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Microstorie

Norman Douglas sul Gargano

Monte Sant’Angelo tra turismo, fede e letteratura

Oggi è una delle mete spirituali più importanti d’Europa, dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO nel 2011 come parte dei “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”.

Monte Sant’Angelo accoglie ogni anno migliaia di pellegrini e turisti attratti dalla maestosità del Santuario di San Michele Arcangelo, incastonato nella roccia e meta da secoli della Via Micaelica che collega i principali luoghi di culto dedicati all’Arcangelo lungo l’asse Europa-Mediterraneo.

Ma un tempo, salire fin quassù era tutt’altro che agevole. E non sempre la suggestione dei luoghi riusciva a conquistare tutti.

Ce lo racconta, con stile tagliente e occhi da viaggiatore inglese del primo Novecento, Norman Douglas, autore del celebre “Old Calabria”, tradotto in molte lingue dopo la prima pubblicazione del 1915 a cura della casa editrice londinese Secker.

Un libro in cui racconta i suoi viaggi avvenuti tra il 1907 e il 1911 da Lucera al Salento (l’antica “Calabria”) fino ad alcune zone della Basilicata e della Calabria. 

A giudizio di molti critici, “Old Calabria”, oltre a essere un longseller, è il miglior libro che uno straniero abbia scritto sul nostro Sud. Un “libro cult” per chi ama la letteratura di viaggio.

In queste pagine, Douglas restituisce uno spaccato vivido – ironico, critico, a tratti impietoso – del Gargano e dei suoi riti religiosi, fotografando un Sud arcaico sospeso tra sacro e superstizione.

Quando l’Arcangelo non era un guerriero….  

Monte Sant’Angelo, estate 1913. Uno scrittore inglese, già affermato nell’ambiente letterario anglosassone, affronta un viaggio difficile ma suggestivo nel cuore sacro del Gargano. Norman Douglas, autore del celebre Old Calabria, salirà fino alla grotta di San Michele, lasciandoci una delle descrizioni più sorprendenti – ironiche e impietose – mai scritte su questo luogo di fede millenaria.

Dopo aver esplorato le vestigia saracene di Lucera e visitato Manfredonia, Douglas decide di salire a Monte Sant’Angelo. Il tempo, però, è inclemente. Pioggia, nevischio e un cielo minaccioso lo scoraggiano. Ma alla fine, complice una contrattazione colorita con un vetturino troppo avido (da 65 a soli 8 franchi, grazie a un sigaro!), lo scrittore parte a bordo di una carrozza lungo i ventuno tornanti che conducono al santuario.

Durante la salita, Douglas riflette: per secoli imperatori, papi e santi si sono inerpicati su questi sentieri in segno di devozione. Persino San Francesco – racconta – fu messo alla prova da quelle salite innevate. Ma il vero shock arriverà in cima.

Un culto cavernicolo

Douglas non si trattiene: il culto micaelico lo colpisce per la sua teatralità quasi pagana. I pellegrini – spesso poveri, cenciosi, coperti di fango – scendono nella grotta tra canti estatici e rintocchi ossessivi contro le porte bronzee del santuario, come a voler “svegliare” il cielo. “Il frastuono”, scrive, “farebbe pensare a un Dio duro d’orecchi”.

Quella che per molti è una sacra esperienza, per lui è una scena surreale: un’acqua incessante che gocciola sulla testa dei fedeli inginocchiati, un organo che strimpella motivi d’opera, l’odore opprimente di secoli di pellegrinaggi. “Terribilis est locus iste”, recita l’iscrizione sul portale. Douglas commenta: “Verissimo”.

Il disincanto di un viaggiatore inglese

L’Arcangelo scolpito dal Sansovino non lo convince: troppo efebico, troppo umano. “Sembra un ragazzetto in maschera”, annota con sarcasmo. Anche il Diavolo, ai suoi occhi, ha perso ogni potenza simbolica: “un vermiciattolo… quasi non vale la pena schiacciarlo”.

E infine, lo scandalo: vicino all’altare si vendono “le pietre di San Michele”. Douglas è deluso. Più che un luogo di fede, gli sembra un mercato religioso animato da superstizioni.

Una società contadina ai margini

Nel suo racconto, lo scrittore britannico non risparmia critiche alla società rurale garganica del primo Novecento: “Una vita miserabile, senza letture, sport o svaghi. Niente politica, niente giornali. Per mesi vivono in tane umide che neanche un inglese destinerebbe a un cane”.

Le visite al santuario – spiega – sono l’unica evasione per questa umanità isolata, povera e dimenticata. Una forma di “picnic spirituale”, tra fede e sopravvivenza.

Il sarcasmo come lente

Douglas guarda al Sud con la lente del viaggiatore colto, razionalista, spesso spietato. Il suo è uno sguardo esterno, eurocentrico, segnato da un sottile disprezzo di classe.

Ma Old Calabria resta uno dei ritratti più vividi – e provocatori – della spiritualità popolare meridionale a inizio Novecento. E Monte Sant’Angelo, tra le sue righe, si trasforma in un palcoscenico arcaico, affascinante e disturbante insieme.

Un luogo “terribile”, sì. Ma in senso biblico: misterioso, sovrumano, fuori dal tempo.

Chi era Norman Douglas

Nato nel 1868 a Tilquhillie, in Scozia, Norman Douglas fu scrittore, viaggiatore e osservatore acuto dei paesi del Mediterraneo. Dopo un breve periodo nel corpo diplomatico britannico, con un incarico a San Pietroburgo tra il 1894 e il 1896, abbandonò la carriera ufficiale per dedicarsi alla scrittura e a una vita più libera, trovando nell’Italia – e in particolare a Capri – la sua patria d’elezione.

L’isola azzurra divenne il suo rifugio e la cornice di molte sue opere, a partire da “Siren Land” (1911) e “Fountains in the Sand” (1912), fino al capolavoro “Old Calabria” (1915), un viaggio letterario nel Mezzogiorno d’Italia tra storia, folclore e paesaggi incantati. Il successo internazionale arrivò con il romanzo “South Wind” (1917), brillante e provocatorio, ambientato su un’isola immaginaria che ricorda da vicino Capri.

Tra le sue opere più significative si ricordano anche “Alone” (1921), “Together” (1923), “Experiments” (1925), “Goodbye to Western Culture” (1930), Looking Back (1933), “Late Harvest” (1946) e “Footnote on Capri” (1952), pubblicato poco prima della sua morte sull’isola che aveva tanto amato.

Douglas è stato un autore colto e cosmopolita, capace di fondere osservazione antropologica, ironia e sensibilità estetica in uno stile elegante e personale. Dietro il suo sottile umorismo si cela spesso una visione critica della società occidentale, che lo rende ancora oggi una figura affascinante della letteratura di viaggio e del pensiero libero del primo Novecento.

Morì a Capri nel 1952, lasciando un’eredità letteraria che continua a ispirare viaggiatori e lettori.

Teresa Maria Rauzino

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