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Il “Giornale di scavo” di Arturo Palma di Cesnola ci disvela i segreti di Grotta Paglicci

Il “Giornale di scavo” di Arturo Palma di Cesnola è stato pubblicato da Eta Beta, a cura di Angelo e Antonio Del Vecchio, per il Circolo Culturale “Giulio Ricci”.

È stato presentato in anteprima nazionale, da vari relatori, tra cui la sottoscritta, la sera del 13 Agosto 2021 a Rignano Garganico durante l’Archaeology Day.

È un testo in cui l’Autore racconta, sotto forma di romanzo, quello che in un resoconto scientifico non avrebbe mai potuto raccontare: la vita quotidiana, le gioie, gli amori, le passioni e i dolori della sua équipe impegnata nello scavo di Grotta Terlizzi (Paglicci).

Ci descrive le fasi del lavoro nel cantierino della scelta, la selezione dei reperti ritrovati nel sito archeologico più noto del Paleolitico italiano, le scoperte delle pitture parietali, il ritrovamento del fossile del ragazzo di Cro Magnon, che diventa scoop televisivo per l’Ente che finanzia l’ultimazione dello scavo (effettuato dall’Università di Siena) e la messa in sicurezza di questa preziosità.

Palma di Cesnola sintetizza, nell’arco temporale di tre mesi, un lavoro quarantennale, che ha visto impegnati vari operatori.

Ma non si limita soltanto a questo. Scava nella vita interiore di ognuno dei suoi personaggi, delineandone profili psicologici degni del miglior Pirandello.

Personaggi in cerca d’autore, quindi, che cercano in tutti i modi di evadere, ma non riescono assolutamente a sfuggire al ruolo principale a cui sono destinati dalla vita.

A cominciare da se stesso, Vittorio Apici alias Palma di Cesnola, che resta un archeologo anche nella finzione letteraria. Illuminante la citazione pirandelliana in premessa, tratta dai “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”: “Possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e ti imprigiona in essa. Vuoi ribellarti? Non puoi!”.

Una cosa insolita può fare, però, Arturo Palma di Cesnola. Può mettere a nudo i drammi interiori che anche un archeologo di fama internazionale come lui ha vissuto, scavando per anni a Grotta Paglicci. Lo fa con un’autoironia sottile, profondamente umana. “Ma scavare in fondo cos’è? – si chiede il prof. Apici- de Cesnola – Non è poi così diverso dalla vita. Bisogna abituare se stessi a uno scavo interiore. Troverai almeno un brandello di te stesso”.

Ci descrive i rapporti con i componenti della missione di scavo, che indica con pseudonimi. Il primo è Edoardo de Gilbert, il suo braccio destro, suo alter ego, precisino e pignolo come era lui da giovane, ma che spesso assurge a “maestro” troppo saccente del suo professore.

Apici- de Cesnola delinea la figura rasserenante di Luisa, la sua assistente preferita, che apprende in silenzio i segreti della sua tecnica di scavo, anticipa i suoi pensieri, innescando reconditi sogni d’amore, e attese ricambiate nonostante la differenza d’età ( 24 anni + 1, ma lui sente di avere solo quell’anno in più).

Luisa, discreta e riservata, vuole solo che lui gli spieghi il significato delle impronte delle mani dipinte nella saletta delle pitture parietali insieme alla sagoma del cavallo rampante.“Quali mani? Lo sai bene che per questo genere di quesiti ci sono mille risposte e nessuna… La mano – le spiega Apici- de Cesnola – non è una parte qualsiasi del nostro corpo. La mano è l’arto più vitale, perfetto che l’uomo possieda, un organo che sente, che fa, che pensa. Sì, anche che pensa. È talmente legata all’intelligenza, alla volontà, che si può dire ne faccia parte”.

Poi le fa una carezza, così, sul viso: “Attraverso la mano passa il piacere, l’amore, il dolore, la speranza, passa l’universo: se ti offrissi (non era una dichiarazione d’altri tempi questa?) in dono la mano, sarebbe come darti me stesso, la parte più irrinunciabile e gelosa di me”.

Luisa sorride. Forse il prof. è riuscito a farle comprendere qualcosa. Non l’autentico significato, profondamente nascosto, di una mano che 20.000 anni fa fu dipinta in rosso sul bianco della parete di una saletta quasi altrettanto profondamente incassata nel mistero. Ma almeno lo spirito di quell’atto che forse nemmeno i Paleolitici potevano interamente comprendere, e che forse ignoravano. Ma lo facevano ugualmente, sotto l’impulso di una loro interna e irresistibile tensione”.

Maria Teresa Cantimori, impiegata di banca nubile, che organizza il gruppo di volontari, è definita da Apici- de Cesnola come “la gigantessa” (alta 1,87 si muove con difficoltà durante gli scavi negli spazi angusti della Grotta), ma anche come “la pitonessa” (la sua tecnica avvolgente di comunicazione sembra anticipare “lo sfogatoio del Grande Fratello”, diventando lo “scrigno” che dovrebbe custodire i segreti di tutti, uno scrigno aperto solo a tratti al noncurante prof.).

Con la Cantimori intreccia un amore fugace (che dura il tempo di uno scavo, come tutti gli amori fuggevoli descritti nel romanzo), il giovane volontario Carlo Orlandini, che spera di diventare assistente universitario nonostante la concorrenza dei ricercatori accademici.

C’è il Berlenghi detto lo Stambecco che si avventura in scalate pericolose per risolvere i problemi tecnici della missione di scavo. Anche lui volontario per poche settimane …

C’è Rodolfo Bertini, marxista fino al midollo, appassionato di archeologia, ma nel contempo affascinato dal mistero di un frate (padre Pio), che gli è apparso in sogno e di cui, dopo il lavoro quotidiano in grotta, ricerca le tracce dei luoghi e del profumo di violette nella vicina Acquaviva (San Giovanni Rotondo).

Ma non disdegna un’altra Grotta santuario, quella dell’Arcangelo sulla cima del Monte, che ama visitare spesso. E dove ha osservato mani simili a quelle di Terlizzi incise sulle pareti: mani corte e tozze, forti, da contadino o pastore, mani affusolate, lievi e melodiose di giovani donne. Tutte portano una data. Incisa nella roccia, all’interno del contorno”.

Quando il prof. Apici si scoccia per le domande assillanti poste dai numerosi visitatori che irrompono nella grotta come i Re magi, non portando doni ma solo creando problemi (come le signore con i tacchi a spillo che inciampando mettono in pericolo la staticità delle precarie sezioni di scavo), il Bertini gli ricorda la funzione didattica e divulgatrice che anche i prof. universitari, come operatori culturali, sono tenuti a svolgere: “La Cultura è, deve essere patrimonio di tutti. Spetta a voi di saper sbriciolare un pane troppo duro per i denti dei più!”.

Don Arnaldi, frequentatore assiduo della Grotta, è anche lui portatore di tanti perché sulla religiosità dei Paleolitici, se è vicina oppure no alla nostra, dubbi che il prof Apici non scioglie, dicendo che non si possono attribuire i nostri criteri a uomini vissuti a Terlizzi quasi 25 mila anni fa.

Poi ci sono la laureanda Ciampolini e il tecnico Borgioli, che assillano, anche loro, il prof Apici con tanti “perché”:“Domande, domande. Il fatto è che le domande più terribili sono quelle che io rivolgo me stesso – si lamenta il prof – Tra le domande più imbarazzanti c’è appunto questa. Perché scavo? Perché sono digiuno, sono sempre digiuno di conoscenza. Soffro di astinenza. Se non ho la possibilità rispondere a me stesso, come potrei mai soddisfare la libidine loro?”.

È uno scavo, soprattutto interiore, troppo difficile per il prof. Apici: “Segretamente confidiamo che prima o poi scenda un uccello dagli occhi folgoranti in nostro salvamento. E aspettiamo che l’Arcangelo, la spada in pugno, approdi nella nostra Grotta a scacciarvi le ombre. Come fece secoli fa in un’altra grotta qui vicino”.

Tra i vari personaggi del romanzo c’è Jacoboni, scavatore clandestino pentito, che conosce il territorio come le sue tasche e guida l’ équipe alla scoperta della grotta delle “false statue” (presumiamo sia l’attigua Grotta dei Pilastri con stalattiti e stalagmiti imponenti); ci sono gli archeologi- baroni Bertoluzzi e Stronconi che con nonchalance fanno una ricognizione a sorpresa a Terlizzi per carpire in anteprima le scoperte di Apici; c’ è Gastaldi, un altro archeologo che ha il grave difetto di anticipare a tavolino le scoperte dei siti oggetto delle sue missioni prima ancora di effettuare gli scavi, prendendo delle madornali cantonate, con una moglie-arpia che manda in soprintendenza per bloccarne le ispezioni. Anche lui custodisce un segreto innominabile… noto a tutti.

Infine c’è il Dott. Cav. Grande Ufficiale Pasquale Andrea Cuccarollo, proprietario del terreno, che si presenta ogni anno a dare il benvenuto all’ équipe, promettendo migliorie per raggiungere il sito ed aiuti logistici.

Viene presentato come quei sovrani che dispensavano monete d’oro alla plebe adorante. Un rapporto problematico, di odio-amore perché – è questo il pensiero di Apici- De Cesnola – “una grotta di interesse archeologico non può appartenere a un privato, è di tutti, dello Stato, cioè di nessuno”.

Ma è da lui, Cuccarollo, che, un un certo senso, dipendono le sorti della missione archeologica, in quanto dà il gentile permesso di entrata al sito, cofinanzia gli scavi, fornendo la casupola distante qualche chilometro dalla grotta dove ci sono la cucina, tre posti letto e i servizi igienici in cui de Gilbert monta una futuribile, improbabile, doccia.

Nel vicino uliveto vengono issate le tende che ospitano gli altri volontari. Conviene mantenere buoni rapporti, se si vuole proseguire gli scavi a Terlizzi.Come è opportuno tenersi in contatto con il sindaco di Capriano ( Rignano) e gli altri enti finanziatori, dando loro opportuna visibilità con mostre iconografiche ed eventi mediatici.Apici-de Cesnola vive il rapporto del suo lavoro con problematicità.

Ricorda il vecchio prof. Lenzi, da cui ha imparato i segreti dello scavo archeologico. Gli ha insinuato un dubbio che gli ritorna spesso in mente: “Apici, ma lei se lo chiede mai perché ci dobbiamo prendere tanto a cuore questi ossi? Che ci importa, in fondo a noi, dell’uomo di Cro-Magnon, dell’uomo di Neanderthal, andare a frugare, a dissotterrare i fatti loro, che dopo tutto sono i fatti di ogni uomo, bello o brutto, dalla fronte più bassa o più alta, più robusto o gracile che sia. Che cosa ci spinge a farlo, Apici, me lo dice lei?”.

E accenna al gioco degli scacchi dei bambini che, seri in viso, si trastullano coi pezzi, le torri, i pedoni, il cavallo, la regina, senza conoscerne le mosse. Se qualcuno insegnerà loro le regole del gioco, non le ascolteranno, perché avranno creato un gioco a loro misura. Come gli archeologi, pronti solo ad additare i “puntolini”degli altri, ma sostanzialmente autoreferenziali.

Ma il lavoro di archeologo, nonostante la difficoltà nel reperimento dei fondi per continuare, anno dopo anno, gli scavi, è un lavoro che Apici ama profondamente, che lo coinvolge e lo appassiona. Gli fa rivivere, quando scopre reperti importanti, visioni oniriche ad alta densità emotiva.

Come in tranche, rivive i momenti che hanno segnato la vita della piccola comunità vissuta in quella Grotta. Toccante l’attesa della madre del ragazzo uscito a cacciare con gli adulti e che tarda a tornare a casa, nella Grotta.

La madre resta sveglia per notti intere, alimentando il focolare. Lo veglia notte e giorno, quando torna, durante la breve malattia.La madre gli parla, e la sua voce è come una canzone triste persa tra i monti: “In un sol giorno… in un sol giorno, figlio, la stagione delle lacrime è caduta su noi… Ma non tremare al pensiero della notte. Pregherò l’uccello della luce di non richiudere le sue ali sul mare, perché le tenebre non vengano a fasciarti, ragazzo. Non agitarti, ragazzo, tu non sei morto, sei solo ammalato, sei debole molto, tu dormi, tu sogni, tra poco ti risveglierai…”

Ma il risveglio non avviene.La madre continua a parlare al suo amato figlio:“Tra 7 giorni e 7 notti gli uomini verranno a compiere il rito che ti libera, ti cingeranno il capo di ghirlande, forse di conchiglie di mare, forse di filari di dente del grande Cervo dei Boschi. Al vento impalpabile del tuo nuovo mondo si muoveranno come una tenue sonagliera, che infonderà coraggio a te, e alle maligne potenze sgomento. Ti porteranno sul corpo le tue armi, quelle che tu stesso ti fabbricasti per essere uomo, e sono parte indissolubile di te; cospargeranno le tue membra di polvere di sole, sarai bello, così, figlio ti acconceranno come per una festa, l’ultima e più grande festa: perché degnamente tu possa presentarti là dove a me non è dato di entrare, nella Terra degli Spiriti, perché benignamente questi ti accolgano nella loro sterminata famiglia. E tu, allora, figlio, così bello e adorno e luminoso, come un albero tutto fiorito, alzati e vai fiducioso verso di loro. E non rattristarti se qui intanto qualcuno, che potrà apparirti crudele, nel partire ti lascerà una grave pietra sui piedi: lo farà affinché tu, che in vita avesti così lunghe e agili gambe, non sia tentato dalla nostalgia di traversare lo spessore intero della notte, di correre fino a noi, che in quel tempo saremo lontano. Laggiù oltre i monti. Io pure con le altre donne seguendo gli uomini, come la norma vuole. Non piangere, figlio, a questo pensiero; tutte le donne, quelle che potrebbero essere madri per te e le sorelle, e quelle che potrebbero esserti sorelle, tutte prima di abbandonarti verranno con me a portarti un fascio di fiori, e ad uno ad uno li spargeranno sul tuo corpo bambino, finché non ne sia interamente ricoperto. Il profumo di tanti fiori ti avvolgerà in una benigna nube che sarà tua, che porterai di là per sempre con te, nel mondo da cui noi siamo esclusi”.

La scena richiama alla mente (mi scusi il prof. Apici che forse troverebbe anacronistico questo mio accostamento), i riti funebri dell’area garganica dove è presente la figura della Madre che, sul letto di morte, piange il proprio figlio, descrivendolo come una persona ideale. E continua a parlare con lui, di quello che ha fatto, magnifica la bellezza del suo corpo perfetto, ne tesse le lodi, nel disperato tentativo di negare la realtà della perdita irreparabile, di accettare la realtà della morte.

Trovare i modi per “dire” il dolore attraverso parole, gesti e suoni, è il primo passo verso la sua trasformazione, il suo superamento e la reintegrazione nella realtà delle persone colpite dal lutto. Ed è l’esperienza del dolore che rende l’Addolorata, protagonista dei “Planctus Mariae’ nelle processioni del Venerdì santo, una figura cosi umana, così vicina a tutte le donne del Mediterraneo cristiano che si trovano alle prese con la sofferenza nella loro vita quotidiana.

La madre di Paglicci, nel sogno onirico di Apici-de Cesnola, nutre come Maria la speranza che suo figlio risorgerà, che continuerà, in qualche modo, a vivere:“Tu non sarai più figlio di questo grembo ma figlio del vento, dell’acqua, della luce. Sarai forse il guizzo argenteo del pesce nel torrente, o il popolo delle foglie assorte nel silenzio, o lo sguardo lungo della Luna sul nostro esule cammino. Chi potrà dirlo? Non dovrò più cercarti, né chiamarti più, figlio del vento, dell’acqua e della luce. Forse verrai tu a cercarmi, a chiamarmi; ed ogni giorno sarà il primo volo d’uccello da Levante, l’ultima favilla fuggita dalla brace di Ponente…”.

Teresa Maria Rauzino

su “Pianeta Cultura”, n 24 Anno 2021, pp 60-69, Edizioni Del Poggio

https://www.mondimedievali.it/wp-admin/post.php?post=34898&action=edit
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Neviere di Capitanata: la storia “fresca” della Puglia

Grazie alla ricerca di Lucia Lopriore, “Le neviere in Capitanata. Affitti, appalti, legislazione”( Edizioni del Rosone), questa antica pratica produttiva, documentata nei fondi dell’Archivio di Stato di Foggia, è tornata alla luce. 

In Puglia, come in Sicilia, un tempo la neve non era solo fenomeno meteorologico, ma una risorsa preziosa che alimentava economie locali e arricchiva nobili famiglie. Se in Sicilia i nobili principi Alliata trasportavano la neve di Buccheri fino a Napoli e Malta con le loro “barche da neve”, anche in Capitanata la neve veniva conservata in appositi depositi, le neviere, e distribuita dai nevaroli ai paesi circostanti. Famiglie come i Marchesi Cavaniglia di San Marco dei Cavoti detenevano la “privativa” su Foggia e i suoi feudi, gestendo un commercio che legava neve e agrumi. 

Già dall’inizio dell’Ottocento, l’illuminista vichese Michelangelo Manicone, ne “La Fisica Appula”, attestò la presenza di neviere: “A San Marco (in Lamis) è ben vero, che nella state havvi molta neve conservata ne’ boschi”. “Quanto è caldo di està il clima Sammarchese, altrettanto è rigido nella invernale stagione. Cinta essendo questa popolazione all’Est, al Nord, ed all’Ovest da eccelse aspre montagne, vi cade spesso molta neve, che vi resta molti giorni; e di qui l’algente freddo di San Marco”. Rignano Garganico aveva un clima ancor più rigido: “Giace Arignano su di una grossa e nuda rupe, ed è dappertutto circondato da un suol pietroso. Più freddo di quello di San Marco è poi nel verno il suo clima”. E Manicone raccomandava caldamente allo sprovveduto “forestiere”: “Stattene qua solo nella stagione de’ fiori!”.

Lucia Lopriore propone uno studio dettagliato, che comprende 56 comuni della Capitanata, dal Subappennino Dauno al Gargano, fino alle pianure del Tavoliere. Attraverso contratti d’appalto e documenti notarili, emerge un mondo che sembrava perduto, e che oggi può ispirare percorsi culturali e turistici. Dalle neviere, la neve veniva smistata nel Gargano Nord, dove i bianchi fiocchi non cadevano quasi mai, ma anche nei paesi in cui il prodotto locale non era sufficiente al bisogno. Le neviere erano spesso presenti negli ambienti ipogei dei palazzi. I Loffredo, signori di Sant’Agata, Bovino e Guevara ne possedevano due. La famiglia che ebbe la “privativa” della neve su Foggia fu quella dei Marchesi Cavaniglia, nobili “illuminati”, provenienti da San Marco dei Cavoti. In Capitanata detenevano i feudi di San Giovanni Rotondo e di Rodi Garganico. Già dal Settecento, mandavano i loro trabaccoli carichi di agrumi, non sappiamo se stipati anche di neve compressa, fino a Trieste. Anche nel caso della nobile famiglia rodiana, come per i siciliani principi Alliata, duchi di Buccheri, il cerchio si chiudeva, probabilmente, sul nesso: Neviere/agrumi/commercio. Un’ipotesi ancora tutta da sondare.

1956 Neve a Rodi garganico (foro Laidò)

Anche in molte masserie fortificate nobiliari sparse nel Salento, vi erano delle neviere. Una “…neviera atta a conservar la neve…” è riscontrabile presso la masseria Favarella, di Acaya, di proprietà nel 1674 del pizzimicolo di Lecce Andrea Favarella, dal quale, poi, prese il nome attuale. Una delle neviere più grandi si trova sotto il castello Carlo V, costruito dall’architetto militare Gian Giacomo dell’Acaya di Lecce. Anche Caprarica ebbe le sue neviere; una era posta, lo testimonia il Catasto Onciario del 1744, presso una casa-torre, di proprietà di Diego Brunetti, patrizio di Lecce (p. 244 del catasto). Il documento recita: “…Possiede il Palazzo con più e diverse camere superiori ed inferiori, stalle, rimesse e nivera con piccolo giardino di delizia, sito fuori l’abitato per uso proprio e del suo agente”.

La ricerca di Lucia Lopriore potrebbe essere “rilanciata” con lo spoglio dei Catasti Onciari pugliesi. Potrebbe sicuramente riservare delle sorprese.

Un trekking fra le antiche neviere

Grazie alla ricerca di Lucia Lopriore, le neviere di Capitanata non sono più solo ricordi d’archivio: sono un patrimonio da riscoprire, tra storia, economia e cultura del gusto. Un viaggio nel tempo, tra la neve conservata e il sapore dei limoni del Gargano, che potrebbe diventare un nuovo modo di vivere la Puglia.

Recuperando, ad esempio, le neviere come monumenti di archeologia industriale. Il libro della Lopriore può far loro da guida, per individuare e localizzare i siti ormai interrati. Forse nel Subappennino, a Faeto, qualche presenza c’è ancora. Come ci sarà sicuramente in qualche luogo d’altura del Promontorio del Gargano o della Foresta Umbra.

Affascina l’idea, già realizzata in certe realtà turistiche dei monti Iblei, di un “Trekking fra le antiche neviere”. Qui da noi si potrebbe creare un itinerario nell’ambito dei “percorsi” del Parco Nazionale del Gargano. Partire dalle neviere di Monte Sant’Angelo, di San Marco in Lamis, o della Foresta Umbra, di Cagnano Varano o di Vico del Gargano, per arrivare all’oasi agrumaria di Rodi, Ischitella e Vico del Gargano, unendo storia, natura e gusto.

Un trekking inedito, da proporre ai numerosi turisti alla ricerca di tour diversi da quelli incentrati su sole e mare. 

L’antica arte del sorbetto

La storia universale della sorbetteria è molto antica. Furono gli Arabi, nel IX secolo d.C., a scoprire l’effetto «endotermico» del sale sul ghiaccio, consentendo la condensazione del liquido. Il salto di qualità avvenne quando la neve, il limone siciliano, lo zucchero e il sale, uniti all’acqua, furono utilizzati per creare il “gelato”. L’inglese “ora del the” aveva il suo corrispettivo, in alcune nobili dimore del Sud Italia, specie in Sicilia, nell’ora del sorbetto, una prelibatezza gustata tra amabili conversazioni. 

Presso i nobili siciliani i maestri pasticcieri erano specializzati nella confezione di “sorbetti” a forma di arance, mele e frutta varia. Il siciliano Procopio De’ Castelli, nel 1686 fece fortuna aprendo a Parigi una gelateria. Questo alimento “unico” divenne ben presto particolarmente gradito a grandi e piccini. 

Ai tempi del “Grand Tour” i viaggiatori stranieri si appassionarono a questa risorsa tutta italiana. … E la fama del “sorbetto” si diffuse in tutto il mondo.

… Anche in Puglia. A Peschici, l’arte della gelateria è una tradizione che ha avuto riconoscimenti internazionali negli anni Settanta. D’obbligo, per i vacanzieri del turismo internazionale, la sosta al bar del maestro gelataio Rocco Tavaglione, che divenne la guida di scrittori come Francesco Rosso e di artisti come Romano Conversano.

I Tavaglione gestivano un deposito di ghiaccio a Peschici. Iniziarono producendo il fresco, inimitabile “sorbetto” con il succo e la polpa dei profumati limoni di Rodi Garganico per arrivare alle vellutate, inimitabili Creme al gusto di mandorla, di noce o di nocciola o la vellutata Crema degli angeli. Oggi prodotte da “Pina Gel” secondo le segrete ricette di famiglia.

Teresa Maria Rauzino 

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Help Torri costiere Gargano!

Per contrastare i pirati e i corsari, l’imperatore Carlo V, a partire dal 1537, dette l’avvio alla costruzione di numerose torri lungo tutte le coste del vicereame di Napoli.

Il principio difensivo di proteggersi mediante torri di avvistamento, adottato già dall’epoca romana, continuava ad essere ancora validissimo: alcune furono ricostruite negli stessi luoghi occupati un tempo da torri romane, bizantine, sveve o angioine.

Il piano difensivo, ideato dal vicerè Pedro di Toledo, fu attuato da don Pedro Afan de Ribera. Per una difesa efficiente della costa della Capitanata ravvisò la necessità di costruire dieci torri sui litorali dal Fortore a Manfredonia.

Accanto alle torri cilindriche ne comparvero di quadrate. La distanza tra le torri poteva raggiungere i 30 chilometri, nel caso di zone concave di spiaggia o di coste rocciose senza insenature; ridursi a circa 10 chilometri nel caso di costa frastagliata.

L’ubicazione delle torri avveniva in modo che esse costituissero un cordone ininterrotto: ogni torre “guardava a vista” la precedente e la successiva.

Salvo casi particolari, le torri furono costruite con grande parsimonia. Quelle costruite in precedenza dai privati oppure dalle varie Università (i Comuni), vennero espropriate dallo Stato, previo rimborso delle spese sostenute per la costruzione.

Le “Università” dovettero farsi carico del pagamento dei salari dei militi e dei cavallari in servizio presso le torri e della «feluca di guardia». I lavori di costruzione procedettero con grande lentezza.

Nel dicembre 1594 Carlo Gambacorta, marchese di Celenza Valfortore, visitò le torri costiere della Capitanata e compilò minuziose schede su ognuna di esse, oggi conservate presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Ogni scheda, oltre ad una relazione sullo stato di ciascuna torre, ne contiene la pianta, la sezione e la veduta prospettica.

Le torri erano quasi tutte quadrangolari a tronco di piramide. Il coronamento presentava per ogni lato quattro o cinque caditoie, cioè delle botole aperte in successione lungo il cammino di ronda della costruzione difensiva, e da cui era possibile rovesciare sul nemico sottostante ogni tipo di proiettile o oggetto contundente.

L’avvistamento di navi sospette veniva annunciato durante il giorno con colonne di fumo, durante la notte con l’accensione di fiaccole: il numero di fuochi era pari al numero delle imbarcazioni nemiche avvistate.

Cessato il pericolo turco, le torri costiere furono mantenute in piedi dignitosamente finché ebbero una funzione specifica: fino al secolo scorso, in qualche caso fino agli anni Cinquanta, servivano per avvistare i contrabbandieri. In seguito sono cadute in rovina.

L’abbandono è stato totale sia che fossero proprietà di privati sia che appartenessero al Demanio.

Alcune torri hanno perso il coronamento ed esso è stato sostituito con sovrastrutture più moderne. Altre, come le torri di Sfinale, Calarossa sono ridotte a ruderi.

Altre torri sono sulla via del degrado: torri poste in una stupenda cornice paesaggistica escluse dalla pubblica fruizione in quanto non è stata prevista alcuna valorizzazione, ad esempio la torre di Montepucci, che negli anni Cinquanta fu la residenza del noto pittore Manlio (Guberti).

Le Torri del Varano, di epoca sveva-angioina, stanno letteralmente crollando, nonostante Giuseppe Laganella, Beniamino Piemontese e chi scrive abbiano lanciato un forte grido di allarme, raccolto due anni fa da Paolo Pagliaro. Ci fu un’ audizione al Consiglio regionale pugliese, in presenza dell’ assessore Massimo Bray e del sindaco di Ischitella Carlo Guerra.

Vittorio Sgarbi, sollecitato dagli studiosi, fece una ricognizione due anni fa.

Nonostante una petizione popolare a favore delle Torri su change.org da parte di Alessando Rota e di chi scrive, e alcune segnalazioni al Ministero dei beni culturali e alla Soprintendenza nulla purtroppo finora si è mosso in concreto…

A parte una discutibile messa in sicurezza della Torre Piccola del Varano e la promessa di acquisto della Torre Grande da parte del Comune di Ischitella, finora non concretizzata.

Ecco le condizioni attuali delle due Torri.

Un vero peccato, visto l’importanza che queste torri ebbero un tempo e che potrebbero tornare ad avere come “sentinelle” del mare. Ricordiamo che le torri sono dei monumenti nazionali sottoposti a vincolo come tutti gli edifici storici di un certo valore e di una certa vetustà e dovrebbero essere protette e valorizzate dagli Enti territoriali sotto la cui giurisdizione ricadono. Un compito puntualmente disatteso.

La Soprintendenza ai beni monumentali della Puglia, il Parco del Gargano, la Provincia di Foggia, la Regione Puglia, e i vari comuni nel cui territorio le varie torri costiere sono ubicate, cosa intendono fare per non farle morire?

Teresa Maria Rauzino

La nostra petizione

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Rodi garganico, tra mare e agrumeti

«Rodi giace su di una scoscesa prominenza al lido del mare maestosamente aperto; questa città è circondata non già da nudi scogli, ma da folti e ridenti boschi di agrumi, in cui serpeggiano con placido mormorio argentei ruscelli d’acque dolci».

La descrizione risale a  219 anni fa, ed è del frate illuminista Michelangelo Manicone.

Rodi garganico è ancora un “paradiso” dove gli agrumi maturano per tutto l’anno: si inizia ad aprile/maggio con l’arancia bionda, la cui raccolta prosegue fino a settembre, e a Natale si raccoglie la duretta.

Le arance  del Gargano e i limoni Femminello sono riconosciuti come prodotti IGP.

I terreni sono coltivati presso le sorgenti e protetti da muriccioli in pietra calcarea o da barriere di canne che salvaguardano aranci e limoni dai venti freddi e dalla salsedine.

Questa tradizione continua a essere una componente significativa dell’identità economica del comune di Rodi Garganico, un borgo della provincia di Foggia, in Puglia, con una popolazione di 3.323 abitanti. Dal 2010 ha ottenuto il titolo di “città”. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano. Le sue spiagge, in particolare la Spiaggia di Levante e quella di Ponente, contribuiscono alla sua fama di località balneare, più volte insignita della Bandiera Blu, l’ultima nel 2024,  oltre alle “vele” di Goletta Verde di Legambiente.

Recentemente è stato costruito un porto, che sta contribuendo alla crescita del turismo nautico.

La storia

Le origini di Rodi Garganico sono antiche, con vari insediamenti preistorici e una probabile colonizzazione greca nell’ VIII secolo a.C.. Durante l’epoca romana era un porto importante. Nel corso dei secoli ha subito varie dominazioni e attacchi, tra cui la distruzione da parte degli Ostrogoti nel 485 d.C. e un assalto saraceno nel 950. Nel 1461 fu occupata dagli Aragonesi.

Il borgo antico

Situato su un promontorio roccioso, il centro storico conserva le caratteristiche di un antico borgo marinaro.

La Chiesa di San Pietro e Paolo è la più antica chiesa urbana, attualmente ubicata nel cuore del paese. Anticamente faceva parte di un convento francescano: si narra che fu edificato quando San Francesco, tra il 1216 ed il 1221, venne in pellegrinaggio presso la grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo. Differenze stilistiche ed architettoniche documentano l’ampliamento della chiesa in momenti successivi.

La Chiesa del Crocifisso fu la prima parrocchia cittadina, chiusa in seguito ai danni riportati dal terremoto del 1679 e del 1995. Un restauro che, iniziato, non è stato  completato. Dei 10 altari posti all’interno, il primo a destra è dedicato alla natività, il primo a sinistra è posto sotto una bellissima statua lignea di inestimabile valore, raffigurante Cristo Morto. Di notevole interesse sono anche i due organi, oggi ospitati nelle altre chiese di Rodi.

La Chiesa di San Nicola di Mira, finalmente aperta un mese fa dopo il restauro,

fu costruita nel 1680 e consacrata nel 1827 dall’arcivescovo Eustachio Dentice, il quale depose sulla mensa dell’altare maggiore le reliquie dei SS. Martiri Cristoforo e Teodoro.

Si venera la gigantesca statua lignea di San Cristoforo, compatrono della città, donata dall’abate Giuseppe Spinelli nel 1681.

Il Sacro Quadro del Santuario della Madonna della Libera

Come ogni anno a Rodi, dal 1 al 3 luglio, tre giorni di festa patronale sono dedicati alla Madonna della Libera.

Il santuario, un tempo abbazia extra moenia, è inglobato attualmente nel centro di Rodi Garganico. Sulla effigie della Vergine qui venerata, lo storico Michelangelo De Grazia ci ha tramandato una suggestiva leggenda.

Quando Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, fu espugnata dai Turchi nel 1453, i Veneziani in fuga dalla città cercarono di salvare le sacre icone dalla distruzione, imbarcandole sulle loro galee. Una di queste navi, giunta in direzione di Rodi, nonostante il vento favorevole, inspiegabilmente si fermò, mentre le altre proseguivano la rotta per la Serenissima. Il capitano, sorpreso, sbarcò al lido per chiedere spiegazioni agli abitanti, che non seppero dargliene.

Mentre camminava fuori le mura della città, vide il “greco pannello” della Vergine, portato in salvo nel proprio naviglio, “tenersi ritto” sopra un macigno, senza alcun supporto. La riportò a bordo. Ma la galea, nonostante il vento e le correnti favorevoli, per tutta la notte non riuscì a riprendere il largo. Il mattino seguente, il capitano scese di nuovo a terra. Nello stesso luogo del giorno precedente, e nella medesima posizione, stava ritta la sacra icona. Ritenendo ciò una chiara manifestazione del desiderio della Vergine di voler restare a Rodi, il capitano donò il quadro alla popolazione. E così finalmente poté riprendere la rotta…

De Grazia ci descrive così il sacro Quadro: «In un verde prato, tappezzato di variopinti fiori, è situato un poggiolo. Sopra di esso è seduta la Vergine, avente al sinistro braccio il bambino, che serra fra le dita un colombino, che gli lambisce la mano; ha la destra alzata, con la palma aperta per mostrare una crocetta dipinta in oro in mezzo di essa. Finissimi sono i colori della pittura, bruna la carnagione e nell’assieme si può dire un quadro raro».

GLI EX VOTO DELLA MARINERIA RODIANA

Segni vibranti dell’ancestrale culto mariano custoditi  nel Santuario della Madonna della Libera sono gli ex voto, offerti dai fedeli alla Vergine per “grazia ricevuta”,  preziose testimonianze di un’arte popolare scomparsa. Dalle pitture delle tavolette votive affiora un drammatico spaccato di vita quotidiana: i frequenti naufragi dei trabaccoli che, tra Ottocento e primo Novecento, solcavano arditamente l’Adriatico, impegnati nel redditizio commercio degli agrumi.

Venuta dal mare, la Madonna della Libera accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane dei traffici sul mare. Quando i trabaccoli carichi di agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia, i superstiti si recavano a sciogliere voti alla Madonna. Il soggetto delle tavolette votive è prevalentemente il naufragio:

 il vero protagonista è il mare, scuro, minaccioso. Alle curve delle onde corrispondono, in alto, le rotondità delle nubi, in un cielo che da scurissimo diventa sempre chiaro verso l’apparizione della Vergine.

La sagra delle arance

Il 3 maggio 2025, Rodi Garganico sarà il cuore pulsante di un evento che celebra il gusto, la tradizione e la cultura pugliese: Ia Sagra delle Arance. Durante la manifestazione, la città si animerà con visite guidate tra gli agrumeti, escursioni alla scoperta del paesaggio garganico e spettacoli folkloristici che rievocano la cultura e le tradizioni del passato. Il pubblico può assistere a show cooking e degustazioni, scoprendo i mille utilizzi delle arance in cucina, dalle ricette dolci a quelle salate.

Non mancano stand enogastronomici con prodotti tipici locali, dove gli agrumi diventano protagonisti di confetture, liquori e dolci artigianali. Un appuntamento imperdibile per chi desidera conoscere le eccellenze di Rodi Garganico.

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La festa del Convento dello Spirito Santo

Su un’amena collina da cui si gode uno splendido panorama, nel 1538 venne edificato il primo convento cappuccino del Gargano,  consacrato nel 1678 dall’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini (il futuro papa Benedetto XIII).

All’interno si può ammirare uno splendido dipinto su tela (purtroppo solo in copia) raffigurante la Madonna circondata dagli Apostoli, sul capo dei quali discende lo Spirito Santo. 

L’antica tradizione dell’ultimo sabato di Aprile vede il popolo rodiano impegnato a trascorrere una piacevole giornata primaverile nei pressi del Convento, all’insegna della religiosità, della natura, dei picnic.

Teresa Maria Rauzino

Articolo pubblicato su “L’Edicola” e sulla rivista “Diomede” nel 2025.

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Microstorie

Dolomiti lucane tra volo dell’Angelo e sposalizio del Majo

Cartoline dalle province lucane

Nel cuore della Basilicata, si levano imponenti le Dolomiti Lucane, con spettacolari guglie e sagome dalle forme inusitate. È lo scenario che racchiude i borghi di Castelmezzano e Pietrapertosa, e gli attrattori turistici: il Volo dell’Angelo, la Via Ferrata e il Ponte Nepalese.

In questi due splendidi borghi, si ha la possibilità di girare tra le abitazioni, incastonate tra le rocce, di fare suggestive escursioni storico-naturalistiche, di degustare i prodotti locali ma soprattutto godersi lo splendido panorama circostante da una nuova visuale, insolita ed emozionante. Agli occhi del visitatore, infatti, si presenta un panorama che di norma è «privilegio delle sole creature alate». Il punto di forza è la valorizzazione del Territorio, con un ricco affresco che fonde storia, paesaggio, tradizione e offerta turistica, offrendo al potenziale visitatore una panoramica avvincente. 

Castelmezzano (Castrëmënzànë), comune di 977 abitanti a 900 metri sul livello del mare in provincia di Potenza, nel 2020 ha ricevuto la bandiera arancione dal Touring Club Italiano. Inserito nel circuito dei “Borghi più belli d’Italia”, è definito come «l’anfiteatro delle Dolomiti lucane». È un piccolo gioiello incastonato tra le maestose Dolomiti lucane.

Qui la natura domina: boschi fitti, pareti di roccia grigia e un paesaggio che, al calar della sera, sembra avvolgere il paese in un cono d’ombra misterioso. Il collegamento al Parco Regionale di Gallipoli Cognato e alle attività all’aria aperta (trekking, mountain bike, arrampicata, pesca) ne rafforza il valore naturalistico.

Location per film e spot

Un  luogo davvero unico, che ha destato l’attenzione dei media internazionali: nel 2007, la rivista statunitense “Budget Travel” di Arthur Frommer incluse Castelmezzano tra le più belle località del mondo di cui non si era mai sentito parlare («The Best Places you’ve never heard of»). Nel 2017, “The Telegraph” lo inserì nella sua lista dei «19 borghi più belli d’Italia». Castelmezzano è una delle location del film “Un paese quasi perfetto” di Massimo Gaudioso e della fiction “Questo è il mio paese”, diretta da Michele Soavi, e girata sul Gargano, con Violante e Michele Placido. Nel 2018 appare nello spot dei giochi olimpici di Tokyo 2020, realizzato dalla Toyota; nel 2019 fa da sfondo per uno spot della Ducati.

Il Volo dell’Angelo

Cosa fare all’aperto? Castelmezzano è un paradiso per gli amanti dell’outdoor: passeggiate panoramiche ed escursioni attrezzate; trekking, mountain bike, cicloturismo; arrampicata sportiva su pareti di roccia; turismo equestre e pesca; raccolta di funghi in autunno.

E’ il Volo dell’angelo, attrattore di nuova concezione, che risponde ad una nuova esigenza e ad un nuovo modo di intendere il tempo libero e lo svago. Un’avventura alla scoperta della vera anima del territorio, che permette una fruizione innovativa del patrimonio ambientale. Un cavo sospeso a 400 metri d’altezza sospeso tra le vette di Castelmezzano e Pietrapertosa fa vivere, in un minuto e mezzo, il brivido del volo sopra le Dolomiti lucane. Adrenalina e panorama mozzafiato: un’emozione unica.

Una storia millenaria

Le origini di Castelmezzano sono datate tra il VI ed il V secolo a.C., quando dei coloni greci, giunti dalla costa ionica, penetrarono nella valle del Basento e fondarono un centro abitato chiamato Maudoro, cioè «mondo d’oro». In epoca longobarda e normanna, dopo le incursioni saracene, la popolazione si rifugia tra le rocce. Tra Pietrapertosa e Brindisi Montagna nasce Castrum Medianum, «castello di mezzo», da cui deriva il nome del borgo.  Dall’anno Mille al Duecento dominano i Normanni, che costruiscono un Castello, oggi visibile nei resti delle mura e in una spettacolare gradinata scavata nella roccia. Dal Medioevo all’Ottocento, il borgo passa dai De Leonardis ai De Lerma, fino alla fine del feudalesimo nel 1805. Dopo l’Unità d’Italia, il tempo è segnato dal brigantaggio e dal dramma dell’emigrazione. Ma la cultura contadina e la forza degli abitanti restano intatte.

Luoghi di interesse

Perfetto per chi cerca una fuga dal turismo di massa, il borgo di  Castelmezzano è rimasto autentico: non hotel invadenti, ma esperienze di “albergo diffuso” e B&B all’interno del centro storico. Tra i monumenti da visitare c’è la Chiesa Madre di Santa Maria dell’Olmo. Eretta probabilmente all’inizio del XIII secolo, ha subito vari restauri. Dopo il terremoto del 1857,  nel 1870 fu ampliata con tre navate, campanile e nuovi altari, grazie anche alle offerte degli emigranti degli Stati Uniti. Custodisce opere d’arte sacra, tra cui le statue della Madonna dell’Olmo e dell’Ascensione e quattro campane datate dal 1666 al 1948.

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La Cappella del Santo Sepolcro è una delle più antiche, di probabile origine bizantina (XI secolo). Luogo tradizionale del Venerdì Santo, ospita la statua lignea della “Madonna dell’Ascensione” legata a una leggenda miracolosa. La Cappella della Madonna dell’Annunziata, forse del XVIII secolo, è situata nella parte alta del paese. Simbolo dei moti risorgimentali del 1860, vi si celebravano riti antichi come il “compare”.

Le tradizioni popolari e la Festa del Majo

Il borgo si racconta con riferimenti alle credenze popolari. Tra i racconti antichi resistono i “magiari”; il “munaciedd” che spaventava i bambini e il “pummunar”,  il lupo mannaro: tracce vive di un folklore antico. Tradizioni e feste sono eventi caratterizzanti, capaci di mobilitare i residenti ma anche di attirare un turismo curioso e rispettoso: il falò del sabato santo (rituale comunitario con musica popolare, “troccole” e legna raccolta dai ragazzi per un grande falò in piazza); la sagra della quagliata (festa rurale della prima domenica di maggio dedicata alla Madonna del Bosco, con musica, giochi e produzione del formaggio tipico); estate castelmezzanese (con spettacoli teatrali, concerti, cinema all’aperto e sagre). Si prosegue il 19 agosto con la festa di San Rocco (solenne processione, banda musicale e fuochi d’artificio in onore del santo patrono).

Ma è il 12 e 13 settembre, durante la festa di Sant’Antonio, che si svolge uno dei riti arborei più spettacolari della Basilicata: la “La Festa del Majo” o “Sposalizio degli alberi”. Clou dell’evento è il trasporto di un lungo tronco di cerro, scelto e tagliato dai boscaioli, e trasportato fino al paese da coppie di buoi. Giunto a destinazione, il tronco viene innalzato dopo aver “sposato” “la cima”, un agrifoglio trasportato a spalla dai giovani più robusti del paese. Il maggio è così pronto per essere “scalato”, in un rituale propiziatorio di fertilità, che si conclude con lo “sparo” della cima da parte dei cacciatori locali.

I sapori del borgo

I piatti tipici aggiungono un tocco autentico all’esperienza del visitatore. A Castelmezzano la cucina è semplice e genuina, con piatti legati alle stagioni e alle tradizioni contadine: i “crostole” (dolce fritto tipico); l’agnello alle erbe; il capretto con patate alla brace; la salsiccia (preparata secondo antichi metodi, legati al ciclo dell’anno agricolo). Il 13 dicembre, in onore di Santa Lucia, si prepara la “cuccia”: un piatto a base di fave, ceci, grano e cicerchie, benedetto e offerto a tutti i presenti.

Teresa Maria Rauzino

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Microstorie

San Paolo Civitate, lungo il sentiero della transumanza

Cartoline dalla Puglia

Un cammino millenario nel cuore della Capitanata dove storia, fede e natura si intrecciano lungo l’antico Tratturo L’Aquila-Foggia Dalle rovine di Civitate, alle tracce albanesi e ai sapori della tradizione pastorale, un patrimonio UNESCO da riscoprire a passo lento

San Paolo di Civitate (FG)

Nel cuore della Capitanata, al confine tra Molise e Puglia, si snoda uno dei più affascinanti tratti del Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, noto come «Tratturo Magno». Un cammino millenario, ancora ben leggibile sul terreno, che unisce paesaggi e cultura, ma anche le tracce vive della transumanza, della fede e di antiche città scomparse. La transumanza, riconosciuta nel 2019 come patrimonio culturale immateriale dall’Unesco, non fu soltanto un’attività economica, ma un vero e proprio sistema di vita che generò ricchezza, identità e coesione sociale. Lungo i Tratturi si costruirono borghi, conventi, chiese, palazzi, che ancora oggi testimoniano la vitalità di quei territori. In un’epoca segnata da crisi ambientali e spopolamento, la transumanza si rivela risorsa viva per un futuro sostenibile, in cui passato e innovazione si incontrano lungo le vie del cammini.

Il Fortore e i suoi segreti

Partendo dal Ponte di Civitate, sul fiume Fortore, si attraversa un autentico museo a cielo aperto. Qui il tratturo conserva intatta la sua forma originaria: una via erbosa che racconta secoli di passaggi di greggi e di uomini, di riscatti e di preghiere.

Il fiume Fortore, con il suo lento scorrere, accompagna i primi passi degli escursionisti come Carlo Finocchietti, che nel suo blog «Camminare nella storia» ha descritto magistralmente questo percorso.

Un tempo guado cruciale per i pastori in marcia verso la Puglia, oggi conserva tra la vegetazione le rovine di un antico ponte romano, testimonianza della sua centralità nei traffici dell’Italia meridionale. Sulle rive del Fortore, un percorso naturalistico-didattico costeggia la Riserva naturale e il bosco di San Marzano, guidando i visitatori in un’oasi di biodiversità. Qui, la storia e la natura si toccano con mano, con passeggiate naturalistiche, osservazione della flora e dei percorsi pastorali.

La Taverna di Civitate e la “Pannetta” dei pedaggi (1731)

Sulla riva destra del Fortore, il tratturo incontra uno dei suoi luoghi simbolo: la Taverna di Civitate. Costruita come caserma nel XV secolo per volere di Alfonso d’Aragona, divenne punto di sosta e ristoro per i viandanti e infine stazione per la riscossione dei pedaggi. Oggi in rovina, è visitabile solo esternamente.

Murata accanto al portale, è visibile un’epigrafe del 1731 con le tariffe da pagare per il passaggio di greggi e merci sul Fortore. Il ponte e la “pannetta” relativa non avevano a che fare con la Dogana della Mena delle pecore, ma si trattava di un diritto proibitivo del feudatario, un Gonzaga di Guastalla. Ogni pastore doveva registrarsi e pagare un tributo per accedere ai pascoli di Capitanata.

Un documento di grande valore storico che fissa, tra l’altro, il pedaggio per ogni cento pecore (tre carlini); vacche (cinque); e persino per «salme di cipolle». 

Singolare la precisazione: «per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna».

Luoghi di fede lungo la via della transumanza

Accanto alla Taverna si trova la piccola chiesa rurale della Madonna del Carmine, oggi purtroppo lesionata. Un tempo luogo di sosta e preghiera per i pastori, testimonia la devozione popolare lungo i tratturi.

Poco più avanti, la cappella della Madonna del Ponte è ancora custodita dai fedeli del luogo. Un’altra tappa importante è la chiesetta tratturale della Madonna di Belmonte, legata al culto mariano e all’antico gemellaggio tra i due territori: la Madonna era portata in processione dai pastori abruzzesi di Belmonte del Sannio fino in Puglia.

Torre di Civitate e i resti dell’antica città medievale

Il percorso si fa più impegnativo nei pressi dei colli Liburni. Il tratturo si restringe fino a diventare un sentiero ripido. Ma la fatica è ricompensata: in cima, sull’altopiano a est del paese, si erge la medievale Torre di Civitate, solitaria e maestosa, che domina tutta la valle del Fortore, punto di passaggio delle greggi in arrivo dalla montagna. Un tempo campanile e cripta funeraria, è l’ultimo resto della città fortificata di Civitate, fondata dai Bizantini e fiorente fino al XIV secolo. La città sorgeva lungo il tratturo; la sua decadenza fu seguita dalla trasformazione dell’area in pascoli per le greggi transumanti. Oggi, tra campi e pascoli, la Torre è la sentinella silenziosa di un passato dimenticato.

L’eredità della Daunia, di Roma e degli Albanesi a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Magno non è solo Medioevo. Il «cammino» tocca i resti di Tiati, antichissimo insediamento dei Dauni, poi municipium romano col nome di Teanum Appulum. Poche tracce sul terreno, ma il patrimonio è stato raccolto e valorizzato nel Museo Archeologico di San Paolo di Civitate, all’interno del chiostro dell’ex convento di Sant’Antonio da Padova. Un luogo che racconta l’importanza storica di quest’area e il contesto storico-geografico in cui si è sviluppata la transumanza, con sezioni su Tiati/Teanum Apulum, il mondo dauno, la romanizzazione e il Medioevo.

Ma la storia non finisce qui.

Nella seconda metà del XVI secolo, 40 famiglie albanesi di rito greco in fuga dall’invasione ottomana trovarono rifugio nel Sud Italia, stabilendosi anche nel casale di San Paolo, in Capitanata. Provenivano in gran parte da Torremaggiore e Civitate, dove vivevano in condizioni precarie e poco integrate.

Il 17 maggio 1573, grazie a un accordo con il feudatario Cesare I Gonzaga, ottennero il permesso di fondare un nuovo insediamento attorno all’antico monastero di San Paolo. Altre famiglie si aggiunsero negli anni successivi, inclusi i superstiti della decadente Civitate, dando vita a una comunità mista ma solidale, legata alle tradizioni bizantine, frutto dell’incontro tra profughi balcanici e un territorio in cerca di rinascita.

I Gonzaga favorirono l’insediamento, offrendo terreni e autonomia in cambio di stabilità e crescita demografica. Tuttavia, nel tempo, la Chiesa cattolica impose il rito latino, cancellando gradualmente l’identità arbëreshe.

Eventi enogastronomici da non perdere

La Fiera di San Paolo è un evento dedicato a prodotti bio e a km0: asparago, olio, vino, porchetta, vino «Nero di Troia». Ottima occasione per assaggiare prodotti locali, partecipare a cooking class e conoscere la cultura gastronomica del territorio. La Sagra del Torcinello Sanpaolese è invece una festa dedicata al torcinello (interiora d’agnello alla brace). Un’esperienza culinaria autentica, sapori forti e genuini legati alla tradizione pastorale.

Un patrimonio da riscoprire

Il Tratturo Magno è molto più di un sentiero: è una linea del tempo incisa nella terra, che unisce la transumanza alla spiritualità popolare, l’archeologia alla memoria rurale. Lungo queste vie erbose, si è costruita nei secoli un’economia diffusa e sostenibile, una cultura mobile e inclusiva, un’identità territoriale fondata sulla resilienza e sull’incontro. È un’eredità fragile ma ancora viva, che attende di essere camminata, raccontata e soprattutto tutelata. In un’epoca in cui il turismo lento e sostenibile cerca nuovi orizzonti, questo tratto di tratturo, da Civitate a San Paolo, è una via verde che sa emozionare, insegnare e far riflettere. Un viaggio nel tempo che comincia … con il passo di un cammino.

Teresa Maria Rauzino

su “L’Edicola”

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Microstorie

Craco, quel borgo fantasma abitato di storie e personaggi

Cartoline dalle province

Craco (Cràchë in dialetto locale) è un comune di 587 abitanti della provincia di Matera in Basilicata. Fondato intorno al 540 a.C. da coloni greci, ha vissuto secoli di prosperità, diventando un importante centro strategico militare durante il regno di Federico II.  Il torrione domina la valle dei due fiumi che scorrono paralleli, il Cavone e l’Agri, via privilegiata per chi tentava di penetrare l’interno.

Craco ha subito una serie di disastri naturali: frane, alluvioni e terremoti hanno portato all’evacuazione completa della popolazione nel 1980. L’esodo forzato iniziò negli anni Sessanta, quando il borgo contava quasi 2000 abitanti. Parte degli abitanti si spostò a valle, in località “Craco Peschiera”, ove fu trasferita la sede comunale.

il borgo, paradossalmente, è diventato più famoso come paese fantasma di quando era abitato. L’abbandono improvviso ha preservato il borgo, che oggi si presenta quasi intatto nella sua suggestiva bellezza con le  strade deserte, gli edifici in rovina e il paesaggio circostante dominato dai calanchi lucani.  Qui sembra che il tempo si sia fermato in un’atmosfera surreale, dove il silenzio è rotto solo dal volo e dal garrire degli uccelli.

Rappresenta una testimonianza affascinante della storia e della resilienza delle comunità italiane, offrendo ai visitatori un’esperienza unica tra le sue rovine cariche di mistero e bellezza.

E’ talmente particolare da essere stato inserito nel 2010 dalla World Monuments Fund nella lista dei monumenti mondiali da salvaguardare. WMF è un’organizzazione non profit con sede a New York, fondata nel 1965.

Grazie a donazioni e a raccolte di fondi, WMF coopera con i governi e le comunità locali per salvaguardare e conservare manufatti architettonici storici e siti di rilevanza storico-culturale in tutto il mondo, attraverso il lavoro sul campo, la promozione, la concessione di borse di studio e fondi per l’educazione e l’addestramento di esperti in loco.

A partire dal 2011, è possibile visitare Craco attraverso percorsi guidati istituiti dal Comune, permettendo ai visitatori di esplorare in sicurezza gli angoli più suggestivi del borgo.

Per chi desidera visitare Craco, è consigliabile informarsi sulle modalità di accesso e sulle visite guidate disponibili, in quanto l’area è soggetta a restrizioni per preservarne l’integrità, oltre che per motivi di sicurezza. 

La storia

Craco ha origini antiche, con tracce risalenti all’VIII secolo a.C.. Fu probabile rifugio di coloni greci di Metaponto, che si trasferirono in territorio collinare per sfuggire alla malaria che imperversava nella pianura.

Successivamente fu un insediamento bizantino, dove nel X secolo i monaci basiliani favorirono lo sviluppo agricolo.

La prima citazione del nome risale al 1060, quando il territorio fu sottoposto all’autorità dell’arcivescovo Arnaldo di Tricarico, che lo chiamò «Graculum», ovvero “piccolo campo arato”.

 Nel Medioevo, sotto i Normanni, divenne un centro militare strategico, con una struttura urbana che si espanse attorno a un torrione. Nel 1276 Craco divenne sede di una universitas. Nel XV secolo,  si espanse intorno a quattro palazzi:

Palazzo Maronna, vicino al torrione, con ingresso monumentale in mattoni e con grande balcone terrazzato.

Palazzo Grossi, vicino alla chiesa madre, con un alto portale architravato, i piani superiori con volte a vela e decorati con motivi floreali o paesaggistici racchiusi in medaglioni, finestre e  balconi con ringhiere in ferro battuto.

Palazzo Carbone, costruito a fine Quattrocento, fu rinnovato e ampliato nel Settecento.

Infine il Palazzo Simonetti.

Craco fu feudo di diverse famiglie nobiliari, tra cui i Sanseverino e i Vergara.

La resistenza ai Sanfedisti e al brigantaggio

Nel 1799, Craco partecipò attivamente ai moti della Repubblica Partenopea, movimento rivoluzionario di ispirazione giacobina, represso nel sangue dalle forze sanfediste guidate dal cardinale Ruffo. Questo primo episodio di ribellione segnò l’inizio di una lunga e travagliata storia di resistenza e coinvolgimento nei grandi conflitti politici e sociali che attraversarono il Mezzogiorno.

Dopo l’Unità d’Italia, Craco – come molti altri centri lucani – fu coinvolto nel fenomeno del brigantaggio, una guerra civile alimentata dalla delusione verso il nuovo Stato unitario e dal desiderio di restaurazione borbonica. L’8 novembre 1861, la banda di Carmine Crocco e del catalano José Borjès, dopo aver occupato e saccheggiato Salandra, si diresse verso Craco.

Secondo il racconto di Crocco, il loro ingresso nel paese fu accolto pacificamente: «A mezza via una processione di donne e fanciulli con a capo il curato Colla Croce […] venivano a chiedere clemenza per il loro paese e clemenza fu accordata».

Tuttavia, la versione di Borjès, riportata nel suo diario, suggerisce un quadro più complesso: «La popolazione intiera ci è venuta incontro; e malgrado di ciò, avvennero non pochi disordini». Queste discrepanze rivelano l’ambiguità delle testimonianze coeve e la difficoltà di ricostruire con esattezza le dinamiche di quegli eventi.

A confermare il clima di instabilità è anche il racconto del militare del Regio Esercito Giuseppe Bourelly, che, dopo la partenza della banda per Aliano, trovò Craco «saccheggiato e nel massimo disordine». Questi episodi testimoniano non solo il passaggio violento delle bande, ma anche la vulnerabilità delle comunità locali, spesso strette tra repressione statale e occupazione brigantesca.

In questo contesto si distinse Giuseppe Padovano, detto Cappuccino. Ex soldato borbonico, si diede alla macchia dopo l’Unità e divenne uno dei briganti più noti della zona tra Craco e Pisticci. Il suo soprannome derivava dalla frequentazione giovanile del monastero di Craco, dove aveva ricevuto una buona istruzione. In un ambiente dominato dall’analfabetismo, la sua cultura lo rese una figura carismatica. Non fu solo un predone, ma un simbolo di resistenza armata, la cui vicenda personale incarnò le contraddizioni dell’Italia postunitaria.

Set amato da registi di fama

Craco è un borgo fantasma, spettrale, noto per essere stato scelto  come location per importanti set cinematografici. Diversi registi non hanno resistito al fascino di questa terra e l’hanno immortalata nei loro film: ad esempio ne “La passione di Cristo” (2004), Craco fu scelta da Mel Gibson come sfondo per la scena dell’impiccagione di Giuda. In “Cristo si è fermato a Eboli” (1979) Francesco Rosi vi ambienta l’arrivo di Carlo Levi al primo confino di Gagliano. 

Altri film in cui appare Craco sono:“La lupa” (1953) di Alberto Lattuada; “Il tempo dell’inizio” (1974) di Luigi Di Gianni; “King David” (1985) di Bruce Beresford; “Oddio, ci siamo persi il papa” (1986) di Robert M. Young; “Il sole anche di notte” (1990) di Paolo e Vittorio Taviani; “Ninfa plebea” (1996) di Lina Wertmuller; “Terra bruciata” (1999) di Fabio Segatori; “Nativity” (2006) di Catherine Hardwicke; “The Big Question” (2004), diretto da Francesco Cabras e Alberto Molinari; “Agente 007 – Quantum of Solace” (2008), regia di Marc Forster, con Daniel Craig e Giancarlo Giannini; “Un medico di campagna” (2012)di Luigi Di Gianni; “Ci vediamo domani” (2013) di Andrea Zaccariello; “Montedoro” (2015) di Antonello Faretta e “France” (2021) di Bruno Dumont.

Rocco Papaleo, lucano, protagonista oltre che regista del film “Basilicata coast to coast”, (2010), ha affermato che Craco “non ha retto la modernità, anche se a noi piace pensare che l’ha rifiutata”.

Il sogno ispirato al film cult di Papaleo è diventato realtà: un itinerario escursionistico attrezzato lungo 167 km. Otto giorni a piedi (o in bici) attraversando 13 borghi, da Maratea a Nova Siri. Un viaggio lento, autentico, tutto lucano. Tra natura, sapori e cultura.

Teresa Maria Rauzino

su L’Edicola 11 maggio 2025

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Microstorie

Aliano: dove la letteratura incontra l’anima del paesaggio

Aliano è un piccolo borgo di 838 abitanti in provincia di Matera in Basilicata.

Costruito su un colle argilloso a 555 metri di altezza, domina la Val d’Agri e del torrente Sauro. Nel suo territorio sono presenti numerosi calanchi, spettacolari pendii creati dall’erosione di rocce argillose, con scarsa copertura vegetale.

Dal 2018 ricandidato ogni anno a “Capitale italiana della Cultura”, è un vero scrigno di storia, arte e natura: da oltre vent’anni rappresenta un esempio di recupero ambientale e di sviluppo responsabile e sostenibile del territorio.

Aliano è noto per essere stato il luogo di confino dello scrittore Carlo Levi, che proprio qui ambientò “Cristo si è fermato a Eboli”. Le sue strade raccontano ancora oggi una storia di resistenza, cultura e identità. Aliano riesce a trasmettere il fascino profondo di un luogo dove la storia e la letteratura si intrecciano con la vita quotidiana e la cultura contemporanea. Un dialogo costante tra memoria e futuro: dai segni lasciati da Levi, al fermento del Festival “La Luna e i Calanchi”, ideato dal poeta Franco Arminio, che trasforma il borgo in un laboratorio a cielo aperto di paesologia, arte e incontro umano. Un luogo che non è solo fisico, ma anche simbolico. Tra i vicoli, i murales, le testimonianze degli abitanti e il paesaggio quasi lunare, ogni visitatore scopre un luogo che non si dimentica: autentico, poetico, potente.

La storia

Il nome Aliano deriva dal latino Praedium Allianum, cioè podere di Allius, un patrizio romano. Sin dall’antichità, il suo territorio fu centro importante di scambi tra la civiltà greca, etrusca ed enotria, come testimonia la scoperta di una necropoli risalente ad un periodo tra il VIII ed il VII secolo a.C., contenente più di mille tombe e numerosi reperti, ora custoditi nel Museo della Siritide di Policoro.

Nell’VIII secolo le diverse grotte scavate nelle rocce sedimentarie di origine alluvionale ubicate nella zona di fosso San Lorenzo, già abitate in età preistorica, ospitarono numerosi monaci basiliani sfuggiti alle persecuzioni iconoclaste in Oriente.

I primi documenti in cui viene ufficialmente citato Aliano sono datati al 1060, anno in cui risale una bolla papale che attribuiva al vescovo di Tricarico l’amministrazione del borgo.

Aliano fu feudo di diverse famiglie, tra cui i Sanseverino, i Carafa ed i Colonna.

Luoghi d’interesse

I monumenti religiosi, i musei e le tracce del passato medievale e greco-italico di Aliano sono ben documentati, con riferimenti puntuali e stimolanti. 

Tra i luoghi d’interesse vi è la Chiesa di San Luigi Gonzaga, edificata nel XVII secolo. A navata unica, ospita delle tele coeve di ispirazione caravaggesca attribuite a Teresa del Po, Carlo Sellitto e Antonio Sarnelli (della scuola di Luca Giordano di Napoli).  Il presbiterio presenta un altare barocco e una statua lignea della Madonna Immacolata del XVIII secolo. Nella chiesa si trova anche una Croce Astile processionale del 1573, e una statua lignea di Madonna col Bambino del XV secolo, proveniente dalla chiesa di San Giacomo. 

Da visitare la chiesa di San Giacomo Maggiore in via Stella, il Santuario della Madonna della Stella in posizione panoramica, il Museo della Civiltà Contadina, con affreschi e oggetti rurali. Sosta obbligata al Museo storico Carlo Levi, che documenta il periodo di confino dell’artista e scrittore, includendo anche la casa dove visse.

Infine merita una visita il bel presepe artistico di Franco Artese, esposto a Roma ad Assisi e in tantissime parti del mondo, oggi in pianta stabile ad Aliano.

Luogo del cuore di Carlo Levi 

«Da qui tutto è lontano, ma tutto si raggiunge con un abbraccio, una stretta di mano. (…)

Spalancai una porta-finestra, mi affacciai a un balcone, dalla pericolante ringhiera settecentesca di ferro e, venendo dall’ombra dell’interno, rimasi quasi accecato dall’improvviso biancore abbagliante. Uscivo spesso nelle belle giornate, a dipingere: ma lavoravo soprattutto in casa, nello studio o sulla terrazza dove il cielo era immenso, pieno di nubi mutevoli: mi pareva di essere sul tetto del mondo, o sulla tolda di una nave, ancorata su un mare pietrificato». Così Carlo Levi descrive Aliano nel romanzo “Cristo si è fermato ad Eboli” (1945), rendendolo un luogo simbolico del Mezzogiorno italiano. Il riferimento continuo al romanzo e alla permanenza dell’autore conferisce al paese un’aura quasi mitica, che lo eleva da semplice borgo a “luogo dell’anima” italiana.

Carlo Levi durante il regime fascista, negli anni 1935-36 fu condannato al confino in Basilicata (chiamata, ufficialmente, Lucania) per la sua attività antifascista. Trascorse un periodo prima a Grassano e successivamente ad Aliano (che nel libro viene chiamata Gagliano, imitando la pronuncia locale), dove ebbe modo di conoscere la realtà di quelle terre e della sua gente. Durante il confino ad Aliano, su richiesta dei poveri del luogo, Levi esercitò gratuitamente la sua professione di medico, venendo a conoscenza in modo diretto delle misere condizioni della comunità.

Lo scrittore nelle sue ultime volontà espresse quella di essere seppellito ad Aliano «tra i suoi contadini». Nel paese sono ancora intatti tutti i luoghi descritti nel romanzo e nei vicoli sono impresse alcune frasi simbolo del libro. Levi ebbe qui l’occasione di scoprire un’altra Italia che era, appunto, quella contadina del Mezzogiorno.

Il Festival

Scriveva nell’estate 2024 il poeta e scrittore Franco Arminio, annunciando l’evento: «La luna e i calanchi è un festival che vuole raccogliere intorno a un luogo preciso il meglio delle tensioni civili e artistiche che si sprigionano intorno al Mediterraneo interiore, con una particolare attenzione a quello che accade in Lucania e nel borgo raccontato da Carlo Levi come simbolo di un Sud che costruisce nuove storie legate a un nuovo rapporto con il paesaggio. Come ogni anno, le cose che accadranno saranno molte di più di quelle previste dal programma. Perché la festa è di chi viene a farla, ad Aliano non si assiste a una serie di spettacoli, si sta dentro una cerimonia di poesia e impegno civile, si sta dalla parte del paese, si avverte il sacro che sta nelle terre che non si sono consegnate alla globalizzazione dello sfinimento».  

Il Festival, ideato da Franco Arminio e patrocinato dal Comune di Aliano con la Regione Basilicata,  la Provincia di Matera e il Parco Letterario Carlo Levi, si svolgerà dal 19 al 23 agosto. Rappresenta un perfetto esempio di come si possa fare cultura nei piccoli centri, con spirito di accoglienza e condivisione. L’approccio della “paesologia” arricchisce il racconto di una dimensione filosofica e civile. La valorizzazione del territorio e del paesaggio dei calanchi diventa vivida e poetica. I calanchi diventano quasi protagonisti del racconto. La loro potenza evocativa è forte. Il paesaggio è narrato non solo come elemento geo-fisico, ma come parte integrante della memoria e dell’immaginario collettivo.

Il Festival  emerge come un modello virtuoso di cultura partecipata e impegno civico, dove il visitatore non è spettatore ma parte attiva. L’intreccio tra eventi artistici, spiritualità e attaccamento alla terra è comunicato con passione. Una sorta di adozione collettiva di un paese nello spirito della “paesologia”. Fotografi, scrittori, pittori, registi, musicisti lasciano ogni anno una traccia artistica del loro passaggio nel paese del Cristo si è fermato a Eboli. La viva partecipazione degli abitanti del luogo e dei visitatori aggiunge autenticità e calore umano, mostrando un paese vissuto, amato, partecipato e non solo “raccontato”. Il festival di Aliano è la dimostrazione di come la Cultura possa generare economia.

Teresa Maria Rauzino

su “L’Edicola” del 4 maggio 2025

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Microstorie

I tre Papi pugliesi

La Puglia diede i natali a tre Pontefici di Santa Romana Chiesa 

Benedetto XIII

La Puglia può essere considerata terra di radicata religiosità, culla di Santi. Ma si conferma, nella sua radicata religiosità, anche terra di Papi, avendone dati ben tre alla Santa Romana Chiesa. Lo ha documentato lo storico Matteo Fantasia, nel  volume “I Papi Pugliesi” (Schena editore, 1987), portando alla luce una verità sconosciuta al grande pubblico.

Bonifacio IX  (Pietro Tomacelli), nato a Casarano in Salento, fu papa dal 1389 al 1404; Innocenzo XII (Antonio Pignatelli), nato a Spinazzola, dal 1691 al 1700; Benedetto XIII (Vincenzo Maria Orsini), nato a Gravina di Puglia, dal 1724 al 1730.

Questi tre Pontefici pugliesi hanno lasciato un’impronta notevole nella storia della Chiesa cattolica, contribuendo in modo significativo al suo sviluppo. Furono protagonisti delle sue vicende, talora turbinose. 

Bonifacio IX fu Papa durante lo Scisma d’Occidente. Salito al soglio pontificio a soli 45 anni, i giudizi storici su di lui sono contrastanti. Negativi: cultura limitata, superficialità e favoritismo familiare (fu tacciato di nepotismo, simonia). Positivi: Fliche, Martin e Castiglione lo descrivono come giovane, casto, desideroso di pace e carità.

Bonifacio IX

Il recupero e la riabilitazione della sua memoria storica sono avvenuti grazie al vescovo Antonio Sanfelice (1717), uno dei più illustri pastori della diocesi di Nardò. Correva l’anno 1717 quando, durante la sua visita pastorale, per ricordare il battesimo di questo illustre figlio salentino “ordinò che fosse rinnovato il ricordo quasi distrutto dell’ottimo principe che immortalmente meritò dell’orbe cristiano e della Chiesa”, facendo sostituire l’epigrafe quasi distrutta dal tempo, che era stata apposta tre secoli prima. Dice l’iscrizione, tradotta dal latino: “(…) Fermati o forestiero e ammira il decoro di questo tempio: qui Bonifacio IX Tomacelli pontefice massimo nato da genitori signori dell’uno e dell’altro Casarano col sacro battesimo fu purificato; questa chiesa primieramente venerò come madre colui che poi in Terra fece le veci del sommo Dio“. 

Papa Innocenzo XII, nato Antonio Pignatelli, si contraddistinse per una brillante carriera ecclesiastica: sacerdote dell’ordine dei Gesuiti, con laurea in diritto canonico e civile,  

La sua preparazione teologica e giuridica consentì a molti pontefici di averlo stretto collaboratore, soprattutto nelle questioni difficili da dirimere. Fu ambasciatore e fine diplomatico, nunzio apostolico a Varsavia e Vienna. Purtroppo, questa carriera che sembrava essersi avviata verso una folgorante ascesa, fu interrotta quando Clemente X, papa Altieri, nominò Pignatelli vescovo residenziale a Lecce, dove restò per 12 anni. Del suo episcopato in terra leccese si ricordano alcune importanti opere destinate alla cattedrale: tre porte nuove realizzate a sue spese, il restauro della campana grande e la dotazione di ricchi paramenti sacri e di due paliotti d’argento. Il suo ricordo fu sempre esaltato, tanto che alla sua morte, avvenuta il 28 ottobre del 1700, proprio a Lecce furono celebrate solenni esequie. 

Pignatelli fu Legato pontificio a Faenza e a Bologna, ma fu Napoli (dove operò come vescovo dal 1686 per quattro anni,  facendo emergere le sue doti di attento conoscitore delle problematiche politiche), la sede che lo lanciò per l’ascesa alla carica più importante e più prestigiosa nella vita della Chiesa.

Dopo lunghi mesi di conclave, ben sei, il 12 luglio 1691, Antonio Pignatelli divenne il successore di Pietro. Non fu eletto all’unanimità, ma si mostrò all’altezza del compito, seppe dare prova di governo, combattendo il nepotismo e ogni forma di corruzione e di sopruso nei confronti dei poveri, nominando un avvocato che prendesse le loro difese. La sua attenzione verso gli ultimi si concretizzò, inoltre, con la ristrutturazione dell’orfanotrofio San Michele a Ripa a Roma, che ampliò in modo da poter accogliere ed ospitare 300 ragazzi tolti dalla strada e avviarli al lavoro. 

Innocenzo XII

Innocenzo XII morì il 27 settembre 1700, durante il Giubileo del 1700. Il processo di canonizzazione per portarlo agli onori degli altari fu ostacolato da motivi politici (aveva avuto degli scontri violenti con Luigi XIV a causa del gallicanesimo).

Papa Benedetto XIII, nato Pierfrancesco Orsini; divenuto domenicano come Vincenzo Maria, vestì l’abito domenicano contro la volontà della famiglia. Fu nominato cardinale a 22 anni. Vescovo di Manfredonia, Cesena e Benevento, si distinse per l’impegno sociale e per  la creazione dei “Monti frumentari” (banche del grano). 

Il giornale di Napoli «Avvisi Pubblici» n. 27 del 4 luglio 1724 annunciò così la nomina di Orsini al pontificato: «E’ stato tale e tanto il giubilo inteso dalla Cittadinanza dello stato di Solofra per la esaltazione al soglio Pontificio del di loro primo natural Padrone, oggi Sommo Pontefice, che per dieci giorni continui quel pubblico lo manifestò con estraordinaria allegrezza facendo vedere pareggiare la notte col giorno per la quantità ben grande de’ lumi, ed altri fuochi di gioia accesi nelle publiche strade, e nei palagi, in molti dei quali vedevasi esposto il ritratto di S. Santità, e facendo sentire un continuo rimbombo di mortaretti, salve d’archibuggi, e di varie sorti di fuochi artificiali».

Vissuto in povertà e semplicità, Benedetto XIII durante il Pontificato fece ricostruire la città di Benevento dopo il terremoto del 1688. Fu ritenuto uno spirito umile e caritatevole; il suo tratto distintivo fu l’attenzione costante ai bisogni dei poveri e alla riforma del clero. Ma il suo fu un pontificato molto “discusso”. Tra i demeriti, la persecuzione contro Pietro Giannone. Morì il 21 febbraio 1730. Per non disturbare il popolo romano, impegnato nelle strade a festeggiare il Carnevale, per lui non suonarono neppure le campane a morto.   

Teresa Maria Rauzino

su L’Edicola del 29 aprile 2025

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Microstorie

Quel borgo sul mare circondato dagli agrumi

Cartoline da Rodi Garganico

«Rodi giace su di una scoscesa prominenza al lido del mare maestosamente aperto; questa città è circondata non già da nudi scogli, ma da folti e ridenti boschi di agrumi, in cui serpeggiano con placido mormorio argentei ruscelli d’acque dolci».
La descrizione risale a 219 anni fa, ed è del frate illuminista Michelangelo Manicone.
Rodi garganico è ancora un “paradiso” dove gli agrumi maturano per tutto l’anno: si inizia ad aprile/maggio con l’arancia bionda, la cui raccolta prosegue fino a settembre, e a Natale si raccoglie la duretta. Le arance del Gargano e i limoni Femminello sono riconosciuti come prodotti IGP. I terreni sono coltivati presso le sorgenti e protetti da muriccioli in pietra calcarea o da barriere di canne che salvaguardano aranci e limoni dai venti freddi e dalla salsedine.
Questa tradizione continua a essere una componente significativa dell’identità economica del comune di Rodi Garganico, un borgo della provincia di Foggia, in Puglia, con una popolazione di 3.323 abitanti. Dal 2010 ha ottenuto il titolo di “città”. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano. Le sue spiagge, in particolare la Spiaggia di Levante e quella di Ponente, contribuiscono alla sua fama di località balneare, più volte insignita della Bandiera Blu, l’ultima nel 2024, oltre alle “vele” di Goletta Verde di Legambiente.
Recentemente è stato costruito un porto, che sta contribuendo alla crescita del turismo nautico.

La memoria

Le origini di Rodi Garganico sono antiche, con vari insediamenti preistorici e una probabile colonizzazione greca nell’ VIII secolo a.C.. Durante l’epoca romana era un porto importante. Nel corso dei secoli ha subito varie dominazioni e attacchi, tra cui la distruzione da parte degli Ostrogoti nel 485 d.C. e un assalto saraceno nel 950. Nel 1461 fu occupata dagli Aragonesi.

Il borgo antico

Situato su un promontorio roccioso, il centro storico conserva le caratteristiche di un antico borgo marinaro.
La Chiesa di San Pietro e Paolo è la più antica chiesa urbana, attualmente ubicata nel cuore del paese. Anticamente faceva parte di un convento francescano: si narra che fu edificato quando San Francesco, tra il 1216 ed il 1221, venne in pellegrinaggio presso la grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo. Differenze stilistiche ed architettoniche documentano l’ampliamento della chiesa in momenti successivi.


La Chiesa del Crocifisso fu la prima parrocchia cittadina, chiusa in seguito ai danni riportati dal terremoto del 1679 e del 1995. Un restauro che, iniziato, non è stato completato. Dei 10 altari posti all’interno, il primo a destra è dedicato alla natività, il primo a sinistra è posto sotto una bellissima statua lignea di inestimabile valore, raffigurante Cristo Morto. Di notevole interesse sono anche i due organi, oggi ospitati nelle altre chiese di Rodi.

La Chiesa di San Nicola di Mira, finalmente aperta un mese fa dopo il restauro, fu costruita nel 1680 e consacrata nel 1827 dall’arcivescovo Eustachio Dentice, il quale depose sulla mensa dell’altare maggiore le reliquie dei SS. Martiri Cristoforo e Teodoro. Si venera la gigantesca statua lignea di San Cristoforo, compatrono della città, donata dall’abate Giuseppe Spinelli nel 1681.

La devozione

Come ogni anno a Rodi, dal 1 al 3 luglio, tre giorni di festa patronale sono dedicati alla Madonna della Libera.
Il santuario, un tempo abbazia extra moenia, è inglobato attualmente nel centro di Rodi Garganico.

Sulla effigie della Vergine qui venerata, lo storico Michelangelo De Grazia ci ha tramandato una suggestiva leggenda.
Quando Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, fu espugnata dai Turchi nel 1453, i Veneziani in fuga dalla città cercarono di salvare le sacre icone dalla distruzione, imbarcandole sulle loro galee. Una di queste navi, giunta in direzione di Rodi, nonostante il vento favorevole, inspiegabilmente si fermò, mentre le altre proseguivano la rotta per la Serenissima. Il capitano, sorpreso, sbarcò al lido per chiedere spiegazioni agli abitanti, che non seppero dargliene.
Mentre camminava fuori le mura della città, vide il “greco pannello” della Vergine, portato in salvo nel proprio naviglio, “tenersi ritto” sopra un macigno, senza alcun supporto. La riportò a bordo. Ma la galea, nonostante il vento e le correnti favorevoli, per tutta la notte non riuscì a riprendere il largo. Il mattino seguente, il capitano scese di nuovo a terra. Nello stesso luogo del giorno precedente, e nella medesima posizione, stava ritta la sacra icona. Ritenendo ciò una chiara manifestazione del desiderio della Vergine di voler restare a Rodi, il capitano donò il quadro alla popolazione. E così finalmente poté riprendere la rotta…


De Grazia ci descrive così il sacro Quadro: «In un verde prato, tappezzato di variopinti fiori, è situato un poggiolo. Sopra di esso è seduta la Vergine, avente al sinistro braccio il bambino, che serra fra le dita un colombino, che gli lambisce la mano; ha la destra alzata, con la palma aperta per mostrare una crocetta dipinta in oro in mezzo di essa. Finissimi sono i colori della pittura, bruna la carnagione e nell’assieme si può dire un quadro raro».

LA MADONNA DELLA LIBERA E I MARINAI

Segni vibranti dell’ancestrale culto mariano custoditi nel Santuario della Madonna della Libera sono gli ex voto, offerti dai fedeli alla Vergine per “grazia ricevuta”, preziose testimonianze di un’arte popolare scomparsa. Dalle pitture delle tavolette votive affiora un drammatico spaccato di vita quotidiana: i frequenti naufragi dei trabaccoli che, tra Ottocento e primo Novecento, solcavano arditamente l’Adriatico, impegnati nel redditizio commercio degli agrumi.
Venuta dal mare, la Madonna della Libera accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane dei traffici sul mare. Quando i trabaccoli carichi di agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia, i superstiti si recavano a sciogliere voti alla Madonna. Il soggetto delle tavolette votive è prevalentemente il naufragio:
il vero protagonista è il mare, scuro, minaccioso. Alle curve delle onde corrispondono, in alto, le rotondità delle nubi, in un cielo che da scurissimo diventa sempre chiaro verso l’apparizione della Vergine.

LA SAGRA E LA FESTA

Il 3 maggio 2025, Rodi Garganico sarà il cuore pulsante di un evento che celebra il gusto, la tradizione e la cultura pugliese: Ia Sagra delle Arance. Durante la manifestazione, la città si animerà con visite guidate tra gli agrumeti, escursioni alla scoperta del paesaggio garganico e spettacoli folkloristici che rievocano la cultura e le tradizioni del passato. Il pubblico può assistere a show cooking e degustazioni, scoprendo i mille utilizzi delle arance in cucina, dalle ricette dolci a quelle salate. Non mancano stand enogastronomici con prodotti tipici locali, dove gli agrumi diventano protagonisti di confetture, liquori e dolci artigianali. Un appuntamento imperdibile per chi desidera conoscere le eccellenze di Rodi Garganico.

La festa del Convento 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐩𝐢𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐨

Su un’amena collina da cui si gode uno splendido panorama, nel 1538 venne edificato il primo convento cappuccino del Gargano, consacrato nel 1678 dall’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini (il futuro papa Benedetto XIII). All’interno si può ammirare uno splendido dipinto su tela (purtroppo solo in copia) raffigurante la Madonna circondata dagli Apostoli, sul capo dei quali discende lo Spirito Santo. L’antica tradizione dell’ultimo sabato di Aprile vede il popolo rodiano impegnato a trascorrere una piacevole giornata primaverile nei pressi del Convento, all’insegna della religiosità, della natura, dei picnic. 

Teresa Maria Rauzino

su L’Edicola 25 aprile 2025