l’autore si pone di fronte al pubblico di lettori.
In realtà solo il riscontro diretto dal documento, la sua trascrizione e la sua analisi storiografica può testimoniare il passato. Ma c’è da affermare che anche in questo caso non bisogna analizzare un unico documento: bisogna fare controlli incrociati poiché spesso anche il documento può avere un contenuto apocrifo.
Ad esempio, se si vuole studiare un periodo storico preciso, bisognerà che l’analisi sia effettuata sulla scorta di tutte le fonti dirette ed indirette che si possono avere a disposizione. Questo migliorerà la qualità dell’indagine con un margine di errore dell’0,001%, rispetto a quando si tralasciano alcune fonti.
Marc Bloch, proprio a tale riguardo sostiene che «lo storico si sente in una condizione di inferiorità in confronto del buon testimone di un fatto contemporaneo; come se fosse in coda a una colonna nella quale gli ordini vengano trasmessi nella testa di riga in riga […]» [2].
Premesso che il passato è un dato non modificabile, si può senz’altro affermare che la conoscenza dello stesso si trasforma e si perfeziona incessantemente. Ovviamente, lo studio delle credenze e delle tradizioni popolari ha sviluppato solo negli ultimi tempi le sue prospettive… finora tale aspetto è sempre stato considerato dagli storici un passaggio di serie “B”, neppure antropologicamente da considerare a tutto tondo.
Le fonti narrative, in altre parole i racconti indirizzati volutamente ai lettori, costituiscono un valido aiuto per l’acquisizione di notizie; esse, oltre a fornire un inquadramento cronologico continuo, mettono in condizione lo studioso di non lasciarsi sopraffare dalle “miopie” cronologiche che imprigionano la mente dando luogo a pregiudizi e false prudenze.
Alla luce di quanto esposto, si può affermare che per procedere alla ricerca storica la prima cosa da fare è interrogarsi sull’argomento oggetto dello studio. In primis vi è lo studio bibliografico: bisogna consultare tutte le fonti letterarie sull’argomento; analizzate le prime si passa alla ricerca vera e propria con la consultazione documentaria; lo studioso, in questo caso, le deve reperire negli archivi pubblici e privati guardando gli inventari cronologici, e procedere all’esame dei carteggi relativi.
L’importanza dei riscontri incrociati dei documenti è fondamentale per avere la certezza della loro originalità e veridicità. Può accadere però che si proceda alla ricerca in maniera istintiva, in questo caso, secondo Marc Bolch «occorre che la scelta ragionata dei quesiti sia duttile suscettibile di arricchirsi, cammin facendo, di una folla di quesiti nuovi, aperta a tutte le sorprese e, in pari tempo, tale da servire, sin dall’inizio, da calamita per le limature del documento […]» [3].
Certamente si può affermare che la fase di raccolta delle notizie costituisce il passaggio più difficile per uno studioso che si rispetti: per questo supporti quali inventari di archivi o biblioteche, cataloghi dei musei, repertori bibliografici di ogni genere diventano strumenti di lavoro fondamentali.
Tutto ciò richiede tempo ed ore di studio a volte estenuanti. Può frequentemente accadere che la ricerca non produca effetti soddisfacenti: l’importante, in questo caso, è non desistere dall’impresa.
Certamente, più antico è il periodo storico da esaminare, meno possibilità ci sono di trovare i documenti. Ad esempio per l’arco temporale che va dal X al XIII secolo, è difficile procedere alla ricerca storica documentaria: guerre, saccheggi, scorrerie e quanto altro hanno determinato il depauperamento del materiale cartaceo, facendo sì che lo studioso operi in condizioni difficili e talvolta anche che sia impossibilitato a condurre l’indagine.
Fortunatamente, per i periodi più recenti della storia, molti documenti sono stati salvati perché protetti e custoditi in ambienti idonei, altri invece sono andati distrutti a causa dell’incuria o delle mancate condizioni ambientali atte a proteggerli.
Come innanzi detto, una volta visionato il documento, bisogna stabilire la veridicità dei contenuti: in passato come nel presente, facilmente si falsavano i contenuti dei carteggi, alterando così gli eventi.
Le ragioni sono riconducibili a motivi vari, che non si discostano da quelli odierni legati a strategie di potere. Il falso documentario può esserci sia nei contenuti sia sull’autore e sulle date. In tal caso si determina il falso nel senso giuridico della parola. Un esempio tra tutti è dato dai protocolli notarili che abbondano di inesattezze volontarie prodotte ai danni di uno o più soggetti sempre per gli stessi motivi: strategie di potere, interessi economici, ecc.
Ci sono dei celebri falsi documentari, scoperti a volte per caso dagli studiosi o dagli storici che hanno determinato dicotomie assertive, divenendo oggetto di attenzione per anni: es. falsi privilegi, falsi diplomi di nobiltà ecc.
La soluzione migliore per non incorrere nell’errore è che lo studioso non resti isolato poiché facendolo – secondo Bolch – potrà comprendere solo una parte della verità storica, persino nel proprio settore di indagine; la storia universale è infatti data dall’aiuto e da confronto reciproco, solo così si potranno conoscere gli eventi con un margine di errore bassissimo ossia si potrà avere la quasi totale certezza.
Esaminati i contenuti documentali, si passa alla critica che si muove su due precisi fronti: la testimonianza che giustifica e quella che discredita. Sarà compito dello studioso esaminare le fonti alternative con esiti incrociati ed accertare la veridicità dei contenuti, in relazione alla metodologia migliore per ottenere il massimo risultato.
Rapportiamo i concetti su esposti nella scuola: l’insegnante, d’intesa con gli studenti, sceglierà la strada da seguire, incominciando innanzi tutto con una breve ricerca dalle fonti bibliografiche, poi man mano assegnerà a gruppi di studenti il compito di recarsi negli archivi per consultare i documenti.
Volendo rimanere nell’ambito della propria scuola, un esempio tra tutti potrebbe essere dato dalla ricerca sulla fondazione del proprio istituto scolastico; in questo caso ci si può dirigere verso gli archivi scolastici come fonte primaria della ricerca.
Tuttavia tali archivi non sempre sono consultabili o perché non ordinati ed inventariati, o perché privi di carteggi. Del resto si sa che fino a non molto tempo fa si era soliti “liberare” gli istituti scolastici dall’accumulo di carte ritenute “inutili” mandandole al macero, allo scopo di devolvere il ricavato delle vendite in beneficenza.
Un’altra interessante ricerca potrebbe essere svolta dagli studenti sulle proprie origini attraverso la consultazione dei registri parrocchiali nella propria diocesi di appartenenza. In questo caso sarebbe utile recarsi presso l’archivio della curia vescovile; tale ricerca coprirebbe, nei casi più fortunati, un arco cronologico che va dalla fine del 1500 circa fino ai nostri giorni.
Sempre per lo stesso argomento, si potrebbe ricercare nei registri di stato civile disponibili presso gli Archivi di Stato a partire dal 1809 fino ai primi anni del 1900.
Un altro argomento di grande interesse per gli studenti potrebbe essere dato dalla ricerca sulle origini della propria città o del suo centro storico. In questo caso, oltre alle fonti bibliografiche, la ricerca potrà essere condotta attraverso la consultazione delle mappe geografiche custodite presso gli Archivi di Stato.
Per la Capitanata, ad esempio, interessante si rivelerebbe la visione diretta degli atlanti delle locazioni o delle reintegre dei tratturi, compilate a partire dalla metà del 1500 dai regi compassatori, per evitare che gli agricoltori sconfinassero nei tratturi riservati ai locati durante il passaggio degli armenti nel periodo della transumanza.
Sempre negli archivi pubblici sono custoditi i catasti, da quello Onciario, chiamato così perché i beni erano valutati in once, a quello più moderno risalente all’Ottocento introdotto durante il Decennio francese.
Anche gli atti dei notai costituiscono una chicca per i ricercatori; da tali documenti infatti si possono evincere notizie economiche, (inventari, testamenti, ecc.) antropologiche (capitoli matrimoniali, elencazione del corredo, usi, costumi, tradizioni ecc.), notizie preziose che fungono da corollario alla riscoperta delle proprie radici.
Oggi, istituti come gli archivi di Stato d’intesa con le scuole secondarie di I e II grado, attraverso i laboratori di didattica della storia veicolati dagli insegnanti, offrono agli studenti la possibilità di appassionarsi alla ricerca storica, creando i presupposti per nuovi e futuri sbocchi lavorativi.
1 M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino 1973, pp. 23 e ss.
Fresco di stampa il nuovo volume contemplato nella collana editoriale Spicilegio della raccolta dei Quaderni del Centro Distrettuale CRSEC FG/32 a cura di Daniela Mammana, responsabile di tale Centro.
In questo lavoro la curatrice ha voluto raccogliere alcuni scritti dell’intellettuale Francesco Gentile con «l’intento […] di restituire visibilità storica all’opera e alla figura di questo vivace intellettuale pugliese, nato ad Ascoli Satriano, ma vissuto a Foggia già dal primo decennio del secolo scorso, dove svolse la sua attività di critico d’arte, conferenziere, pubblicista e protagonista della “terza pagina” dei periodici locali partecipando intensamente ai fermenti politici e culturali degli anni suoi e dando vita a numerosi studi, prevalentemente a carattere storico-artistico. […]».
Con queste parole Daniela Mammana spiega, nella sua Presentazione, la metodologia della ricerca che, in questo caso, si avvale oltre che delle notizie attinte da fonti dirette, lasciate dal personaggio oggetto dello studio, anche dalle testimonianze dei suoi discendenti, e qui entrano in campo la nipote, Paola Gentile ed i suoi cugini, Giuseppe e Silvana, che hanno contribuito, con i loro ricordi, alla ricostruzione dell’aspetto umano dell’intellettuale pugliese.
Nella sua carriera Francesco Gentile si occupò di vari argomenti a carattere storico e sociale che in questo lavoro vengono evidenziati attraverso alcuni scritti che meglio denotano le sue doti professionali, la vastità di interessi e l’impegno socio-culturale.
La poesia dei ruderi, frutto di una relazione preparata per una conferenza, evidenzia il concetto di restauro innovativo rispetto a ciò che fino ad allora veniva propinato. Nei paragrafi dedicati alla descrizione della cattedrale e del palazzo imperiale di Foggia nonché del castello di Lucera, Francesco Gentile traccia un quadro storico-artistico delle tre costruzioni criticando aspramente i rifacimenti eseguiti senza il rispetto delle architetture originarie.
Profili di artisti, anche questi scritti sono frutto di una serie di articoli e conferenze con lo scopo di porre in luce la poliedricità degli artisti foggiani dei quali già da qualche tempo l’opinione pubblica non teneva più conto. Così l’Autore “rispolva” personaggi del calibro di Bartolomeo da Foggia e di suo figlio Nicola che gran lustro diedero alla città con le loro pregevoli opere; di Gualtiero da Foggia, personaggio contemporaneo di Nicola, scultore altrettanto affermato; di Domenico Caldara pittore di chiara fama che con Saverio Altamura e Nicola Parisi si distinse per le maestose opere pittoriche tanto che la sua fama giunse fino ai Borbone, e nella capitale, per un periodo, fu anche pittore di corte. A tale riguardo, celebre fu la sua fama quando eseguì il dipinto dal titolo Gli ultimi momenti di Ferdinando II.
L’Autore, inoltre, non manca di tratteggiare anche i profili di Vincenzo Acquaviva, Vincenzo Dattoli, Giuseppe Fania e Saverio Pollice. Le interessanti dissertazioni sul santuario dell’Incoronata di Foggia e sul culto della Madonna Iconavetere della stessa città completano il testo.
Il volume è altresì corredato dalla riproduzione di numerose immagini d’epoca tratte da opere letterarie coeve e da documenti originali che fanno di questa pregevole raccolta un esemplare utilissimo per la divulgazione e la conoscenza della storia del capoluogo daunio e non solo.
Raccontare in questi scritti scelti la vita e le opere di questo personaggio, protagonista indiscusso del suo tempo, esempio di una cultura sempre attuale e mai desueta, che troverà in Carlo, suo figlio, la massima espressione filosofica e scientifica, di una mente eccelsa maestra di vita, è sata un’iniziativa encomiabile da parte della curatrice del volume, meritevole di ogni apprezzamento positivo, poiché questo lavoro contribuisce all’arricchimento del nostro patrimonio storico-artistico e rappresenta un tassello in più da collocare tra le opere letterarie della nostra bella terra.
Interessante ed originale per la città di Roseto Valfortore il volume dal titolo Roseto Valfortore dal documento alla storia, Foggia 2007 (pp. 199, ill. b/n, Edizioni del Rosone, Foggia), scritto dal prof. Alfonso Rainone con la collaborazione degli alunni della classe III D della scuola secondaria di primo grado della sezione associata di Roseto Valfortore facente capo all’Istituto “Paolo Roseti” di Biccari, patrocinato dal Comune di Roseto Valfortore, dall’Istituto Bancario San Paolo Banco di Napoli, filiale di Roseto, dalla ditta Fortore e Sviluppo – Fortore energia, e dalla stessa scuola della quale sono allievi i ragazzi.
L’originalità della ricerca consiste nel fatto che il prof. Rainone ha, a pieno titolo, adottato il metodo storiografico dello studio e dell’apprendimento della storia attraverso la consultazione dei documenti d’archivio.
Introdurre la ricerca storico-documentaria nella scuola non è cosa da poco. Ma, sicuramente, non deve essere stata cosa semplice per il professore ed i suoi giovanissimi allievi alla prima esperienza, interpretare, trascrivere, studiare ed apprendere il contenuto dei documenti esaminati; carte, spesso nemmeno inventariate, che rimarrebbero sconosciute se non fossero riportate alla luce dagli studiosi con spirito di dedizione ed abnegazione.
Il lavoro che racchiude anche la riproduzione iconografica del Catasto Onciario di Roseto Valfortore risalente al 1741, documento tratto dalle fonti dell’Archivio di Stato di Napoli, verte anche sullo studio e l’analisi delle fonti alternative quali epigrafi, lettere olografe ecc., ma anche dall’analisi dei documenti custoditi presso altri archivi quali la sezione dell’Archivio di Stato di Lucera, l’Archivio Parrocchiale di Roseto e l’Archivio Diocesano di Bovino. Uno studio a carattere scientifico e sistematico che racchiude gran parte della storia del piccolo centro del Subappennino Dauno tra Settecento ed Ottocento.
La bravura dei ragazzi poi, è stata quella di essere riusciti ad apprendere la metodologia di studio e a superare le difficoltà incontrate, come ad esempio il linguaggio e le espressioni desuete, tipiche di un idioma tramontato nel quale è proiettato il piccolo centro urbano.
Frutto di un’esperienza nuova per la scolaresca, il volume riporta alla luce uno spaccato di vita che riemerge come d’incanto grazie all’impegno ed all’abile guida del docente di Lettere.
«Il progetto si è svolto in ore extracurriculari, andando tuttavia ad intrecciarsi in modo unitario per gli approfondimenti sia alle attività curricolari di italiano e storia, che di quelle opzionali facoltative di conosciamo il territorio, percorsi di lettura e latino […]», è quanto afferma il prof. Rainone nella sua Introduzione spiegando ai lettori la metodologia applicata.
Già da qualche tempo nella scuola è stato introdotto il laboratorio di didattica della storia che, in collaborazione con gli archivi pubblici e privati, si pone come obiettivo l’insegnamento della microstoria attraverso la consultazione delle fonti archivistiche, perché la storia si può conoscere soprattutto dai documenti. Ma, come diceva Marc Bloch, le fonti devono essere esaminate attraverso varie direttrici prestando attenzione ai falsi storici che alterano la verità travisando le notizie. Il compito dello “storico” è quello di saper selezionare, compulsando i documenti, la verità dalla “fantasia” che trasforma la storia in leggenda.
L’attenzione, pertanto, deve essere rivolta a tale selezione in primis, poi viene la narrazione delle vicende attraverso lo studio dei fatti e dei relativi personaggi.
Nel volume in questione, è stato fatto proprio questo lavoro: selezione delle fonti, analisi delle stesse, ed infine, narrazione delle vicende più importanti con la possibilità di avere i documenti sottomano senza che i lettori debbano recarsi negli archivi.
Tra i rosetani famosi emerge il personaggio di mons. Francesco Saverio Farace, del quale si traccia oltre al profilo biografico, anche i tratti salienti della sua vita attraverso lo studio di atti notarili, epigrafi ecc.
Il dovizioso apparato iconografico completa il testo che, per il piccolo centro rosetano, resta una pietra miliare nel corollario della bibliografia locale.
È senz’altro questo un libro che non deve mancare nelle case dei cultori e non solo, un libro utile a tutti coloro che vogliano cominciare a ricercare per scoprire le loro “radici culturali”, perché, come spesso si dice, non si può vivere il presente senza conoscere il passato.
Della prestigiosa e nuovissima collana “Platea Magna” fa parte il recente volume curato da Antonio Ventura dal titolo Onciario della città di Ascoli 1753, patrocinato dal Comune di Ascoli Satriano e dal Centro Culturale Polivalente, pubblicato dalla casa editrice foggiana Claudio Grenzi Editore (pp. 381, ill., Foggia 2006, € 39,00).
L’interessante lavoro, curato sin nei minimi particolari dall’Autore, evidenzia quale fosse il sistema fiscale settecentesco nella cittadina daunia in relazione al numero dei fuochi e dei possedimenti di ciascuna famiglia.
Impreziosito dai contributi dei proff. Stefano Capone, dell’Università degli Studi di Siena, che analizza le riforme del Settecento apportate in un’epoca in cui predominava l’oscurantismo, Marco Nicola Miletti, dell’Università degli Studi di Foggia, che affronta lo studio sui profili giuridici del Catasto Onciario borbonico, e Nevill Colclough, dell’Università del Kent, che esamina la dinamica delle relazioni di parentela e dell’organizzazione familiare nella Ascoli dell’ancen régime, il volume offre ai lettori un quadro chiaro della situazione demografica, fiscale e politica dell’epoca.
Il Catasto Onciario costituisce una sorta di innovazione fiscale voluta da re Carlo III di Borbone e fa parte di una lunga serie di riforme legislative che apportarono radicali cambiamenti nel Regno di Napoli, fino allora offuscato dal potere vicereale che, dopo due secoli di governo sull’onda della politica oscurantista, aveva creato sperequazioni nella distribuzione dei carichi fiscali. L’intelligente intervento del sovrano, affiancato dal marchese pisano Bernardo Tanucci, contribuì all’espansione del progresso politico ed economico che caratterizzò tutto il Settecento napoletano.
Tornando al documento studiato e trascritto dall’Autore, esso riporta non solo la situazione finanziaria inerente ciascun contribuente, attraverso la valutazione in once dei profitti espressi in ducati, ma traccia anche in modo dettagliato un quadro chiaro della demografia ascolana: nel testo è riportato anche il numero dei residenti, quello dei forestieri, delle vedove, ecc., diviso per classi sociali e per attività, quale indispensabile ed utilissima chiave di lettura di uno spaccato del vissuto quotidiano.
Per ogni fuoco, costituito da un nucleo familiare di circa 4 o 5 unità, è calcolata una rendita pro capite di 42 carlini, a ciò sono sommate le tasse comunali previste dagli stati discussi dell’Università, ossia dai bilanci del Comune.
Alcune rendite sono soggette ad aggiornamenti annuali attraverso regole precise fissate dalla Regia Camera della Sommaria, allo scopo di fornire il metodo per la formazione della tassa. Da qui, la possibilità di conoscere dettagliatamente le situazioni patrimoniali di ciascun “contribuente”.
Non mancano, come sempre, i diritti di esenzione dalle tasse riconosciuti ai personaggi più in vista del paese. È questo il caso del duca Don Sebastiano Marulli, feudatario di Ascoli, il quale con i diritti, privilegi, e quanto altro acquisiti sui beni feudali e burgensatici, costituisce l’esempio di quella casta dotata di propri organi di rappresentanza cui tutti gli abitanti devono ubbidienza e, conseguentemente, cui sono riconosciuti sia pure in parte i diritti di esenzione dal pagamento delle tasse.
L’Autore, inoltre, non trascura di evidenziare anche l’aspetto antropologico del centro daunio fornendo, attraverso un’ampia carrellata, notizie preziose sul paese e sugli abitanti.
Il testo è infine arricchito da illustrazioni quali documenti e piante topografiche del territorio, rinvenute presso l’Archivio di Stato di Foggia, oltre ad una ricca raccolta di tabelle, un esaustivo glossario ed alle note che concludono il volume.
In definitiva è questo un libro preziosissimo che costituisce un valore aggiunto al patrimonio culturale della nostra storia.
Sulla scia del libro pubblicato nel 2004 da Marcello Ariano che parlava della tranvia di Torremaggire raccontando, in piena era futuristica, le vicende legate alla nascita ed allo sviluppo della rete tranviaria della cittadina dauna, in un volume fresco di stampa, viene oggi riproposto il tema dei trasporti ferroviari da due specialisti del settore: il geologo Salvo Bordonaro e l’architetto Bruno Pizzolante.
I due tecnici, amanti della ricerca storica con particolare riguardo al settore tecnico-scientifico, con questa ultima fatica dal titolo La Ferrovia garganica, edita per i tipi di Claudio Grenzi Editore (pp. 151, Appendice, ill. b/n e colori, Foggia 2006, s.i.p.), realizzata per celebrare il 75° anno dalla fondazione della Ferrovia garganica, frutto di anni di ricerca, hanno ripercorso una tappa indicativa di un progresso che, per molti versi, ha apportato cambiamenti importanti al sistema dei trasporti garganici.
Da quando è stata costruita la ferrovia del Gargano il treno è stato il mezzo di locomozione più usato da turisti e residenti per gli spostamenti lungo le coste. La ferrovia garganica ha segnato un’epoca di nuovi contatti sociali, culturali ed economici rendendosi interprete delle nuove esigenze di mobilità della popolazione della zona, e non solo. Essa ha rappresentato il punto di contatto con le realtà degli altri centri urbani agevolando le relazioni sociali così com’è evidenziato in quarta di copertina che recita:
«[…] Dagli ordinati vigneti del Tavoliere alla lussureggiante baia di Calenella, passando per le balze erte del Gargano occidentale, per le scenografiche trincee e gallerie scavate a fatica nella roccia, per gli interminabili rettilinei immersi negli uliveti della piana di Carpino, immergendosi infine nel fresco della pineta Marzini, non senza aver più volte salutato le assolate spiagge dell’Adriatico e i bianchi paesi arroccati sulle alture.
Poco meno di ottanta chilometri di spettacolo ferroviario per la prima concessa in Italia nata in pieno Ventennio già con trazione elettrica, che da tre quarti di secolo effettua il suo servizio forse un po’ in sordina, attendendo oggi una valorizzazione che le deriverà da alcune iniziative di modernizzazione della linea, degli impianti e del materiale rotabile. […]».
Documenti riguardanti la posa della prima pietra.
La ricerca, svolta sulla base di documenti d’archivio e di notizie tratte dalle stampe d’epoca, dimostra la capacità degli Autori di saper affrontare argomenti di sicuro interesse storiografico.
Non mancano notizie su personaggi di spicco che hanno giocato un ruolo determinante nel territorio di Capitanata per la loro competenza professionale, o figure di rilievo del vissuto quotidiano; nomi ricorrenti che hanno fatto la storia della ferrovia garganica e che resteranno per sempre legati ad essa entrando a far parte del corollario di presenze umane o di “Risorse”, come si direbbe oggi, che, con il frutto del lavoro quotidiano, hanno contribuito all’incremento della rete ferroviaria che oggi serve un bacino di utenza stimabile in circa 135.000 persone. Quota che tende a raddoppiare durante il periodo estivo per l’elevata affluenza di turisti.
Tale tratta è identificabile geograficamente con la fascia settentrionale del promontorio del Gargano, estesa da San Severo a Vieste e, grazie ad un servizio di autolinee interconnesso con la ferrovia consente un’organizzazione impeccabile.
Dalle pagine interne del volume.
Più volte, per un rilancio del servizio, è stato incrementato il parco dei rotabili, primo passo per aumentare le corse ferroviarie puntando ad offrire maggiore sicurezza e più comfort. Così dal lontano 1869, anno a cui risale il primo progetto ferroviario a firma di Antonio Maria Lombardi, ad oggi, molte cose sono cambiate e, con le Ferrovie dello Stato sempre più in crisi, la ferrovia garganica punta ad una maggiore stabilità aziendale in vista anche dell’incremento del flusso migratorio e turistico che, oggi più di ieri, punta ai massimi livelli qualitativi; è questa un’azienda sempre più in espansione, con certezze che la rendono competitiva sul mercato dei trasporti interregionali.
Nel volume non mancano racconti ed aneddoti di un vissuto quotidiano che coinvolge emotivamente il lettore facendo scorgere, attraverso lo scorrere lento delle pagine, quella vena di ironia propria delle popolazioni garganiche, abituate a vivere tout-court le tradizioni e le memorie di un passato remoto o di un futuro prossimo che ancora oggi coinvolge. Si scorge così, il lento trascorrere del tempo che non lascia spazio ad altro che ai ricordi… ricordi che a volte sfuggono impalpabili ma che si ritrovano nelle immagini d’epoca, che con le planimetrie e i documenti di vario genere rendono il testo unico nel suo genere.