Categorie
Personaggi

CARLO I d’Angiò

Uomo di carattere forte e determinato nacque a Parigi il 21 marzo del 1226, ultimo dei sette figli di re Luigi VIII di Francia detto il Leone e Bianca di Castiglia. La morte del padre otto mesi dopo la sua nascita e poi, nel 1232, quella di due fratelli (Giovanni e Filippo Dagoberto) lo lasciarono erede di vasti possedimenti nella Francia centrale, fra cui l’Angiò e il Maine.
Si sa poco della sua prima infanzia, eccetto che fino a dieci anni restò con la madre Bianca, donna di grande rigore morale e religioso, che con l’aiuto dei figli governò la Francia fino alla maggiore età del primogenito Luigi IX e anche oltre per scelta dello stesso sovrano.
Carlo, a differenza del fratello maggiore Luigi, fu poco influenzato dall’educazione religiosa ricevuta dalla madre. Tra gli undici ed i quindici anni frequentò le corti dei fratelli maggiori, fu spesso vicino a loro in varie imprese militari.
Nel novembre del 1245 a Cluny, con la mediazione del fratello Luigi IX e della madre Bianca, ebbe l’approvazione di papa Innocenzo IV a sposare Beatrice di Provenza, che aveva ereditato dal padre, il conte Raimondo Berengario IV, il titolo di contessa di Provenza e Forcalquier.
Il 31 gennaio1246, ad Aix, Carlo sposò Beatrice gettando così le basi della sua futura potenza.
Tale unione fu appoggiata da papa Innocenzo IV perché temeva un possibile matrimonio tra Beatrice e Corrado, figlio di Federico II.
Carlo resse il governo della contea di Provenza e Forcalquier in maniera totalitaria ed dispotica.

Ritratto di Carlo I d’Angiò (autore- Henry Decaisne, 1845 – Pinacoteca della Reggia di Versailles).

Nel 1248 partì al seguito del fratello Luigi IX per settima crociata, in Egitto. Dopo una sosta di circa sei mesi a Cipro, Carlo raggiunse l’Egitto nel 1249, dopo aver conquistato Damietta, fu sconfitto nella battaglia di Mansura nel febbraio 1250.
Lui e gli altri membri della famiglia reale subirono un breve prigionia, poi nella primavera del 1251 decise di rientrare in Francia, dove erano scoppiate alcune rivolte ad Arles ed Avignone. Nel luglio del 1251, fece così ritorno in Provenza insieme al fratello, Alfonso.

Alla morte dell’imperatore Federico II, il pontefice Innocenzo IV cominciò a cercare un nuovo sovrano per il Regno di Sicilia e, quando nel 1252 Corrado IV pretese sia la dignità imperiale sia la corona di Sicilia, egli si rivolse a Riccardo di Cornovaglia e al conte Carlo d’Angiò. Le trattative però fallirono con entrambi. Dopo la morte di Corrado IV, avvenuta nel 1254, Manfredi diventò capo della Casa Sveva ed entrò subito in contrasto con Innocenzo IV che il 12 settembre dello stesso anno lo scomunica. Ma il pontefice per evitare uno scontro diretto revoca l’anatema e nomina Manfredi vicario per la maggior parte dei territori continentali del Meridione, in cambio del riconoscimento dell’autorità papale sul Regno di Sicilia. Il 7 dicembre del 1254 Innocenzo IV rese l’anima a Dio e al soglio pontificio salì Alessandro IV, che si mostrò debole ed indeciso. Manfredi ne approfittò per riconquistare il Regno che spettava per diritto al nipote Corradino. Il 10 agosto del 1258 Manfredi si fa incoronare a Palermo sovrano del Regno di Sicilia. Alessandro IV dichiara nulla l’incoronazione. Nel nuovo ruolo, Manfredi rafforza la compagine interna del Regno, distruggendovi ogni residuo di ribellione e dissenso. Contemporaneamente, cerca in Italia ed in Germania alleanze contro il Papato ed i nemici che questi gli avrebbe inevitabilmente procurato.

Nel 1261 fu eletto papa il francese Jacques Pantaléon di Troyes, col nome di Urbano IV, questi era molto vicino ai reali di Francia. Il nuovo pontefice, temeva che Manfredi volesse estendere i suoi domini su tutta la Penisola, allora si rivolse Luigi IX per liberarsi di Manfredi.
Urbano IV in un primo tempo fece anche un tentativo di accordo con lo svevo senza risultati soddisfacenti, così il 29 marzo 1263 scomunicò Manfredi e lo dichiarò decaduto dal trono.
Ci furono ancora negoziati con la corona francese che durarono a lungo, proseguendo anche sotto il pontificato di Clemente IV (Guy Fouquois altro amico della casa reale di Francia), per concludersi il 30 aprile 1265.
La Chiesa voleva mantenere la sovranità feudale sul regno. Inoltre chiedeva che la città di Benevento restasse sotto il controllo pontificio.
Il papa ottenne che il sovrano non avrebbe dovuto influenzare le elezioni ecclesiastiche né esercitare sui religiosi i propri diritti giurisdizionali e fiscali. Fu vietata l’unione dell’Impero romano col Regno di Sicilia; inoltre il nuovo sovrano non avrebbe potuto accettare l’elezione a re di Germania né avrebbe potuto avere pretese nei territori dell’Italia settentrionale e della Toscana.
L’anno successivo Carlo avrebbe dovuto lasciare la Provenza con almeno 1.000 cavalieri e 300 lancieri e tre mesi più tardi entrare nel Regno. Nel frattempo il cardinale Riccardo Annibaldi, aveva fatto eleggere Carlo d’Angiò senatore di Roma.
Il 6 gennaio 1266 Carlo fu incoronato nella basilica del Laterano re di Sicilia da Clemente IV alla presenza di cinque cardinali.

Carlo I viene incoronato da papa Clemente IV e cinque cardinali.

Il 20 dello stesso mese partì con l’esercito verso il Sud, subito raggiunse e conquistò San Germano.
Manfredi, nel frattempo, aveva abbandonato Capua per rientrare in Puglia. Carlo cercò di anticiparlo e avanzò lungo le valli del Volturno e del Calore in direzione di Benevento, dove si portava anche l’armata di Manfredi. Il 26 febbraio si scontrarono e fu battaglia nei pressi del monte San Vitale, a nord-ovest di Benevento. Dopo un primo attacco degli arcieri saraceni e dei cavalieri tedeschi parve che lo scontro volgesse a favore degli Svevi. Ma poco dopo ci fu la defezione, dei romani, dei campani, dei lombardi e dei toscani dell’esercito di Manfredi. Nello scontro campale Manfredi morì. La strada verso la conquista del Regno era ormai aperta per l’Angioino.

Battaglia di Benevento – Codice Chigi

Carlo, non si fidò della nobiltà e dei funzionari del Regno, così, dopo aver affidato la gestione del regno a nuovi funzionari, per lo più stranieri, impose ai nuovi sudditi un governo dispotico e totalitario. Impose nuovi prelievi fiscali per mantenere il grande apparato militare ed amministrativo angioino.
La nobiltà ed il popolo del Regno presto si esasperarono e subito cercarono un uomo che potesse liberali dal dispotico Carlo. I ghibellini, videro un potenziale liberatore nel giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV, nipote di Manfredi e ultimo discendente della dinastia degli Hohenstaufen.

Mentre nell’Italia meridionale erano accesi fuochi di resistenza nei confronti di Carlo d’Angiò, che fu costretto a precipitarsi verso il sud per cercare di reprimere almeno le principali opposizioni, il giovane Hohenstaufen varcò i confini dell’Italia recandosi verso il regno di Sicilia.
Corradino fu ben accolto dalle città imperiali dell’Italia settentrionale, ricevette una calorosa accoglienza nella ghibellina Pisa che lo incoraggiò a continuare la marcia verso il Sud.
Giunto a Roma vi entrò trionfalmente, ponendo le premesse per una facile vittoria.
Fu allora che Carlo d’Angiò, abbandonato l’assedio della colonia musulmana di Lucera che aveva intrapreso per onorare una promessa formulata al Pontefice, si mise in marcia per intercettare al più presto l’esercito di tedesco.
L’incontro avvenne sul confine del Regno di Sicilia presso Tagliacozzo, era il 23 agosto 1268. Dopo le prime mosse di assaggio, i comandanti dei due eserciti iniziarono lo scontro campale. L’esito della battaglia si mantenne a lungo incerto, la carneficina fu enorme finché gli Angioini più numerosi, freschi, e forse meglio organizzati, ebbero la meglio.
In un primo momento il giovane Corradino riuscì a sottrarsi alla cattura, iniziando una rocambolesca quanto umiliante fuga. Riuscì ad arrivare a Roma dove non fu protetto. Mentre tentava di fuggire in Sicilia via mare, l’8 settembre Corradino venne catturato insieme ai suoi fedeli compagni Federico di Baden, Galvano e Galeotto Lancia, Napoleone Orsini e Riccardo Annibaldi fu catturato nei pressi di Anzio dal signore locale Giovanni Frangipane che poi consegnò i prigionieri alle milizie Angioine dietro pagamento di denaro.

Portato in catene a Napoli, Corradino fu sottoposto ad un processo, assieme ad alcuni suoi fedelissimi: quali delitti potevano essergli contestati, tranne quello di voler onorare il nome della dinastia e di affermare i propri diritti?
Condannato a morte, fu decapitato a soli sedici anni il 29 ottobre 1268 sul patibolo eretto in Campo Miricino, l’odierna Piazza del Mercato della città partenopea.
Con questa morte che all’epoca destò grande scalpore, finivano gli Hohenstaufen.

Decapitazione di Corradino.

Degno di menzione è il fatto che nel 1267 era morta Beatrice di Provenza e nel 1268, Carlo sposò in seconde nozze, Margherita di Borgogna (1248 – 1308), contessa di Tonnerre.

Dopo essersi liberato della dinastia sveva Carlo tornò a governare il Regno in maniera ancor più rigida e dispotica, sostituì i nobili ribelli con nobili francesi, confiscò tutti i beni agli avversari e arrivò a trasferire la capitale del regno da Palermo a Napoli.
In breve tempo riuscì ad avere la meglio su molte città dell’Italia settentrionale, ottenne giuramento di fedeltà dalle città guelfe, così si trovò a capo della fazione guelfa in tutta la Penisola.

Seguì quindi, ancora una volta, il fratello Luigi IX nell’ottava crociate contro Tunisi, nel corso di questa crociata il sovrano francese rese l’anima a Dio.

Morte di re Luigi IX il Santo a Tunisi, Carlo d’Angiò è in ginocchio in preghiera.

Successivamente Carlo acquisì nuovi territori e i titoli di re d’Albania (1272), re di Gerusalemme (1277) e principe di Acaia (1267-1277).

Ma nel 1273, grazie all’impegno dei ghibellini di Genova, nel giro di breve tempo Carlo perse il controllo dell’Italia settentrionale; in poco tempo la sua posizione si indebolì notevolmente anche in Toscana.

La continua attività espansiva del re angioino, la gestione politica affidata ai francesi e l’eccessiva imposizione fiscale causarono grande malcontento particolarmente in Sicilia. Questa politica autoritaria ed vessatoria e la perdita del ruolo di capitale di Palermo portò i siciliani alla ribellione che esplose il 30 marzo del 1282 a Palermo prima della funzione dei vespri. In breve tempo quasi tutti gli Angioini furono mandati via dall’Isola. Il 25 luglio, Carlo, sbarcò in Sicilia con le truppe destinate alla guerra greca e assediò Messina, che resistette per ben due mesi.
I Siciliani si rivolsero al re di Aragona, Pietro III il Grande, che aveva sposato Costanza di Hohenstaufen, figlia di Manfredi. Il sovrano aragonese sbarcò a Trapani il 30 agosto con circa 9000 soldati e riuscì, in meno di un mese, a liberare l’Isola da Carlo.

Carlo, nel luglio del 1283, tentò un’invasione della Sicilia concentrando una flotta a Malta, ma l’ammiraglio Ruggero di Lauria sventò il tentativo sorprendendo la flotta e distruggendone una parte.
Il 5 giugno del 1284 ci fu un nuovo scontro tra la flotta Aragonese e quella Angioina guidata dal figlio di Carlo, Carlo lo Zoppo. Ebbe la meglio la flotta Aragonese, così Carlo, che aveva in animo di riconquistare l’isola dovette momentaneamente rinunciarvi e si recò in Puglia per riorganizzarsi. Durante questo viaggio si ammalò gravemente Il 6 gennaio 1285 fece redigere il suo testamento in cui si stabiliva che, nel caso che il suo zoppo e da lui disprezzato figlio ed erede non fosse stato liberato dalla prigionia, la successione sarebbe toccata a suo nipote Carlo Martello, nominò suo fratello Roberto II d’Artois regente. Il 7 gennaio 1285 morì a Foggia. Le viscere furono custodite nella cattedrale di Foggia, le spoglie a Napoli e il cuore a Parigi in un monumento funebre nella Basilica di Saint Denis. (Alessandro De Troia)

Morte di Carlo d’Angiò. Miniatura dalla Cronica del Villani, XIV secolo (Codice Chigi L.VIII.296 dal sito della biblioteca vaticana).
Il 7 gennaio 1285 moriva a Foggia Carlo I d’Angiò. Le viscere furono custodite nella cattedrale di Foggia, il cuore a Parigi e le spoglie a Napoli (Alessandro De Troia). Lapide commemorativa della morte di Carlo I conservata in una cappella laterale della Cattedrale di Foggia – foto di Alberto Gentile.

Gli successe il figlio Carlo lo Zoppo, che al momento della morte di Carlo I era tenuto prigioniero in Aragona.

Reale – Moneta d’oro coniata da Carlo I d’Angiò
Tomba di Carlo I d’Angiò – Basilica di Saint Denis.

Copyright © Alberto Gentile

Bibliografia:

• Jacques Le Goff, San Luigi, Torino, Einaudi, 1996.
• Steven Runciman, I Vespri siciliani: storia del mondo mediterraneo alla fine del tredicesimo secolo, Milano, Rizzoli, 1976.
• Paolo Golinelli, Breve storia dell’Europa medievale: uomini, istituzioni, civiltà, 2ª ed., Pàtron. 2004.
• Massimo Montanari, Storia medievale, Laterza, 2006.
• Guido Iorio, Carlo I d’Angiò. Biografia politicamente scorretta di un “parigino” a Napoli, Roma, GEDI, 2018.

Categorie
Ricerca iconografica

La fortezza Svevo-Angioina di Lucera

La fortezza di Lucera occupa la spianata alla sommità del Monte Albano, dove si suppone fosse in origine un’arx romana. 
La cinta muraria ha un impianto poligonale irregolare e si sviluppa per la lunghezza di quasi un chilometro, con una cortina muraria rafforzata da quindici torri quadrangolari lungo i lati settentrionale, occidentale e meridionale, mentre il lato orientale è delimitato da due torri circolari (della Leonessa merlata, alta 25 metri e larga 14 e del Leone alta 15 metri e larga 8) ed è intervallato da sette torri pentagonali. Sempre il lato orientale ha due cortine sfalsate che accolgono l’ingresso principale alla fortezza, al cui interno venne racchiuso il già esistente palazzo di Federico II probabilmente eretto nel 1233.

Lucera. Veduta del Castello (stampa) di Desprez Louis Jean (secc. XVIII/ XIX)
Lucera. Veduta del Castello (stampa) di Desprez Louis Jean (secc. XVIII/ XIX)

Nel 1269 Carlo I d’Angiò diede ordine ai magistri giurati di Capitanata di procedere all’acquisto di calce e pietre, nonché alla fornitura di buoi per la costruzione di una fortezza. La costruzione di questa fortificazione militare si deve al contributo di alcuni tra i migliori architetti dell’epoca, quali Pierre d’Angicourt, Riccardo da Foggia, Pierre de Chaulnes, Jean de Toul e Nicola di Bartolomeo da Foggia.
Tra il 1270 ed 1273 l’architetto Pierre d’Agincourt costruisce il fronte orientale con le torri pentagonali.
Tra il 1276 ed il 1282 venne ultimata la torre della Leonessa, che Pierre d’Agincourt aveva lasciato al rustico, e si dà avvio alla costruzione dell’ala residenziale. Agli architetti Carlo d’Angiò diede anche l’incarico di ristrutturare il palatium federiciano, quindi ciò che ci è pervenuto con il passare dei secoli è la sintesi tra l’edificio originario e la ristrutturazione avvenuta per mano degli angioini, l’immagine del palatium svevo che ci è stata tramandata dai disegni del francese Jean-Louis Desprez ne è la testimonianza grafica.

In epoca angioma la fortezza racchiudeva una vera e propria cittadella che contenente gli alloggi, una cappella, una cisterna per la raccolta delle acque piovane ed un ponte sul fossato. La cisterna di forma circolare era posta nell’area che va dalla Torre del Leone a Porta Lucera; profonda 14 metri, garantiva la riserva idrica del fortilizio.
Oggi della fortezza si conserva solo la cinta muraria esterna mentre del palazzo federiciano resta solo uno spoglio basamento, come anche delle strutture sorte all’interno del grandioso recinto in epoca angioina.
 

Da Lucera et les colonies provençales de la Capitanate (Pouilles) di Luigi Zuccaro, Foggia 1894
Da Lucera et les colonies provençales de la Capitanate (Pouilles) di Luigi Zuccaro, Foggia 1894

Molte delle informazioni giunte fino ai nostri giorni, relative alla fortezza di Lucera, si devono alle ricerche compiute da Eduard Sthamer che ha analizzato molti documenti presso gli Archivi napoletani, egli ha trascritto i documenti della cancelleria angioina, andati poi distrutti nel 1943. Molto di quello che sappiamo sulle fortificazioni del 13° secolo si deve anche agli  studi compiuti da Arthur Haseloff, per lui sono stati fondamentali le ricerche dello Sthamer.
L’Haseloff ha ripreso il tema dell’architettura sveva in Puglia su incarico dell’Istituto Storico Prussiano di Roma con la sua pubblicazione: «Architettura Sveva nell’Italia Meridionale» (1920). 

Castello svevo-angioino, torre della Leonessa - Anno 1907 - Foto di Arthur Haseloff
Castello svevo-angioino, torre della Leonessa – Anno 1907 – Foto di Arthur Haseloff

Tra le immagini ci sono alcune foto scattate dallo studioso tedesco Haseloff, lo stesso è anche ritratto in una foto.

Lucera - Lo studioso Tedesco Arthur Haseloff (1872-1955) fotografa il castello. Sullo sfondo si intravede la torre del Leone. Foto scattata da Wackernagel Martin - anno 1908
Lucera – Lo studioso Tedesco Arthur Haseloff (1872-1955) fotografa il castello. Sullo sfondo si intravede la torre del Leone. Foto scattata da Wackernagel Martin – anno 1908
Castello svevo-angioino - Anni 20 secolo scorso.
Castello svevo-angioino – Anni 20 secolo scorso.
Primi 900 - Scavi archeologici al castello sotto la guida di Federico Spedalieri (in primo piano).
Primi 900 – Scavi archeologici al castello sotto la guida di Federico Spedalieri (in primo piano).
Una foto recente della fortezza Svevo-Angioina che vede inglobato il Palatium di epoca Sveva tra le mura di cinta.
Una foto recente della fortezza Svevo-Angioina che vede inglobato il Palatium di epoca Sveva tra le mura di cinta.


 Copyright  © Alberto Gentile


Bibliografia:

  • Eduard Sthamer, L’amministrazione dei castelli nel Regno di Sicilia sotto l’imperatore Federico II e Carlo I d’Angiò. Le costruzioni degli Hohenstaufen nell’Italia Meridionale, Vol. integrativo I, Lipsia 1914.
  • Haseloff 1920: Arthur Haseloff, Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien, Leipzig 1920 (Textband; Tafelband). (trad. it. Architettura sveva nell’Italia meridionale, a cura di M.S. Calò Mariani, Bari 1992);
  • Willelmsen 1979: Carl Arnold Willelsem, I castelli di Federico II nell’Italia meridionale, Napoli 1979
  • R. Licinio, Castelli medievali. Dai Normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, presentazione di G. Musca, ivi 1994
  • Houben 1998: Hubert Houben, “Zur Geschichte der Festung Lucera unter Karl von Anjou”, in Forschungen zur Reichs-, Papst- und Landesgeschichte. Festschrift für Peter Herdezum 65. Geburtstag, a cura di K. Borchhardte e E. Buenz, Stuttgart 1998, I, 403-409.
  • Calò Mariani 2001: Maria Stella Calò Mariani, Archeologia, storia e storia dell’arte medievale in Capitanata (Bari 1992), Bari 2001.
  • Raffaele Licinio, Lucera, in Enciclopedia Federiciana, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani;


approfondimento:

https://www.treccani.it/enciclopedia/lucera_(Federiciana)

Categorie
Ricerca iconografica

Abbazia di San Leonardo di Siponto

Localizzazione

L’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara detta di Siponto dedicata a San Leonardo di Noblac, è uno splendido esempio di romanico pugliese, si trova a pochi chilometri da Manfredonia, lungo la strada s.s. 89 che da Foggia porta alla montagna sacra, il Gargano, poco distante dal luogo ove sorgeva l’antico vescovado di Siponto, insediamento romano prima e poi bizantino. È un antico complesso risalente al XII sec. costituito dalla Chiesa, dal Monastero e dall’Ospedale.

Portale laterale dell’abbazia. Copyright © Alberto Gentile
Veduta prospettica dell’Abbazia di San Leonardo, da un manoscritto del XVII sec. custodito presso la biblioteca provinciale di Foggia.

Cronologia

Il complesso monastico fu fondato tra gli ultimi anni del secolo XI e i primi del sec. XII dai Canonici Regolari di Sant’Agostino come ricovero, ospizio per i pellegrini che si recavano al Santuario dell’Arcangelo Michele e per i cavalieri crociati che, dopo aver pregato, presso il Santuario, s’imbarcavano per la terra Santa. Nel 1261 fu affidato da Papa Alessandro IV ai Cavalieri Teutonici, i quali ne fecero il centro delle loro attività in Puglia e rimasero sino agli anni Ottanta del 1400. Gli scudi crociati di questi frati guerrieri sono ancora visibili all’interno della chiesa.

Gli scudi crociati dei cavalieri teutonici sono ancora visibili all’interno della chiesa. Copyright © Alberto Gentile

A partire da quella data, la Chiesa di San Leonardo, considerata Abbazia, venne data in commenda a vari cardinali, tra i quali Bonifacio Caetani, Carlo Barberini e Pasquale Acquaviva d’Aragona, che fu l’ultimo degli abati commendatari. Dal XVII secolo nella chiesa vi officiavano i frati minori. 
Nel 1810 l’Abbazia fu soppressa da Gioacchino Murat ed il convento con le rendite fu trasferito all’Ordine Costantiniano. La Chiesa di San Leonardo, dopo un lungo periodo di totale abbandono durato quasi due secoli, è stata riaperta al culto nel 1950 ed è sotto la tutela dell’Arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo.

Attualmente il complesso Chiesa, il Monastero e l’Ospedale sono stati affidati alla comunità dei Ricostruttori della preghiera.

Aspetto architettonico

La Chiesa è a tre navate (la laterale destra ha in parte cambiato il suo aspetto) con arcate ricadenti su semipilastri e pilastri cruciformi al centro, nella navata centrale, è coperta da due cupole disuguali. All’esterno la facciata occidentale presenta un portale che ha una semplice sagoma architravata, sormontata da una lunetta non decorata conclusa da un archivolto.

Interno della chiesa di San Leonardo di Siponto – presbiterio. Copyright © Alberto Gentile

All’interno della chiesa è conservata una copia del Crocifisso ligneo di San Leonardo (XIII sec.), il cui originale è custodito nella Cattedrale di Manfredonia.

Una cappella laterale all’interno della chiesa – Copyright © Alberto Gentile

Il Portale

Sulla facciata laterale rivolta a nord c’è uno splendido portale (tra i più belli del romanico-pugliese) che molto probabilmente è stato costruito in un secondo momento, forse in epoca sveva.

Le decorazioni di questo portale richiamano quelle di Santa Maria di Pulsano, altro antico monastero garganico.

Chiesa di San Leonardo, facciata nord: il portale laterale; in basso i due leoni; nella lunetta il Cristo benedicente. Copyright © Alberto Gentile

Nella parte più esterna due colonne poggiano sul dorso di due leoni stilofori che reggono, a loro volta, due animali alati che sostengono l’archivolto. Il leone di destra addenta una figura umana (il peccatore) che gli afferra una zampa in atteggiamento supplichevole; il leone di sinistra, mutilato, da quanto s’intuisce dai resti sembra addentare un serpente. Gli stipiti e le cornici del portale, dell’arco e della lunetta sono scolpiti con ornamenti vegetali, zoomorfi e antropomorfi. I due capitelli interni sono costituiti da due blocchi trapezoidali con sculture aneddotiche. Quello di sinistra rappresenta, dall’interno verso l’esterno, un Arcangelo Michele che con una lancia trafigge un drago, un pellegrino a cavalcioni su di un’asina la quale, alla vista dell’angelo con una spada, china il capo (Petrucci). Per altri autori sull’asina c’è Bàlaam al quale appare l’Angelo. Bàlaam era un mago babilonese, noto per un fatto descritto nella Bibbia (Deuteronomio 23,4-5) ed era stato inviato a sgominare con la sua magia gli Israeliti, ma venne fermato da un angelo.

Visione d’insieme dei due capitelli del portale laterale. Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di sinistra, l’Arcangelo Michele infilza con una lancia il drago all’interno e nella parte esterna Bàlaam (personaggio biblico) al quale appare l’Angelo. Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di sinistra, l’Arcangelo Michele infilza con una lancia il drago. Copyright © Alberto Gentile

Il capitello di destra raffigura i tre Re Magi che vanno verso la Vergine con il Bambin Gesù e San Giuseppe.

Veduta d’insieme del capitello di destra, l’adorazione dei Magi, Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di destra, l’adorazione dei Magi, Copyright © Alberto Gentile

Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli. Nel frontone, tra il portale ed il baldacchino, a mò di protiro, si trovano due figure maschili con aureola, scolpite a mezzo rilievo. Quella di sinistra, secondo il Petrucci, rappresenta Sant’Agostino; per altri autori è San Giacomo, ma potrebbe trattarsi di un personaggio laico: un sovrano o un pellegrino, perché intorno alla testa non vi è aureola. Quella di destra, con cappuccio sulla testa, un libro in mano ed una catena, raffigura San Leonardo. Tra i due santi molto probabilmente stava una Vergine con Bambino.

Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli. Copyright © Alberto Gentile

Il solstizio d’estate
Sin d’agli albori della civiltà c’è stata la consuetudine d’inserire nelle costruzioni a carattere religioso elementi architettonici ispirati da modelli astronomici e matematici per arricchire di elementi simbolici il fabbricato. Il simbolismo cosmico si ritrova nelle costruzioni assiro-babilonesi, in quelle dell’antico Egitto e nelle opere sacre degli Ebrei. Alcuni elementi architettonici, che avevano sfruttato l’osservazione di fenomeni quali il solstizio d’estate e d’inverno, erano stati inseriti nel tempio che Re Salomone aveva innalzato su suggerimento divino..  
Essendo il tempio o il monastero al centro del microcosmo locale, l’inserimento in essi di elementi costanti nel tempo (perenni), come i fenomeni astronomici, li rendeva più vicini a Dio.
Anche a San Leonardo di Siponto ritroviamo un preziosismo architettonico del genere. Ad ogni solstizio d’estate, il 21 giugno, al mezzogiorno astronomico, il sole è perfettamente sulla direttrice, penetra con un solo raggio all’interno della Chiesa attraverso un piccolo rosone posto in una cupola e va a cadere sul pavimento al centro di due pilastri che sorreggono la navata centrale in prossimità del portale laterale. Il fenomeno è stato concepito con molta precisione, abbinando calcoli astronomici a quelli architettonici al momento della costruzione dell’Abbazia. Simili artifizi si possono osservare in altre Chiese, come ad esempio nella Cattedrale di Chartres in Francia, dove la luce passa attraverso un foro praticato in una vetrata.

l disegno spiega l’artifizio architettonico che permette, nel giorno del solstizio d’estate, di vedere la luce solare proiettata su di un punto ben preciso del pavimento.

Bibliografia

  • San Leonardo di Siponto. Storia di un antico Monastero della Puglia – S. Mastrobuoni Foggia, 1960.
  • Cattedrali di Puglia – Alfredo Petrucci, Bestetti, Roma, 1976.
  • I Simboli Del Medio Evo – Gérard de Champeaux e Sébastien Sterckx, Editrice Jaca Book, Milano, 1981.
  • Puglia: Turismo, Storia, Arte, Folklore – Mario Adda Editore Bari, 1985.
  • La Puglia – Italia Romanica – Pina Belli D’Elia, Editrice Jaca Book, Milano, 1987.
    •Chiese di Puglia, il fenomeno delle chiese a cupola – Luigi Mongiello – Mario Adda Editore Bari, 1988.
  • Itinerari Federiciani in Puglia – Stefania Mola, Mario Adda Editore Bari, 1994.
  • San Leonardo di Siponto tra storia e arte, di Alberto Gentile
  • Cattedrali di Puglia, a cura di Cosimo Damiano Fonseca – Mario Adda Editore 2001 ISBN 88-8082-433-3
  • Hubert Houben, a cura di: San Leonardo di Siponto. Cella monastica, canonica, domus Theutonicorum. Atti del Convegno Internazionale (Manfredonia, 18-19 marzo 2005. Galatina: Mario Congedo editore 2006 ISBN 88-8086-674-5

Copyright © Alberto Gentile

Categorie
Ricerca iconografica

Il Palatium Svevo di Lucera

A 18 chilometri da Foggia, andando verso il preappennino Dauno, troviamo la cittadina di Lucera che è un affascinante scrigno di memorie storiche ove potremo visitare monumenti di epoca medievale come la fortezza Svevo – Angioino, la Cattedrale gotica, la chiesa di San Francesco e poi vale la pena di visitare anche l’anfiteatro romano (I secolo a.C.).

Il Palatium Svevo

Il Palatium di Federico II costruito dall’imperatore Svevo fu successivamente, con l’avvento degli Angioini, inglobato nella cinta muraria della fortezza Svevo-Angioina di Lucera.

Questo splendido palazzo fu eretto dall’imperatore Svevo, secondo alcuni studiosi nel 1233 (questa datazione non è certa), a Lucera su di un colle ove i Romani avevano costruito la loro acropoli in una posizione tale da assicurare una buona difesa. Il palazzo sorse sulle fondamenta di una diroccata di una struttura preesistente forse di epoca normanna e dal punto di vista architettonico si presentava come un maestoso torrione con una base quadrangolare (ancora visibile), a tre piani, con la parte esterna al cortile e la parte interna del terzo piano dalla forma ottagonale (vedi disegno dell’elevazione del castello eseguito da C. A. Willemsen): queste caratteristiche fanno intravedere analogie con quelle di Castel del Monte. I tre piani contenevano 32 vani che ospitavano la corte e gli appartamenti imperiali. Nei sotterranei erano site le camerate per le guarnigioni.

Una loggia ad archetti ciechi circondava il cortile a metà altezza, aperture romboidali e circolari si alternavano alle finestre a sesto acuto, una cisterna profonda 14 metri garantiva la riserva idrica, uno zoccolo quadrato, lungo 43 metri e doppio tre e mezzo, sopraelevava la galleria, nove feritoie per lato davano al palazzo l’aspetto di un bunker.

Palazzo di Federico II (Lucera). Ricostruzione eseguita da C. A. Willemsen, parte esterna. L’apertura superiore di forma ottagonale richiama quella di Castel del Monte 1972).
Palazzo di Federico II (Lucera). Ricostruzione eseguita da C. A. Willemsen, parte interna. Ben visibile la parte interna del terzo piano di forma ottagonale. I tre piani contenevano 32 vani che ospitavano la corte e gli appartamenti imperiali. Nei sotterranei erano site le camerate per le guarnigioni (1972).

Poiché il palazzo originariamente non presentava accessi dall’esterno, vale a dire un portone d’ingresso a livello della strada, si pone il problema di come si potesse accedere all’interno. Si può ipotizzare che per accedere nel Palatium, si adoperasse un sistema di scale che erano calate dall’alto. Un’ipotesi più suggestiva potrebbe essere quella dell’utilizzazione di passaggi sotterranei, avvalorata dal ritrovamento, ad opera d’archeologi inglesi nel corso di questo secolo, di condotti sotterranei lateralmente alla costruzione. Questa soluzione del tutto originale ci fa pensare che essa sia stata adottata per renderla meno agredibile dall’esterno: è quindi una conferma indiretta dell’importanza strategica di questo castello.

Era una sede molto fastosa, che ospitava parte del tesoro imperiale. Di esso rimane ben poco all’interno della fortezza che Carlo I d’Angiò fece erigere tra il 1269 ed il 1283.

1952 – foto del giornalsta Renzo Biasion reltiva ai resti del palazzo eretto da Federico II.
Fortezza Svevo-Angioina anno 1909
Ricostruzione immaginaria del Palatium federiciano all’interno della cinta muraria angioina (Dipinto di Costantino Postiglione).

In quel periodo un nutrito numero di Saraceni che si erano ribellati in Sicilia fu trasferito a Lucera. Divennero guerrieri affidabili e abili artigiani, ebbero la possibilità di conservare le loro usanze e la loro religione. Lucera in arabo divenne “Lugerash”, in essa fu edificata una vera e propria moschea e ciò irritò notevolmente il clero. I Saraceni, negli anni successivi alla morte di Federico II, furono sterminati e la moschea fu distrutta dagli Angioini, che nello stesso posto eressero una nuova Cattedrale dedicata a Santa Maria.

Un esempio di ceramica invetriata realizzata da maestranze saracene presenti a Lucera in epoca sveva.
Questo piatto è custoditi, insieme ad altri, presso il museo civico Fiorelli di Lucera (foto di Alberto Gentile).
Veduta della città di Lucera con dedica al vescovo Mons. Domenico Morelli (da “Il Regno di Napoli in prospettiva…”, parte III, Napoli 1703)
Ben visibile nell’area del castello la domus federiciana con il torrione ottagonale ancora ben conservato.

Foto di Harthur Haseloff scattata nel 1911 nel corso della campagna di scavi effettuata presso la fortezza Svevo-Angioina di Lucera.
La fortezza Svevo-Angioina di Lucera negli anni 30 del secolo scorso, nella parte centrale sono visibili i resti del palazzo voluto da Federico II.
Una foto recente della fortezza Svevo-Angioina che vede inglobato il Palatium di epoca Sveva tra le mura di cinta.

Copyright © Alberto Gentile

Bibliografia:

▪ Arthur Haseloff, Architettura Sveva nell’Italia Meridionale, Mario Adda Editore, Bari, 1992.
▪ S. Mola, Itinerari Federiciani in Puglia, Mario Adda Editore, Bari, 1994.
▪ J. M. Martin, Errico Cuozzo, Federico II Le tre capitali del regno Palermo – Foggia – Napoli, Procaccini Editore, Napoli, 1995.
▪ Maria Stella Calò Mariani, Archeologia, storia e storia dell’arte medievale in Capitanata (Bari 1992), Bari 2001.
▪ Nunzio Tomaioli, Lucera il Palazzo Imperiale e la fortezza del Re – Leone Editrice 2005

Categorie
Ricerca iconografica

La Cattedrale di Foggia

La Basilica Cattedrale di Foggia Santa Maria Assunta in Cielo.

Nel centro di Foggia è collocata la Basilica Cattedrale, in quella stessa zona dove in pieno medioevo fu costruito anche il palazzo imperiale voluto da Federico II del quale restano solo poche vestigia.
Il primo impianto si deve a Roberto il Guiscardo che volle la costruzione, nel 1081, di quello che oggi è la cripta del Succorpo, che doveva custodire l’Iconavetere.
Nel 1172 sulla cripta fu eretta una nuova Chiesa più grande, per volere di Guglielmo II il Buono re di Sicilia. Una serie di studi recenti hanno fatto pensare che la cattedrale sia stata usata come cappella palatina dell’imperatore Federico II e che lo stesso abbia contribuito al suo completamento o rimaneggiamento. La Cattedrale conserva all’esterno buona parte dei raffinati prospetti romanici in pietra squadrata e scolpita, col prezioso cornicione marcapiano decorato con motivi classicheggianti e figure zoomorfe ricco di sculture, molto probabilmente, opera dell’architetto-scultore Bartolomeo da Foggia, lo stesso che avrebbe eseguito alcune opere per il palazzo imperiale di Federico II del quale resta solo parte del portale. Questo testimonierebbe che in epoca sveva la cattedrale potrebbe essere stata rimaneggiata. M. S. Calò Mariani (1980, pp. 254-256).

Molto di quell’epoca è andato perso a causa del forte terremoto del 20 marzo del 1731.
L’attuale edificio all’interno è costituito da un’unica navata a croce latina ed è prevalentemente in stile barocco. Da non perdere un bellissimo crocifisso ligneo realizzato da Pietro Frasa e l’icona Vetere (è un’antica immagine raffigurante la Vergine Kyriotissa o Nicopeia. Secondo la tradizione, le origini della città di Foggia risalgono intorno all’anno Mille con il rinvenimento della tavola raffigurante la Madonna Iconavetere, affiorata sulle acque di un pantano nei pressi del quale era stata occultata, avvolta in drappi o veli, forse per sottrarla alla furia iconoclasta), ad essa è dedicata la basilica cattedrale. In questa chiesa furono conservate le viscere di Federico II, di Carlo D’Angiò e di altri illustri personaggi i cui resti andarono persi a seguito dell’evento sismico del 1731.
Sul lato sinistro, esternamente alla basilica è possibile ammirare il portale di San Martino di epoca medievale.

Il 7 gennaio 1285 moriva a Foggia il sovrano Carlo I d’Angiò. Le viscere furono custodite nella cattedrale di Foggia, il cuore a Parigi e le spoglie a Napoli. Lapide commemorativa della morte di Carlo I conservata in una cappella laterale della Cattedrale di Foggia – foto di Alberto Gentile.

La Facciata anteriore

La parte inferiore della facciata è composta da cinque archi, quello centrale è più ampio e contiene il portale più volte modificato. Al di sopra del portale vi era in passato, molto probabilmente un rosone (vedi la ricostruzione del rosone Fig. 13). L’arcatura prosegue anche sui fianchi esterni della chiesa, sul lato Nord sono presenti due semicapitelli con testine dai caratteri regali (fig. 4 e 5).

parte inferiore della facciata della Cattedrale di Foggia
fig. 2 Parte inferiore della facciata della cattedrale.

Il cornicione della Cattedrale

Di notevole pregio è il cornicione marcapiano decorato con motivi classicheggianti e figure zoomorfe. Secondo la professoressa M. S. Calò Mariani questo cornicione sarebbe da attribuire al maestro Bartolomeo da Foggia. Calò Mariani (1980, pp. 254-256).

Cornicone cattedrale Foggia
Il cornicione anteriore della cattedrale nel suo insieme
Il cornicione anteriore della cattedrale metà sinistra.
Il cornicione anteriore della cattedrale metà destra.

Di grande valore artistico sono le due figure poste sulle mensole angolari destra e sinistra della facciata, un giovane ed un vecchio, ritratti nudi mentre sono aggrediti da serpenti e coccodrilli.

Fig. 3 Particolare del cornicione: mensola angolare di destra – un giovane imberbe azzannato da due serpenti.
Fig. 4 Cattedrale di Foggia, particolare del cornicione: mensola angolare di sinistra – un uomo barbato aggredito da coccodrilli alati.

Fig. 5 Un capitello delle lesene degli archi laterale della Cattedrale di Foggia presenta un volto di donna. Lato destro della Cattedrale.
Fig. 6 Un capitello delle lesene degli archi laterale della Cattedrale di Foggia presenta un volto di uomo con corona che potrebbe verosimilmente rappresentare un sovrano. Potrebbe trattarsi di Guglielmo II il Buono o di Federico II. Lato destro della Cattedrale.

Il portale di San Martino

Sul lato sinistro della cattedrale subito dopo la chiesa dell’Annunziata si trova il portale di San Martino. Questo portale con l’interessante cornicione e le pregevoli sculture sono stati aggiunti o modificati presumibilmente in epoca sveva sempre ad opera di Bartolomeo da Foggia, Calò Mariani (1980, pp. 254-256).

Nel portale si distinguono, nella lunetta superiore un Cristo tra due angeli in volo e sull’arco sono presenti anche due leoni alati, al di sotto si distingue un rilievo raffigurante presumibilmente San Martino a cavallo, secondo alcuni potrebbe trattarsi di Federico II, a sinistra del personaggio a cavallo si trova Sansone in lotta con un leone e a destra un profeta o un alto prelato o San Martino. Nella lunetta collocata nella parte inferiore del portale si distinguono una Madonna con bambino tra due angeli.

Accesso al portale di San Martino.
Accesso al portale di San Martino. fianco sinistro della cattedrale.
Fig. 7 Il Portale di San Martino collocato sul lato sinistro della Cattedrale di Foggia esternamente,
parte superiore.
Fig 8 Portale di San Martino, particolare centrale, cavaliere con mantello (secondo alcuni San Martino, per altri Federico II). Foggia.
Fig. 9 Parte intermedia del portale di San Matino, particolare che vede raffigurati la Madonna con Bambino con angeli laterali. Foggia.
Fig. 10 Portale di San Martino, personaggio posto a destra per chi guarda, con molta probabilità si tratta di San Martino. Foggia.
Fig. 11 Veduta d’insieme del portale di San Martino.


Reperti provenienti dalla cattedrale conservati presso il museo civico di Foggia

Nel museo civico di Foggia sono conservati alcuni reperti provenienti dalla cattedrale e ritrovati dopo l’evento tellurico del 1731. Si tratta di una colonnina del rosone appartenuto alla cattedrale e di due piccole statue a figura intera di San Paolo e san Matteo.

Fig. 12 due sculture conservate nel museo civico di Foggia risalenti alla seconda metà del XIII secolo provenienti dalla cattedrale, rapprsentano da sinistra l’apostolo San Paolo e a destra l’evangelista San Matteo.

Ricostruzione dell’antico rosone cattedrale di Foggia

Ricostruzione dell'antico rosone.
Fig. 13 Nel museo civico di Foggia è conservata questa colonnina che proviene dalla cattedrale, la colonnina è esposta in questo modo simulando la ricostruzione del rosone cattedrale.

La Cripta del Succorpo

La cripta è a tre navate su basse colonne ed è ricoperta da volte a crociera gotiche.
Di grande pregio artistico sono quattro capitelli che sormontano le colonne centrali attribuiti da alcuni studiosi a Bartolomeo da Foggia, e potrebbero risalire al XIII secolo, questo testimonierebbe che nella primitiva cripta non ci fossero queste colonne e che, secondo lo studioso Giuseppe De Troia, sarebbero state inserite nella chiesa del Succorpo per volere di Federico II con l’intento di farla a somigliare al “Cenacolo di Gerusalemme” dopo il ritorno dello Svevo dalla Terra Santa. In effetti traspare una certa somiglianza tra la cripta della Cattedrale di Foggia ed il Cenacolo di Gerusalemme.

Vi sono vari affreschi, il più interessante è quello che raffigura Gesù in maestà da poco restaurato del XIV-XV.

Antica foto dell’interno della cripta della cattedrale di Foggia, ben visibili le quattro colonne centrali ed i capitelli.

L’antico altare è stato eliminato per far posto al nuovo collocato al centro del piccolo presbiterio.

Sono visibili gli antichi ingressi che consentivano, con delle scalinate, il passaggio dalla chiesa superiore alla cripta, prima che fosse demolito l’antico impianto a tre navate ed elevato il piano della navata della chiesa superiore. A reggere quest’ultima fu creato il nuovo Succorpo, a tre navate dove si conservano l’urna in legno dorato del Cristo morto e le statue della Passione. Inoltre vi sono delle tombe di vescovi.

Fig. 14 Affresco raffigurante un Cristo in maestà su una parete della chiesa della cripta della cattedrale.
Passaggio tra via Duomo e via Campanile che si trova alle spalle della cattedrale, gli archi tipici dell’epoca medievale sono la testimonianza della struttura architettonica di stile romanico posta nella parte inferiore della cattedrale.

Bibliografia:

  • CATTEDRALI DI PUGLIA, Alfredo Petrucci – Editore: Carlo Bestetti Edizioni d Arte – Roma, 1960
  • La Cattedrale di Foggia. Le sue forme nel tempo a cura di Nunzio Tomaiuoli – Claudio Grenzi Editore
  • Cattedrali di Puglia. A cura di Cosimo Damiano Fonseca. Adda Editore
  • M.S. Calò Mariani, La scultura in Puglia durante l’età sveva e protoangioina, in La Puglia fra Bisanzio e l’Occidente (Civiltà e culture in Puglia, 2), Milano 1980, pp. 254-316;

Copyright  © Alberto Gentile

Categorie
Personaggi

Carlo Magno

Carlo Magno è stato uno dei personaggi storici più significativi per la storia d’Europa. Ha saputo creare un grande ed esteso regno, corredandolo di nuove istituzioni e un nuovo modo di amministrare il potere. Dalla deposizione di Romolo Augusto avvenuta nel 476 mancava nell’Europa occidentale il titolo di imperatore dei romani, erano passati ben tre secoli e Carlo è riuscito, unificando diversi stati e conquistando la fiducia dei pontefici romani, a ricreare un impero.

Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, nell’Europa occidentale si erano sviluppati regni romano-barbarici in quanto avevano all’interno delle loro amministrazioni una componente romana ed una germanica, in Spagna c’erano i Visigoti, in Italia gli Ostrogoti e in Gallia i Franchi. 

Il popolo dei Franchi, nel secolo VI d.C. occupava gran parte della Gallia che si trovava in una fase di divisione interna, che durò fino alla fine del 600. All’inizio del 700 la Gallia è minacciata dal tentativo di espansione degli Arabi, che dopo aver conquistato buona parte della Spagna varcano i Pirenei, ma vengono respinti da Carlo Martello nel 732. Il figlio di Carlo, Pipino il Breve, approfitta della richiesta di aiuto pervenuta dal Papa, che non riesce a fronteggiare l’avanzata dei Longobardi, per farsi proclamare Re. In questo contesto storico si inserisce la figura di Carlo Magno.

Carlo Magno nacque molto probabilmente il 2 aprile del 742 dal re dei Franchi Pipino il Breve e da Bertrada di Laon, era nipote di quel Carlo Martello che aveva impedito l’invasione araba con la celebre vittoria nella Battaglia di Poitiers.

Quel poco che si sa della giovinezza di Carlo Magno suggerisce che abbia ricevuto una formazione pratica per la leadership partecipando alle attività politiche, sociali e militari associate alla corte di suo padre. I suoi primi anni furono segnati da una serie di eventi che ebbero immense implicazioni per la posizione dei Franchi nel mondo contemporaneo. Nel 751, con l’approvazione papale, Pipino sottrasse il trono dei Franchi all’ultimo re merovingio, Childerico III. Dopo l’incontro con papa Stefano II nel palazzo reale di Ponthion nel 753-754, Pipino strinse un’alleanza con il papa impegnandosi a proteggere Roma in cambio dell’approvazione papale del diritto della dinastia di Pipino al trono dei Franchi. Pipino intervenne anche militarmente in Italia nel 755 e nel 756 per frenare le minacce longobarde a Roma, e nella cosiddetta Donazione di Pipino del 756 conferì al papato un blocco di territorio che si estendeva attraverso l’Italia centrale che costituì la base di una nuova entità politica, cioè lo Stato Pontificio, su cui governava il papa.

Pipino il Breve dipinto da Louis-Félix Amiel il ritratto fu commissionato da re Luigi Filippo nel 1837.

Pipino il Breve, con l’approvazione della nobiltà e dei vescovi, aveva designato come suoi successori i due figli Carlo e Carlomanno. Infatti, quando morì Pipino, il 24 settembre 768, andarono a Carlo l’Austrasia, gran parte della Neustria e la metà nord-occidentale dell’Aquitania e tutti i territori nel frattempo conquistati nella parte orientale fino alla Turingia. A Carlomanno andarono la Borgogna, la Provenza, la Gotia, l’Alsazia, l’Alamagna e la parte sud-orientale dell’Aquitania. L’Aquitania era governata in comune.
I due fratelli furono incoronati in luoghi diversi il 9 ottobre 768.

Carlo e suo fratello sposarono le figlie del re longobardo Desiderio, con lo scopo di rafforzare rapporti di concordia ed amicizia tra i due popoli, questi matrimoni non furono ben visti dal papa. 

Presto i rapporti fra i due fratelli diventarono difficili e contrastanti, ma ben presto i problemi si placano a causa della morte improvvisa di Carlomanno avvenuta nel 771. 

In quella data Carlo, si libera degli eredi del fratello e riesce a riunire sotto un unico regno le province della Gallia, comprendenti la Francia, il Belgio e parte dell’attuale Germania. Nello stesso anno ripudiò la moglie Desiderata figlia del re Longobardo. Desiderio allora accolse presso la sua corte la figlia ripudiata e la vedova di Carlomanno. In quel periodo i Longobardi governavano gran parte dell’italiana peninsulare.

Nel 773, su invito di Papa Adriano I, impose a Desiderio di lasciare al papa le terre che aveva occupato nell’esarcato e nel ducato romano; avendo ricevuto un rifiuto, attraversò le Alpi col suo esercito e invase l’Italia settentrionale, sconfisse il re Desiderio e si proclamò sovrano dei Franchi e dei Longobardi. Ritornò nel 776 per reprimere una rivolta dei duchi longobardi del Friuli, di Chiusi, Spoleto e Benevento; poi torno nuovamente in Italia nel 780 per far consacrare dal pontefice, come re d’Italia, il figlio secondogenito Carlomanno che fu ribattezzato col nome di Pipino.

Carlo Magno e Pipino d’Italia. miniatura da un manoscritto, del 991, delle Leges Barbarorum, copia del manoscritto originale dell’830 circa.

Le Campagne Militari

Il futuro imperatore iniziò una serie di campagne militari, della durata di molti anni volte sia a conquistare nuovi territori che a consolidare la presenza franca sui confini. Dopo la guerra coi Longobardi Carlo si impegnò in una serie di campagne sui confini orientali. L’impresa militare più impegnativa per Carlo Magno lo vide contrapposto ai Sassoni, una popolazione della Germania ancora pagana, avversari di lunga data dei Franchi, la cui conquista richiese più di 30 anni di campagne (dal 772 all’804). Questa lunga lotta, che portò all’annessione di un vasto blocco di territorio tra i fiumi Reno ed Elba, fu segnata da saccheggi, rottura di tregue, presa di ostaggi, uccisioni di massa, deportazione di sassoni ribelli, misure draconiane per costringere all’accettazione del cristianesimo, e occasionali sconfitte dei Franchi. Anche i Frisoni, alleati sassoni che vivevano lungo il Mare del Nord a est del Reno, furono costretti alla sottomissione.

La guerra contro i Sassoni.

Preoccupato di difendere la Gallia meridionale dagli attacchi musulmani e ingannato dalle promesse di aiuto dei leader musulmani locali nel nord della Spagna che cercavano di sfuggire all’autorità del sovrano Umayyad di Cordoba, Carlo Magno invase la Spagna nel 778. Quell’impresa sconsiderata si concluse con una disastrosa sconfitta dell’esercito franco che fu costretto alla ritirata. Durante la ritirata, il 15 agosto 778 si colloca l’episodio della battaglia di Roncisvalle, qui la retroguardia franca subì un agguato da parte di tribù basche.  A seguito di questa imboscata morirono diversi nobili e alti ufficiali, tra cui “Hruodlandus” (Orlando), prefetto del limes di Bretagna. Quell’episodio ispirò, intorno al 1100, uno dei testi epici fondamentali della letteratura medievale europea “La Chanson de Roland”.

Morte di Rolando a Roncisvaux di Alphonse de Neuville, 1872 – 1875, Biblioteca dell’Harvard College, da The History of France: From the Earliest Times to 1789, Told to My Grandchildren di François Guizot.

Nonostante questa battuta d’arresto, Carlo Magno persistette nei suoi sforzi per rendere più sicura la frontiera spagnola. Nel 781 creò un sottoregno dell’Aquitania con suo figlio Luigi come re. Da quella base le forze franche organizzarono una serie di campagne che alla fine stabilirono il controllo dei Franchi sulla marca spagnola, il territorio compreso tra i Pirenei e il fiume Ebro.

Tra il 787–788 Carlo Magno annetté con la forza la Baviera, i cui leader avevano a lungo resistito alla signoria dei Franchi. Quella vittoria mise i Franchi faccia a faccia con gli Avari, nomadi asiatici che durante la fine del VI e il VII secolo avevano formato un vasto regno abitato in gran parte da slavi che vivevano su entrambe le sponde del Danubio. Nell’VIII secolo il potere avaro era in declino e le campagne franche del 791, 795 e 796 accelerarono la disintegrazione di quell’impero. Carlo Magno conquistò un’enorme quantità di bottino, rivendicò un blocco di territorio a sud del Danubio in Carinzia e Pannonia e aprì un campo missionario che portò alla conversione degli Avari e dei loro ex sudditi slavi al cristianesimo.

Sotto il suo dominio il Regno dei Franchi arrivò a coprire quasi tutta l’Europa continentale occidentale, fatta eccezione per la Spagna, in mano agli Arabi, e l’Italia meridionale bizantina.

La sua prestazione sul campo di battaglia gli valse la fama di re guerriero nella tradizione dei Franchi, colui che avrebbe reso i Franchi una forza nel mondo un tempo contenuto nell’Impero Romano.

Carlo Magno in una calcografia di Giovanni Battista Cavalieri (1583), conservata presso la Biblioteca comunale di Trento.

In generale, i rapporti di Carlo Magno con il papato, soprattutto con papa Adriano I, furono positivi e gli procurarono un prezioso sostegno per il suo programma religioso e lodi per le sue qualità di sovrano cristiano. L’espansione della presenza franca in Italia e nei Balcani intensificò gli incontri diplomatici con gli imperatori d’Oriente, che rafforzarono la posizione dei Franchi rispetto all’Impero Romano d’Oriente, indebolito dai dissensi interni e minacciato dalla pressione musulmana e bulgara sulle sue frontiere orientali e settentrionali.

Carlo Magno e papa Adriano I.

Carlo Magno stabilì anche rapporti amichevoli con il califfo ʿAbbāsid a Baghdad (Hārūn al-Rashīd), i re anglosassoni di Mercia e Northumbria e il sovrano del regno cristiano delle Asturie nella Spagna nordoccidentale. E godeva di un vago ruolo di protettore dell’establishment cristiano a Gerusalemme. Combinando con coraggio e risorse il tradizionale ruolo di re guerriero con una diplomazia aggressiva basata su una buona conoscenza delle realtà politiche attuali, Carlo Magno elevò il regno franco a una posizione di leadership nel mondo europeo.

Corte e amministrazione di Carlo Magno

Pur rispondendo alle sfide legate all’attuazione del suo ruolo di re guerriero, Carlo Magno era consapevole dell’obbligo di un sovrano franco di mantenere l’unità del suo regno. Questo onere fu complicato dalle divisioni etniche, linguistiche e giuridiche tra le popolazioni portate sotto la dominazione franca nel corso di tre secoli di conquista, a partire dal regno del primo re merovingio, Clodoveo (481–511). Come leader politico, Carlo Magno non era un innovatore. La sua preoccupazione era quella di rendere più efficaci le istituzioni politiche e le tecniche amministrative ereditate dai suoi predecessori merovingi. La forza direttiva centrale del regno rimaneva il re stesso, il cui ufficio per tradizione conferiva al suo titolare il diritto di comandare l’obbedienza dei suoi sudditi e di punire coloro che non obbedivano. Per ricevere assistenza nell’affermare il suo potere di comando, Carlo Magno faceva affidamento sul suo palatium, un insieme mutevole di membri della famiglia, fidati compagni laici ed ecclesiastici e assortiti tirapiedi, che costituiva una corte itinerante al seguito del re mentre svolgeva le sue campagne militari e cercò di trarre vantaggio dalle entrate provenienti da proprietà reali ampiamente sparse.

I membri di questo circolo, alcuni con titoli che suggeriscono dipartimenti amministrativi primitivi, svolgevano su ordine reale varie funzioni legate alla gestione delle risorse reali, alla conduzione di campagne militari e missioni diplomatiche, alla produzione di documenti scritti necessari per amministrare il regno, intraprendendo missioni in tutto il regno per far rispettare le politiche reali. , rendere giustizia, condurre servizi religiosi e consigliare il re.

Recto di un denario d’argento raffigurante Carlo Magno con l’iscrizione KAROLVS IMP AVG (Karolus Imperator Augustus), coniato a Francoforte sul Meno tra l’812 e l’814; è conservato presso il dipartimento delle monete, medaglie e antichità della Biblioteca nazionale di Francia a Parigi.

Una componente fondamentale dell’efficacia del re e una questione di costante preoccupazione per Carlo Magno era l’esercito, nel quale tutti gli uomini liberi erano obbligati a prestare servizio a proprie spese quando convocati dal re. Sempre più importante per il mantenimento dell’establishment militare, in particolare della cavalleria corazzata, era la capacità del re di fornire fonti di reddito, solitamente concessioni di terre, che consentissero ai suoi sudditi di prestare servizio a proprie spese. Le risorse necessarie per sostenere il governo centrale provenivano dal bottino di guerra, dalle entrate dei patrimoni reali, dalle multe e dalle tasse giudiziarie, dai pedaggi sul commercio, dalle donazioni obbligatorie dei sudditi nobili e, in misura molto limitata, dalle tasse dirette.
Per esercitare la sua autorità a livello locale, Carlo Magno continuò a fare affidamento su funzionari reali detti conti, che rappresentavano l’autorità reale in entità territoriali chiamate contee. Le loro funzioni includevano l’amministrazione della giustizia, il reclutamento di truppe, la riscossione delle tasse e il mantenimento della pace. Anche i vescovi continuarono a svolgere un ruolo importante nel governo locale. Carlo Magno ampliò il coinvolgimento del clero nel governo aumentando l’uso delle concessioni reali di immunità a vescovi e abati, che liberarono le loro proprietà dall’intervento delle autorità pubbliche. Questo privilegio, in effetti, permetteva ai suoi beneficiari o ai loro agenti di governare su coloro che abitavano le loro proprietà fintanto che godevano del favore reale. L’efficacia di questo sistema di governance dipendeva in gran parte dalle capacità e dalla lealtà di coloro che ricoprivano incarichi a livello locale. Carlo Magno reclutò la maggior parte dei funzionari reali da un numero limitato di famiglie aristocratiche interconnesse che erano ansiose di servire il re in cambio del prestigio, del potere e delle ricompense materiali associate al servizio reale.

L’uso sempre più diffuso dei documenti scritti come mezzo di comunicazione tra il governo centrale e quello locale permise una maggiore precisione e uniformità nella trasmissione degli ordini reali e nella raccolta di informazioni sulla loro esecuzione. Tra questi documenti c’erano i capitolari reali, documenti quasi legislativi inviati in tutto il regno per esporre la volontà del re e fornire istruzioni per l’attuazione dei suoi ordini.

La gestione degli aspetti religiosi.

La sua politica religiosa rifletteva la sua capacità di rispondere positivamente alle forze di cambiamento che operavano nel suo mondo. Il suo programma per adempiere alle sue responsabilità religiose reali fu formulato in una serie di sinodi composti sia da chierici che da laici convocati per ordine reale per considerare un ordine del giorno stabilito dalla corte reale. La riforma si è concentrata su alcune grandi preoccupazioni: rafforzare la struttura gerarchica della Chiesa, chiarire i poteri e le responsabilità della gerarchia, migliorare la qualità intellettuale e morale del clero, proteggere e ampliare le risorse ecclesiastiche, standardizzare le pratiche liturgiche, intensificare la pastorale rivolta alla collettività comprensione dei principi fondamentali della fede e miglioramento della morale, sradicamento del paganesimo. Con il progredire del movimento di riforma, la sua portata si allargò per conferire al sovrano l’autorità di disciplinare i chierici, affermare il controllo sulle proprietà ecclesiastiche, propagare la fede e definire la dottrina ortodossa.
Nonostante estendesse la sua autorità su questioni tradizionalmente amministrate dalla chiesa, le mosse aggressive di Carlo Magno per dirigere la vita religiosa ottennero l’accettazione da parte dell’establishment ecclesiastico, compreso il papato. Nel valutare il sostegno clericale alla politica religiosa del re, è necessario tenere presente che il re controllava la nomina dei vescovi e degli abati, era uno dei principali benefattori dell’establishment clericale ed era il garante dello Stato Pontificio. Ciononostante, il sostegno del clero fu sincero, riflettendo la sua approvazione per il desiderio del re di rafforzare le strutture ecclesiastiche e di approfondire la pietà e correggere la morale dei suoi sudditi cristiani. Tale approvazione fu espressa nella glorificazione del re dei suoi tempi come rettore del “nuovo Israele”.

Imperatore dei Romani

La prodigiosa gamma di attività di Carlo Magno durante i primi 30 anni del suo regno fu il preludio a quello che alcuni contemporanei e molti osservatori successivi considerarono l’evento culminante del suo regno: la sua incoronazione a imperatore romano. In gran parte, quell’evento fu la conseguenza di un’idea modellata dall’interpretazione data alle azioni di Carlo Magno come sovrano. Nel corso degli anni, alcuni dei principali consiglieri politici, religiosi e culturali del re si convinsero che una nuova comunità stava prendendo forma sotto l’egida del re e del popolo Franco, il quale, come dichiarò un papa, “il Signore Dio d’Israele ha benedetto.” Si parlava di quella comunità come dell’imperium Christianum, comprendente tutti coloro che aderivano alla fede proclamata dalla chiesa romana. Questa comunità accettò il dominio di un monarca sempre più acclamato come il “nuovo Davide” e il “nuovo Costantino”, custode della cristianità ed esecutore della volontà di Dio. La preoccupazione per il benessere dell’imperium Christianum fu accresciuta dalla percepita inidoneità degli imperatori eretici di Costantinopoli a rivendicare l’autorità sulla comunità cristiana, soprattutto dopo che una donna, Irene, divenne imperatore d’Oriente nel 797.

In un senso più ampio, gli sviluppi dell’VIII secolo produssero nel mondo carolingio la percezione che l’Occidente latino e l’Oriente greco divergessero in modi che negavano le pretese universaliste degli imperatori orientali.

Poi, nel 799, emerse una minaccia ancora maggiore al benessere dell’imperium Christianum. La capacità del papa di guidare il popolo di Dio venne messa in discussione quando Papa Leone III fu attaccato fisicamente da una fazione di romani, tra cui alti funzionari e prelati della curia papale, che credevano fosse colpevole di tirannia e di grave cattiva condotta personale. Leone fuggì alla corte del suo protettore, il cui ruolo di rettore della cristianità era ormai rivelato. Carlo Magno fornì una scorta che riportò Leone III all’ufficio papale; poi, dopo ampie consultazioni in Francia, si recò a Roma alla fine dell’800 per affrontare la delicata questione del giudizio del vicario di Pietro e del ristabilimento dell’ordine nello Stato Pontificio.

Dopo una serie di incontri con i notabili religiosi e i laici franchi e romani, fu stabilito che, invece di essere giudicato, il papa avrebbe prestato pubblicamente giuramento purgandosi dalle accuse contro di lui; alcuni indizi nella documentazione suggeriscono che queste deliberazioni portarono anche alla decisione di ridefinire la posizione di Carlo Magno. Due giorni dopo l’atto di purgazione di Leone, mentre Carlo Magno assisteva alla messa del giorno di Natale nella antica basilica di San Pietro, il papa gli pose una corona in testa, mentre i romani riuniti per il culto lo proclamarono “imperatore dei romani”.

Incoronazione imperiale di Carlo Magno, opera di di Friedrich Kaulbach, 1861.

Gli storici hanno a lungo dibattuto su chi attribuire la responsabilità di questo evento. Nonostante l’affermazione di Eginardo, biografo di corte di Carlo Magno, secondo cui il re non si sarebbe recato a San Pietro in quel fatidico giorno se avesse saputo cosa sarebbe successo, le prove lasciano pochi dubbi sul fatto che re e papa collaborarono nella pianificazione dell’incoronazione e la restaurazione dell’Impero Romano in Occidente fu vantaggiosa per entrambi. Considerata la debole posizione del papa in quel momento e la propensione del re per le azioni audaci, sembra molto probabile che Carlo Magno e i suoi consiglieri abbiano preso la decisione chiave che prevedeva un nuovo titolo per il re, lasciando al papa il compito di organizzare la cerimonia che avrebbe formalizzato l’accordo.

Il nuovo titolo conferiva a Carlo Magno l’autorità legale necessaria per giudicare e punire coloro che avevano cospirato contro il papa. Forniva inoltre un adeguato riconoscimento del suo ruolo di sovrano di un impero di popoli diversi e di guardiano della cristianità, e gli conferiva uno status paritario rispetto ai suoi corrotti rivali di Costantinopoli. Ratificando ancora una volta un titolo per i Carolingi, il papa rafforzò il legame con il suo protettore e diede lustro all’ufficio pontificio in virtù del suo ruolo nel conferire la corona imperiale al “nuovo Costantino”.

Sulla valutazione degli anni di Carlo Magno come imperatore del Sacro Romano Impero, gli storici non sono completamente d’accordo. Alcuni hanno visto il periodo come un periodo di crisi emergente, in cui le attività dell’anziano imperatore erano sempre più limitate. Poiché Carlo Magno non guidò più imprese militari di successo, le risorse con cui premiare i seguaci reali diminuirono. Allo stesso tempo, nuovi nemici esterni sembravano minacciare il regno, in particolare gli uomini del Nord (Vichinghi) e i Saraceni. Si riscontravano anche segnali di inadeguatezza strutturale del sistema di governo, che si assumeva costantemente nuove responsabilità senza un proporzionale incremento delle risorse umane e materiali, e una crescente resistenza al controllo regio da parte di magnati laici ed ecclesiastici che cominciavano a cogliere le implicazioni politiche, sociali, e il potere economico derivante dalle concessioni reali di terre e immunità. Altri storici, tuttavia, hanno sottolineato aspetti come la maggiore preoccupazione reale per gli indifesi, i continui sforzi per rafforzare l’amministrazione reale, la diplomazia attiva, il mantenimento della riforma religiosa e il sostegno al rinnovamento culturale, che vedono come prova della vitalità durante il regno di Carlo Magno. 

All’interno di questo contesto più ampio ci furono sviluppi che suggeriscono che il titolo imperiale significasse poco per chi lo riceveva. Infatti, nell’802, quando usò formalmente per la prima volta l’enigmatico titolo di “Imperatore che governa l’Impero Romano”, mantenne il suo vecchio titolo di “Re dei Franchi e dei Longobardi”. Continuò a vivere alla maniera tradizionale dei Franchi, evitando modalità di condotta e protocolli associati alla dignità imperiale. Si affidò meno ai consigli del circolo che aveva plasmato l’ideologia che portò alla rinascita dell’Impero Romano. L’imperatore, infatti, sembrava ignaro dell’idea di un’entità politica unitaria implicita nel titolo imperiale quando, nell’806, decretò che alla sua morte il suo regno sarebbe stato diviso tra i suoi tre figli.

Carlo Magno e la sua corte, miniatura medievale.

Altre prove indicano che il titolo imperiale era importante per lui. Carlo Magno si impegnò in una lunga campagna militare e diplomatica che finalmente, nell’812, ottenne il riconoscimento del suo titolo da parte dell’imperatore d’Oriente. Dopo l’800 il suo programma di riforma religiosa enfatizzò cambiamenti nel comportamento che implicavano che l’appartenenza all’imperium Christianum richiedesse nuove modalità di condotta pubblica. Ha tentato di portare una maggiore uniformità ai diversi sistemi giuridici prevalenti nel suo impero. La terminologia e i simboli utilizzati dalla corte per esporre le sue politiche e i motivi artistici impiegati nel complesso edilizio di Aquisgrana riflettevano la consapevolezza dell’ufficio imperiale come fonte di elementi ideologici capaci di rafforzare l’autorità del sovrano. Nell’813 Carlo Magno assicurò la perpetuazione del titolo imperiale conferendo con le proprie mani la corona imperiale all’unico figlio sopravvissuto, Ludovico il Pio. L’incoronazione dell’813 suggerisce che Carlo Magno ritenesse che l’ufficio avesse un certo valore e che volesse escludere il papato da qualsiasi parte nel suo conferimento.

Ludovico I il Pio, incisione settecentesca di François-Séraphin Delpech.

Nel loro insieme le prove portano alla conclusione che Carlo Magno considerava il titolo imperiale come un premio personale in riconoscimento dei suoi servizi alla cristianità, da utilizzare come riteneva opportuno per rafforzare la sua capacità e quella dei suoi eredi di dirigere l’imperium Christianum verso i suoi interessi. 

L’Eredità

Nel gennaio 814 Carlo Magno si ammalò di febbre dopo aver fatto il bagno nelle sue amate sorgenti calde ad Aquisgrana; morì una settimana dopo. Scrivendo negli anni 840, il nipote dell’imperatore, lo storico Nithard, dichiarò che alla fine della sua vita il grande re aveva “lasciato tutta l’Europa piena di ogni bontà”. Gli storici moderni hanno reso evidente l’esagerazione di tale affermazione richiamando l’attenzione sulle inadeguatezze dell’apparato politico di Carlo Magno, sui limiti delle sue forze militari di fronte alle nuove minacce dei nemici marittimi, sul fallimento delle sue riforme religiose nell’influenzare la grande massa dei cristiani, il gretto tradizionalismo e i pregiudizi clericali del suo programma culturale e le caratteristiche oppressive dei suoi programmi economici e sociali. Tale attenzione critica al ruolo di Carlo Magno, tuttavia, non può cancellare il fatto che il suo sforzo di adattare le tradizionali idee franche di leadership e bene pubblico alle nuove correnti sociali ha fatto una differenza cruciale nella storia europea. Il suo rinnovamento dell’Impero Romano in Occidente fornì il fondamento ideologico per un’Europa politicamente unificata, un’idea che da allora ha ispirato gli europei.

Bibliografia

  • Giosuè Musca, Carlo Magno e Harun al-Rashid, Roma, Dedalo, 1996.
  • Becher Matthias, Carlo Magno, Bologna, Il Mulino, 2000,
  • Cardini Franco, Carlomagno, un padre della patria europea, Bompiani, 2002.
  • Barbero Alessandro, Carlo Magno: un padre dell’Europa – Editori Laterza 2004.

Copyright  © Alberto Gentile

Categorie
Personaggi

Chi era e chi non poteva essere Federico II di Svevia

Non c’è dubbio che Federico II sia uno dei protagonisti più controversi di tutto il Medio Evo europeo, vittima della confusione che comunemente si fa tra gli elementi storici e quelli leggendari.

A questa situazione contribuiscono i suoi più irriducibili detrattori, ma anche quanti esaltano oltre il lecito la sua personalità; tant’è che oggi, con la diffusione del dibattito, non è tanto utile combattere le argomentazioni dei più ostinati neoguelfi (e sono, ahinoi! ancora tanti) quanto coloro che vedono in lui il profeta di una “modernità” che non poteva avere, di un ecumenismo che non poteva concepire…

Federico II – De Arte Venandi Cum Avibus.

Federico II

ha certo dominato la politica e la cultura medievale in un secolo in cui…

  •  …l’Imperatore ed il Pontefice romano ritenevano entrambi di essere investiti da Dio per gestire le cose dello Stato e della Fede, promuovendo due analoghe teocrazie: esisteva allora una palese, dichiarata “imitatio imperii” da parte del sacerdozio ed una “imitatio sacerdotii” da parte del “regnum”;
  •  …la conquista ed il mantenimento del potere giustificava le peggiori atrocità, né l’Imperatore poteva essere secondo al Pontefici che ordinavano la strage degli Albigesi, sacrificavano due milioni di Cristiani alle Crociate, promuovevano i processi inquisitoriali…
  •  …le integrazioni razziali non erano ancora concepite, mentre le minoranze religiose erano perseguitate dalla Chiesa ben coadiuvata dal “braccio secolare” che vedeva negli eretici soprattutto un grave rischio sovversivo
  •  …le violenze che oggi definiremo “maschiliste” coinvolgevano tutte le religioni e tutte le filosofie, lo sviluppo culturale era condizionato da dogmatismi ed integralismi d’ogni colore;
  •  …la cultura — preda ancora di alchimie e superstizioni d’ogni genere — non aveva ancora posto le premesse per la nascita della scienza, sia pure nella forma embrionale che avverrà due secoli dopo…

In questa situazione, Federico II si inserì con alcune intuizioni che lo resero un gigante del suo tempo; ma che non possono essere confuse con delle iniziative decisamente anticipatrici, che un uomo medievale non poteva certo concepire.

Egli infatti

  • …non fu un “laico” nel significato attuale del termine, ma lottò per condurre il Papato alle sole competenze morali, premessa per lo Stato di diritto e per sconfiggere ogni forma di integralismo;
  • …fu tremendo nelle battaglie, nel reprimere gli attentati alla propria persona, nel condurre gli assedi dove ricorse agli scudi umani non meno del Crociato Simone di Monfort, ma tentò più di ogni altro contemporaneo di risolvere molte controversie con la diplomazia, senza spargimento di sangue;
  • …punì le intolleranze dei Saraceni in Sicilia, ma li ospitò a Lucera integrandoli nel proprio esercito e nell’amministrazione dell’Impero; dopo di lui, regnanti Bonifacio VII a Roma e Carlo II d’Angiò in Sicilia, furono barbaramente sterminati nel 1300, l’Anno del Primo Giubileo;
  • …mantenne la giovane moglie Jolanda di Brienne nell’asfittico harem palermitano, ma nelle Costituzioni di Melfi dettò pagine importanti ed innovative per reprimere la violenza contro le donne e difenderle dalle accuse;
  •  …era ancora legato ai rituali magici dell’Oriente, ma alla sua Corte ospitò dotti di tutte le terre senza distinzione di razza e di religione, cui pose quesiti che saranno alla base delle prime ricerche degne di essere definite scientifiche;
  •  …si professò e fu sinceramente cattolico, ma seppe concepire l’universalità dalla cultura all’esclusivo servizio dell’uomo, superando i vincoli che nascevano dal fatto di voler distinguere le culture cristiana, ebrea, musulmana…

Crociato scomunicato, a Gerusalemme trasformò una lotta di religione in un confronto tra diverse culture, rendendo possibile un accordo da allora mai ripetuto.

Federico II non fu certo il pensatore medievale più illuminato ed innovativo in alcun campo della filosofia, della religione, dello scibile umano di allora. Ma il suo valore, o anche semplicemente il suo fascino, consiste nell’avere contemporaneamente spaziato in moltissimi campi della conoscenza, come tutti i grandissimi della storia…

L’Italia, culla del Guelfismo più intransigente, rimasta sotto l’influenza dei Papi fino al XIX secolo, soffre ancora di una storiografia che vuole Federico ateo, nemico della Chiesa, carico dei peggiori vizi che possono ledere l’onorabilità di un Principe. Al contrario in Germania, lontano dalle mene politico-religiose e dalle pretese territoriali della Chiesa, l’immagine dell’Imperatore è prevalentemente influenzata dal suo atteggiamento riformistico: ed i Tedeschi sono legati a lui da una profonda stima, molto vicina all’amore.

Copyright  © Alberto Gentile

Bibliografia:

Antonino De Stefano, Federico II e le correnti spirituali del suo tempo, Roma, 1923.

Kaiser Friedrichs II. in Süditalien, Stuttgart 1977)

Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore, Garzanti, Milano, 1988.


David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Enaudi, Torino, 1993.


Carlo Fornari, FEDERICO II un sogno imperiale svanito a Vittoria, Silva Editore, Parma, maggio 1998.


Categorie
Medioevo e Videogiochi

“Medieval bullshit”

L’idea di Medioevo nei capitoli “europei” di Resident Evil.

Introduzione.

Il Medioevo, come diceva Umberto Eco, lo si “rabbercia”. Lo si ristruttura grossolanamente, lo si raffazzona in modo da poter continuare a usarlo come contenitore per le nostre vite, dal momento che il Medioevo ha inventato una vasta gamma di cose con cui stiamo ancora facendo i conti. Il fenomeno è stato osservato per ogni aspetto possibile, materiale e immateriale: chiese, palazzi comunali, monumenti, film, serie tv, romanzi, fumetti e chi più ne ha più ne metta. Ma come si rabbercia il Medioevo, o meglio il sogno di un Medioevo, in due videogiochi che parlano di zombies, vampiri e lupi mannari ambientati in Europa? 

Wu Ming, nel suo romanzo Ufo 78, asserisce che l’obiettivo di uno scritto è raccontare la verità, sia pure parlando di dischi volanti e lupi mannari; dunque, il sogno di un Medioevo in dei videogiochi che parlano di morti viventi e lupi mannari si analizza, a modesto parere di chi scrive, innanzitutto raccontando la verità, storicizzando le opere.

Resident Evil 4 e Resident Evil: Village sono due videogiochi del genere action-horror pubblicati dalla celebre casa nippo-statunitense Capcom. I titoli sono ambientati in piccoli centri isolati di due Paesi europei, rispettivamente la Spagna e la Romania, per fornire il pretesto alla trama (completamente cinematografica) comune a tutta la saga: l’incidente che trasforma un’intera comunità in zombies, che vengono combattuti da eroi “quotidiani”. Il primo titolo, sebbene sia stato oggetto di un ottimo remake lo scorso anno, è in realtà uscito, nella sua versione originale, nel 2004. Il secondo titolo è di parecchio successivo al primo (2021), ma ne raccoglie per molti versi l’eredità, come stiamo per vedere.

Una delle cose inventate dal Medioevo che ci angoscia ancora ai giorni nostri è il terrorismo mistico: da quando è esplosa la polveriera mediorientale e le organizzazioni terroristiche moderne hanno iniziato a pullulare, figure come la setta degli Assassini e il Veglio della montagna hanno suscitato tutta una serie di riflessioni tagliate con l’accetta riguardo a una naturale quanto lombrosiana propensione di determinate popolazioni a svolgere il mestiere di sicario, per la precisione di sicario fanatico. Tali sforzi speculativi hanno poi contribuito, nel sentire comune, a fornire una grossa base di consensi per chi li ha utilizzati per fini politici, evocando invasioni e sostituzioni etniche. Qui ci sarebbe da parlare parecchio, ma noi ci atterremo all’argomento.

Nel 2004, anno di uscita del primo videogioco preso in esame, si era nel pieno dell’operazione Iraqi Freedom, durante la quale si cercavano ipotetiche armi di distruzione di massa che i terroristi avrebbero voluto utilizzare contro “i crociati occidentali”. La Francia, isolandosi, oppose una chiusura alla richiesta di partecipazione al conflitto, scatenando una reazione stizzita oltreoceano che arrivava a vette vertiginose, come gli spot pubblicitari che invitavano a non acquistare automobili francesi o a mutamenti linguistico-culinari come l’innovativo “freedom fries” al posto di “french fries”, le patatine: la guerra si combatteva su ogni fronte. Fra i sostenitori dell’intervento armato, i cosiddetti “falchi”, serpeggiava la livida connotazione di “amico dei terroristi islamici”, riferita a chi sosteneva posizioni per così dire meno massimaliste. Si era sull’onda emotiva dell’attentato al World Trade Center, d’altra parte, e, nel 2004, il Giappone mandò in Iraq un battaglione denominato “Self-Defense Forces Iraq Reconstruction and Support Group”. Sulla carta, il contingente aveva scopi umanitari, ma fu così chiamato per aggirare l’articolo 9 della Costituzione giapponese. Al-Zarkawi, nello stesso anno, intimò al governo giapponese di ritirare le proprie truppe. Fu il primo dispiegamento militare nipponico all’estero dopo la Seconda guerra mondiale.

Noi ci fermeremo qui, perché di sogni, nello spazio di una cartella editoriale, ne abbiamo sciorinati parecchi: il sogno, se dura troppo, diventa coma profondo e, come scriveva Raffaele Licinio, nel coma, i sogni diventano incubi.

  1. Chiusure medievali e Parassiti di Distruzione di Massa

Come punto di partenza, prenderemo il quarto capitolo della saga nel suo remake del 2023.

Ci troviamo a Valdelobos, un paesino rurale sperduto su montagne non meglio precisate della Spagna, in compagnia di due poliziotti che sembrano incarnare uno dei clichés più longevi della letteratura mondiale: l’impiegato pubblico scansafatiche.

Il protagonista è il superpoliziotto statunitense Leon S. Kennedy, in missione per salvare Ashley, la figlia del Presidente degli Stati Uniti. La ragazza è stata rapita da una setta, che ora chiede un riscatto. Leon è sopravvissuto all’incidente di Raccoon City (Resident Evil 2), rimanendone fortemente scosso, e proprio per questo è stato inserito in un programma di addestramento militare estremo.

Il nostro eroe, rimasto solo, si inoltra in un villaggio coperto di erbacce selvatiche, costituito da stamberghe fatiscenti e luride abitate da una popolazione dagli sguardi febbrili e dai movimenti trascinati, che lo attacca violentemente urlandogli contro «forastero», “sconosciuto”. A parte imbarazzanti rassomiglianze cinematografiche (innanzitutto The wicker man del 1973), cosa succede?

Per fortuna, abbiamo una spiegazione: Incubate (bel gioco di parole tra l’incubo di cui sopra e l’incubazione di una malattia) è un film in computer grafica uscito in accompagnamento dell’edizione originale del 2004 di Resident Evil 4, che racconta di Valdelobos con il classico espediente del diario scritto da un dissidente. Si tratta di un paesino montano isolato e chiuso, nel quale fa il suo avvento lord Saddler, capo della setta degli Illuminados. La filosofia degli abitanti di Valdelobos è quella di stare il più lontano possibile dalla modernità e dalla tecnologia, adottando uno stile di vita rustico e semplice, per molti versi simile a quello dell’età preindustriale, con i suoi riti e i suoi ritmi. 

Saddler (che, come ogni villain che si rispetti, parla con accento britannico) li convince però che è necessario purificare il loro sangue e le loro anime e, casualmente, ha con sé “il dono”, la cura che li renderà più forti e puri: dei parassiti, Las Plagas. Gli abitanti, a farla breve, si tramutano in una specie di zombies rimbambiti e aggressivi, ma il parassita non riesce a adattarsi al corpo dei bambini del villaggio, che muoiono tutti. Sebbene l’espediente abbia la sua ovvia funzione morale, perché nessun giocatore vorrebbe far saltare la testa a dei poveri pargoli malati, anche questo è un déja-vu: nelle epidemie di peste del Trecento, molti bambini infettati morivano perché tra un’epidemia e l’altra passava parecchio tempo, e i più piccini non erano immunizzati. Lo stesso nome del parassita, Las Plagas, è palesemente un calco dall’inglese plague: peste, piaga.

Dopo aver fatto la sgradita conoscenza dei primi residenti, Leon si ritrova ben presto davanti alla scena madre di ogni rappresentazione di un Medioevo buio: il rogo. 

I contadini cercano allora di uccidere Leon, in quella che sembra una trasposizione videoludica della famiglia Hellequin, con tanto di gigante armato di clava. La caccia selvaggia si protrae per varie fasi del gioco, mentre Leon perde e ritrova più volte Ahsley in un purgatorio itinerante spasmodico. 

Praticamente sovrapponibile risulta la trama dell’ottavo capitolo, Village, in cui un altro eroe ombroso e americano deve salvare una figlia “speciale” (stavolta la sua Rose) da orde di esseri mostruosi mutati da un parassita. 

Il protagonista è Ethan Winters, un uomo comune che si trova in Romania con moglie e figlia neonata grazie a un programma di protezione della BSAA, un ente ONU che si occupa di bioterrorismo. Ethan è sopravvissuto ai macabri fatti del settimo episodio della saga, ambientato in Louisiana: ancora una volta, un eroe dal passato travagliato.

Come recita il titolo, l’avventura si svolge in un anonimo villaggio rumeno sperduto tra i monti, isolato come Valdelobos, governato da una struttura di potere matriarcale (gli antagonisti maschili sono immaturi, impulsivi e trattati con sufficienza dalle donne) che richiama vagamente un sistema feudale: la signora Madre Miranda, alata come un serafino greco e provvista di un’aureola rigida, controlla il villaggio con il terrore insieme ai suoi quattro baroni, dei quali citeremo solo Alcina Dimitrescu, giunonica vampira di due metri e mezzo vestita in stile Belle Époque. Sono esseri mutanti loro stessi, grazie al “cadou”, il “dono” del parassita Megamicete, e capeggiano legioni di licantropi, vampiri e altre creature del genere, cioè i popolani sottoposti alla medesima iniezione salvifica elargita da Madre Miranda.

Ethan è un americano che ficca il naso in un posto in cui non dovrebbe essere (ma guarda un po’…) e allora i cinque “signori” si contendono la sua sorte, sprofondandolo nelle viscere della roccaforte, dove si compie la rituale “caccia selvaggia” da parte dei licantropi. Dopo fasi di gioco rese ancora più rocambolesche dalla visuale in prima persona, Ethan si ritrova prima nel castello e poi nuovamente nel villaggio, costretto a seguire percorsi da criceto prodotti dagli sbarramenti costruiti dalla popolazione sana residua.

Le case del villaggio, pur spoglie e semi dirute, non sono però coperte di escrementi e lerciume e non vi si trovano resti di cibarie tossiche, come in quelle di Valdelobos. Tra gli abitanti ce ne sono per l’appunto alcuni non ancora trasformati, che si riuniscono nell’unica dimora sicura, pregando Madre Miranda con litanie pagane, chiedendole la salvezza. Sono donne e uomini miti, accoglienti e depressi, al punto di cedere all’alcol per fuggire da una realtà allucinante, paradossalmente peggiore della mutazione. Insomma, chiudersi davanti a una minaccia non serve a nulla; anzi, può solo peggiorare la situazione.

La narrazione è però arricchita di alcuni elementi singolari. Ad esempio, l’avventura si apre con un piccolo gioiellino metaletterario: una fiaba animata vera e propria, con tutti i suoi elementi, che anticipa la trama del gioco. Una bambina, incurante del divieto, si allontana nella foresta, dove incontra tre aiutanti (un pipistrello che le dona del nettare, un ragno che le tesse un vestito di seta, un pesce che le dona una scaglia) e un trickster, un cavallo con un ingranaggio sulla fronte. La bimba prende l’ingranaggio dalla fronte del cavallo inchinato, cadendo nel tranello, e l’equino la consegna all’antagonista, Madre Miranda. Ma ecco il co-protagonista entrare in scena: è il padre-eroe che alla fine accetta la lotta e si sacrifica, permettendo alla figlia di salvarsi insieme alla madre.

2. Sto sognando come te un castello che non c’è

Gli scenari di entrambi gli episodi, come è facilmente immaginabile, non possono prescindere dall’elemento principe di ogni ambientazione neogotica: il castello.

Sull’enorme maniero di Resident Evil 4 sembra essersi posato lo stesso ufo planato su Castel del Monte. La struttura si configura infatti come il contenitore unico, nel suo involucro tetro e mastodontico, di tutti i luoghi comuni di antico regime, e dunque del feudalesimo e del Medioevo: lo sfarzo e la pulizia dei pavimenti tirati a lucido dei saloni contrapposti agli ambienti miseri e lerci del villaggio appena lasciato; la completa assenza dei contadini infetti, esclusi dagli ambienti protetti del potere, contro la massiccia presenza di clero e nobiltà (Salazar e i suoi deformi accoliti), unici a godere degli agi di un’abitazione di pregio; il buio di saloni enormi e sprovvisti di finestre adeguate appena rischiarato da lampadari e candelabri mastodontici.

Ci verranno incontro lugubri monaci armati di balestre e catapulte dai proietti infuocati, mazze, scudi e altre armi da mischia; giganti da abbattere a cannonate prima che vi tirino dietro ogni pietra del castello; parassiti disgustosi che si muovono in autonomia o infestando monaci, cani e anche armature cinquecentesche.

Si passerà dai camminamenti di ronda e dai torrioni esterni agli ambienti interni forniti di mobilia e suppellettili raffinatissime, nonché di straordinari rompicapi rappresentati sotto forma di bassorilievi, insegne e serrature cervellotiche. Si arriverà negli immancabili sotterranei colmi di strumenti di tortura farlocchi degni di un museo nazional-popolare e di creature mostruose, per giungere alle ambientazioni da Reggia di Caserta, decorate di stucchi, dipinti e biblioteche. L’intera fortezza si configura come una labirintica scatola cinese, a tratti claustrofobica, a tratti magnifica, in cui il giocatore fa un tour completo dei secoli che vanno dal XIV al XVIII in un’inversione di paradigma del castello disneyano: le attrazioni sono infatti sostituite da sfide mortali, gli indovinelli da enigmi ansiogeni, i personaggi da mostri, la meraviglia dal senso di terrore. La ricostruzione fantastica del gioco ne muta solo la funzione, mantenendo intatta l’immaterialità di fondo del costrutto.

Lo stesso discorso vale per l’ottavo capitolo.

Nuovamente, in tutto il gioco troviamo ambientazioni medievaleggianti, stavolta coadiuvate dalla cornice dell’inverno nevoso di montagna. Vi sono però alcune differenze che, secondo il modesto parere di chi scrive, costituiscono dei miglioramenti. 

Le rovine della fortezza, tana dei lupi mannari, sono sufficientemente verosimili, così come gli esterni del castello Dimitrescu, sebbene siano infestati di creature alate simili a gargoyles (sorte inaspettata per dei doccioni) in carne e ossa. Anche gli interni del castello, per quanto ormai ristrutturati in un pesantissimo stile barocco buio e ridondante, sono molto più piccoli e soprattutto sono ripartiti in maniera logica e coerente con gli esterni. Gli ambienti non presentano elementi bizzarri come trenini per il trasporto interno o montacarichi azionati da ingranaggi improbabili, come accade nel maniero spagnolo, e non sono stati disegnati come il solito castello di un vampiro qualunque: c’è il tocco femminile della lady.

Nei sotterranei, di contro, gli sviluppatori si sono sbizzarriti: all’inizio sembrano sobrie strutture ipogee in materiale laterizio smangiato dai secoli e dall’umidità, piene di mobilia in disuso accatastata e cantine polverose; tuttavia, ci si imbatte ben presto nei consueti strumenti di tortura abbandonati e addirittura in una stanza in cui si procede immersi nel sangue fino alla cintola, tra le imprecazioni terrorizzate del protagonista costretto a impallinare vampiri famelici incappucciati e armati di spade e asce da negozio di souvenir sammarinese. Risulta poi particolarmente divertente notare come il parassita sembri mutare gli abitanti in base a un immaginario cinematografico molto distante dal contesto cronologico e geografico: un gigante ipernutrito ricorda più un lottatore di sumo che il diavolo di Cuenca, e Vlad Tepes ha ottenuto la sua fama di vampiro in tempi più vicini al suo successo a Hollywood che al XV secolo, periodo al quale gli sviluppatori hanno ancorato l’immaginario del villaggio anonimo in questione.

3. Lo stereotipo come regola

A partire dal quarto capitolo, assistiamo a una rivoluzione nella saga. I primi tre episodi erano infatti ambientati in America, nell’area dell’immaginaria Raccoon City, e il parassita era il classico virus fuggito da un laboratorio segreto. I luoghi dei primi tre capitoli, ancora una volta isolati e montani, vengono cancellati per sempre da un’arma che nell’immaginario nipponico deve risultare ancor più risolutiva del normale: la bomba atomica.

Il Medioevo post-apocalittico, la distruzione di ogni ordine sociale e delle regole del vivere civile, non c’è più. La peste, dal quarto capitolo, si riprende il suo mondo di riferimento originale: l’Europa di antico regime.

In effetti, almeno per quel che riguarda il quarto capitolo, non sappiamo quanto sia giusto parlare di Medioevo: la parola non esce praticamente mai, né dalla bocca di Leon, né da quella degli altri personaggi. Semmai, ci sono delle interessanti citazioni del Don Quijote, in spagnolo, quando si incontra il controverso Luis Sera, un NPC[1]. Leon e Luis sono due personaggi quasi speculari, che si spalleggiano in un gioco di luci e ombre: eroe traumatizzato ma integerrimo il primo, antieroe castigato e in cerca di redenzione il secondo. Nella cornice di Cervantes, il senso del dovere granitico dell’uno e la sbruffoneria loquacissima dell’altro si configurano come una bislacca controfigura letteraria, con tanto di Dulcinea del Toboso.

Non mancano altri clichés abbastanza scontati: il luogotenente di Saddler è abbigliato come un prete cattolico seicentesco, salvo avere tutti i capi in cuoio da vero duro e, proprio quando lo si incontra, Leon libera un lupo da una nefandissima trappola “medievale”. L’animale, a suo modo, lo ringrazia: la bestia per antonomasia viene redenta con patetica empatia (“take care of yourself, buddy“) dal moderno eroe salvifico. Americano, ça va sans dire

Lo scontro finale con l’antico regime si ha con il duello tra Leon e il castellano Salazar, il quale, dopo aver insultato diverse volte il protagonista (“non sei per niente un buon cavaliere” – un altro stereotipo – gli dice ad esempio, una delle tante volte in cui Leon perde Ashley), quasi a sottolinearne l’alterità, si becca due pallottole con un americanissimo “you talk too much”: l’eroico uomo d’azione a stelle e strisce cancella un passato logorroico e corrotto, cavia per l’esperimento di Saddler; un “altrove negativo” infestato da una pestilenza perenne, un microcosmo arretrato asservito a un monarca assoluto che lo governa tramite il male. 

Leon, salvando la figlia del Presidente dall’orda dei morti viventi, diventa uno dei miti americani per eccellenza: ascende al Valhalla della Greatest generation ever, quella che salvò l’Europa dalla barbarie nazifascista, rassomigliando molto a una specie di Captain America scongelato in un altro contesto.

L’Europa, checché ne dica la Francia, deve ricambiare il favore.

Lievemente diverso, per quanto praticamente congruente, risulta l’impianto narrativo dell’ottavo capitolo, nel quale vediamo popolani non ancora infetti e addirittura alcuni che sono riusciti a fuggire altrove, lasciando le loro catapecchie sbarrate. Gli altri devono difendersi a fucilate da orde di licantropi che li usano come dispensa vivente, pur pregando tutti insieme Madre Miranda nell’unica casa sicura del villaggio, dove si rifugiano quando escono i mostri. Le ambientazioni, per quanto meno campate in aria, trasudano neogotico da tutti i pori, a cominciare dalle teste ci caprone appese un po’ ovunque tra i vicoli. Grottesca risulta la figura del “duca”, nobiluomo parecchio corpulento e decaduto al punto di dover fare il mercante, che svolge la funzione dell’aiutante e, alla fine, conduce sul suo carretto Ethan allo scontro finale, quando ormai l’eroe sembra spacciato.

In Village, inoltre, si ha una menzione del Medioevo direttamente dalla bocca del protagonista, e la cosa accade in una cornice ancora una volta molto più accurata rispetto all’ambientazione del quarto capitolo. Dopo aver sconfitto Alcina Dimitrescu, Ethan incontra una vecchia strega in una cappella sotterranea, tutta adorna di icone della madonna e candele di sego. La strega gli dice che per salvare sua figlia deve recuperare tutti e quattro i contenitori nei quali è stata suddivisa dai duchi cattivi (con un piccolo sforzo si può addirittura pensare al miracolo di una delle leggende agiografiche di san Nicola di Bari) e l’americano, dopo uno scambio di battute immaginabile, proferisce “medieval bullshit”, “stronzate medievali”: la classica espressione con cui ci si riferisce a tutto ciò che di irrazionale e credulone proviene da un passato andato, lontano, obsoleto e ovviamente superstizioso; un’espressione, “medieval bullshit”, che può essere applicata praticamente a tutto, senza perdere la sua efficacia rappresentativa e mantenendo la sua autorevolezza proprio nel menzionare quell’aggettivo, “medieval”, che è diventato ormai il contenitore di ogni stupidaggine possibile. Per uscire da quel Medioevo buio, bigotto e ingiusto bisogna seguire la direzione indicata dal dito puntato dello zio Sam, insomma. Tutto ciò che è da cassare, da rimodernare, da ristrutturare o addirittura da radere al suolo proviene dal Medioevo. Un Medioevo che è rimasto stigmatizzato in una cultura che ha avuto sì il suo, ma l’ha chiamato in un altro modo.

Nota bibliografica

Per il sogno del Medioevo ci si è riferiti a Umberto Eco, Dieci modi di sognare il Medioevo, tratto da Sugli specchi e altri saggi, Milano 1985 e Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte. Un castello medievale, Bari 2002, Premessa.

Per le ambientazioni orrorifiche medievali e le loro corrispondenze nella letteratura specifica e nelle fonti, si veda Vito Fumagalli, I paesaggi della paura. Vita e natura nel Medioevo, Bologna 2001, pp. 31-34 e 37-39. Si veda anche, dello stesso autore, Quando il cielo s’oscura, Bologna 1998, in particolare pp. 24-29 e 64-65.

Fondamentale anche la lettura di Piero Camporesi, Il pane selvaggio, Milano 2016, in particolare p.23 ss; 85-86; 134 ss.

Per la famiglia Hellequin e le superstizioni in generale, Orderico Vitale, Historia Ecclesiastica, Lib. VII., Londra 1864 e Jean-Claude Schmitt, Medioevo superstizioso, Bari 1992, p. 126 ss. e passim.

Per la caratterizzazione del lupo tra antichità e Medioevo, cfr. Gherardo Ortalli, Lupi genti culture. Uomo e ambiente nel Medioevo, Torino 1997, pp. 57-83. Notare che lo stesso nome del villaggio di Valdelobos richiama il lupo, animale padrone delle valli in cui sorge l’abitato, rendendolo un luogo spaventoso anche nella toponomastica.

Per l’idea di Medioevo in generale, si vedano Francesco Violante, L’età dimezzata. Il Medioevo come stereotipo tra ricerca e didattica, in AA.VV., Il Mezzogiorno medievale nella didattica della storia, a c. di Raffaele Licinio e Tommaso Montefusco, Bari 2006 e Giuseppe Sergi, L’idea di Medioevo, Roma 2005. Per la caratterizzazione negativa a priori del Medioevo, anche a livello giornalistico, G. Sergi, op cit. p. 22.

Per gli effetti degli ufo sui castelli, si veda Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte. Un castello medievale, Bari 2001, Premessa.

Per il concetto di “alterità nell’alterco” cfr. Massimo Arcangeli, Senza parole. Piccolo dizionario per salvare la nostra lingua, Milano 2020.

Per il Medioevo “americano”, la sua differente accezione nella cultura d’oltreoceano e la percezione dello stesso nella cultura mainstream, si veda Gabriella Piccinni, I mille anni del Medioevo, Milano 2002, p. 434 e passim.

Tutte le immagini sono state tratte dai videogiochi originali tramite il sistema di cattura schermo di PlayStation 5.


[1] Data la nequizia dei tempi, occorre specificare che NPC sta per Non Playable Character, personaggio non giocabile, niente a che fare con i balletti dai movimenti stereotipati tanto in voga oggigiorno sui social media. Tali espressioni artistiche vanno sotto il nome di NPC per ragioni completamente ignote a chi scrive. 

Categorie
Personaggi

Michele Scoto

Michele Scoto fu filosofo, scienziato, medico, alchimista, traduttore dall’arabo e dal greco al latino, enciclopedista ed astrologo, molto probabilmente nacque intorno al 1175 in Scozia.
Studiò ad Oxford, a Parigi e a Bologna che all’epoca erano le migliori università europee, qui arricchì le sue conoscenze scientifiche, filosofiche e umanistiche. Con un ampio bagaglio culturale si trasferì in Spagna e a Toledo, nel 1217 tradusse dall’arabo il De animalibus di Aristotele (nota 1) e ancora il De coelo et mundo, il De anima dello Stagirita con i commenti di Averroè uno dei più noti filosofi arabo-spagnoli. Con queste traduzioni lo Scoto permise di conoscere al mondo latino queste opere. Durante la sua permanenza spagnola tradusse anche il De sphaera di Alpetragio.

Si trasferì in Italia intorno al 1220 alla curia papale che gli riconobbe per i suoi meriti alcune rendite ecclesiastiche, poi passo alla corte dell’imperatore Federico II, di cui fu l’astrologo ufficiale seguendolo nei suoi spostamenti.

Pare che Federico l’abbia inviato all’università di Bologna a far dono delle traduzioni dei commenti averroistici ad Aristotele fatte da lui e da altri.
Alcune fonti riferiscono che l’imperatore Svevo utilizzò Michaele Scoto come inviato presso i sovrani Arabi, come al-Kamil, per scambi diplomatici e culturali.
Michele Scoto fece parte della corte itinerante federiciana insieme ad altri filosofi e scienziati, tra questi ricordiamo Davide di Dinant, Adamo da Cremona, Teodoro di Antiochia, Gualtierio d’Ascoli, Roffredo di Benevento, Leonardo Fibonacci ed il cronista Riccardo di San Germano.

Federico II riceve un libro da Michele Scoto nel dipinto di Giacomo Conti – Palazzo dei Normanni.

I testi medievali ci riferiscono una serie di quesiti che Federico II avrebbe rivolto ai saggi della sua Corte, ed in particolare a Michele Scoto.
Qui di seguito inseriamo alcuni dei quesiti che Federico II pose a Michele Scoto.

“[…] Noi ti preghiamo di volerci spiegare l’edificio della Terra, e precisamente quanto è alta la sua solida consistenza sovrastante gli abissi; […] se laggiù esista qualche altra cosa che la sorregge oltre l’aria e l’acqua; […] l’esatta misura che separa un cielo dall’altro e ciò che esiste al di là dell’ultimo cielo; in quale cielo Dio, per sua natura, si trovi, ed in che modo egli stia assiso sul trono celeste, e come gli facciano corona gli angeli ed i santi, e cosa facciano gli angeli ed i santi costantemente in sua presenza…

“Inoltre desideriamo sapere […] dove esattamente si trovino l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso: sotto la Terra, nella Terra o sopra essa? […] E se un’anima nell’aldilà riconosca un’altra anima e se taluna di esse possa tornare in vita per parlare con qualcuno o mostrarglisi…

“Vogliamo inoltre conoscere le misure della Terra: la sua altezza, il suo spessore e quanto disti dal più alto dei cieli, quanto si estenda nel profondo; […] se contenga spazi vuoti oppure no, se sarebbe un corpo solido come una pietra focaia…

“Desideriamo sapere com’è che le acque dei mari sono tanto amare, e come mai, sebbene tutte le acque provengono dal mare, vi siano acque salate in molti luoghi, e in molti altri, lontane dal mare, acque dolci…

“Vorremmo sapere di quel vento che viene da ogni punto della Terra, e di quel fuoco che prorompe dalla Terra […] come accade in alcune località della Sicilia e presso Messina, sull’Etna, a Vulcano, Lipari, Stromboli…”

Lo scoto scrisse anche il Liber introductorius, che metteva insieme tutto ciò che si sapeva su geografia, medicina, studio dei pianeti e ricerca teologica che dedico all’imperatore Svevo. Ci restano frammenti di una sua Divisio philosophiae mentre sono perdute le Quaestiones Nicolai Peripatetici.

Per i suoi interessi alla scienza araba, all’astrologia e alla magia fu considerato da alcuni un mago.
Scoto è citato da Dante Alighieri nel canto XX dell’Inferno all’interno della bolgia degli indovini:

«… Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe il gioco…»


In una leggenda pervenuteci si dice che egli avrebbe predetto a Federico II la morte “Sub Flore” ed effettivamente lo Svevo morì in un luogo dal nome di un fiore; Castel Fiorentino.
Molto verosimilmente lo scoto morì nel 1236, tra le varie leggende che si tramandano su di lui ce né una relativa alla sua morte, in particolare si dice che morì colpito sulla testa da un sasso mentre, a messa, come si deve, si era tolto un pesante elmo che teneva sempre a protezione del capo, avendo lui stesso preconizzato questa fine.

Nota 1 De animalibus di Aristotele; i 10 libri della Historiae animalium, i 4 del De partibus animalium, e i 5 del De genere animalium.

Bibliografia:

  • Commento sul De Sphera: The Sphere of Sacrobosco and its Commentators, a cura di L. Thorndike, University of Chicago Press, Chicago 1949.
  • Michele Scoto, Liber Phisionomiae, Venetiis 1477.
  • L’arte dell’Alchimia: The texts of Michael Scot’s Ars Alchimiae, a cura di S. H. Thomson, in Osiris, V (1938).
  • P. Morpurgo, Federico II e la fine dei tempi nella profezia del cod. escorialense f.III.8, “Pluteus. Periodico Annuale di Filologia”, 1, 1983, pp. 135-167

Per approfondire:
– R. Manselli, La corte di Federico II e Michele Scoto, in Atti del convegno internazionale L’averroismo in Italia, Roma, Accademia nazionale dei lincei 1979.
– Le scienze alla corte di Federico II, a cura di V. Pasche, Leiden, Brill 1994.
– Federico II, a cura di P. Toubert e A. Paravicini Bagliani, Palermo, Sellerio 1994 (3 voll.: Federico II e il mondo mediterraneo; Federico II e le scienze; Federico II e le città italiane).

Copyright © Alberto Gentile

Categorie
Medioevo e Videogiochi

Nonantola medievale

«[…] La varietà delle testimonianze storiche è pressoché infinita.

Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tutto ciò che costruisce,

tutto ciò che sfiora, può e deve fornire informazioni su di lui […]».

Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico

Marc Bloch, nella sua “Apologia della Storia”, parlava di Bruges e dell’insabbiamento del golfo dello Zwin nel X secolo, mettendo in relazione l’attività dell’insediamento e il fenomeno idrogeologico nell’analisi della crescita e del declino commerciale della città.

Lo storico si interrogava su quale dovesse essere la disciplina più adatta allo studio del fatto, arrivando alla conclusione per cui nessun fenomeno fisico e naturale, quando interessa dei costrutti umani, può essere studiato “a sé”, ma deve essere rapportato all’azione umana. Nessuna scienza, se non la storia, è costretta a «[…] usare simultaneamente tanti strumenti diversi […]»: la storia è la disciplina che studia l’uomo nel tempo e l’esempio citato si sposa particolarmente bene con il discorso che stiamo per affrontare. Parleremo infatti della trasformazione e dello sviluppo di una città medievale in rapporto alle terre e alle acque che la circondano, e di come le donne e gli uomini che l’abitavano interagirono con l’ambiente nella costruzione, nella trasformazione e nell’espansione della stessa.

Forse abbiamo puntato troppo in alto in questa breve introduzione: non ce ne voglia chi fa un utilizzo migliore degli scritti di Bloch. Cionondimeno, dovremo servircene almeno per un altro punto che si cercherà di evidenziare: lo storico francese, nel viaggiare per le campagne del Nord della Francia, rimaneva colpito dal disegno dei confini dei campi e avviava una profonda riflessione sulla mentalità contadina che andava ben oltre sistemazioni giuridiche tutto sommato recenti, fornendo spunti per ragionare addirittura su quale educazione dovettero avere i figli piccoli delle famiglie contadine e sull’impatto che ebbero i rapporti tra diverse generazioni nella trasformazione del territorio.

Noi cercheremo di occuparci di un mondo contadino, tradizionalista come diceva Bloch, ma anche capace di strutturarsi in modo funzionale e longevo, tanto da durare, nelle sue espressioni politiche e gestionali, fino ai giorni nostri. E non stupirà che sia stata necessaria un’indagine archeologica per lo studio di un passato istituzionalmente così strutturato: Nonantola è una comunità contadina, e come le altre non fa eccezione: i suoi documenti più antichi, conservati nell’archivio storico del Comune, risalgono solo alla fine del secolo XVIII.

La storia di Nonantola è da sempre fortemente legata alle terre e alle acque che la circondano: la cosa è chiara fin dall’analisi dei primi reperti risalenti all’età del bronzo.

Lo stesso nome della città (da Nonaginta, novanta) deriva dalla divisione in centurie dei terreni bonificati ad opera dei romani, aspetto sul quale non si insisterà per ragioni di sintesi.

Ci occuperemo del periodo medievale, al quale la comunità nonantolana deve molto, e del quale porta avanti alcune idee originali, adattandole di volta in volta ai tempi e valorizzandone ogni lascito.

Per iniziare in modo serio, citeremo lo scavo dell’Università Ca’ Foscari in piazza Liberazione, dal quale è emersa la chiesa medievale (XII secolo) di San Lorenzo, con annesso cimitero, demolita nel secolo XVI. Il perimetro della chiesetta è stato evidenziato dopo aver ricoperto lo scavo attentamente, in modo da lasciare traccia di un intervento delicatissimo di archeologia urbana, pur senza limitare la fruizione di spazi comuni.

Certo, la presenza dell’importantissima abbazia e dell’istituto della Partecipanza agraria hanno contribuito non poco al modellarsi dell’identità collettiva e uno dei monogrammi di Carlomagno, in un diploma conservato nel museo dell’abbazia, ha fornito idee lapalissiane alle attività commerciali limitrofe.

Non che i nonantolani manchino di autoironia: fino a non molti anni fa, mi raccontavano, sulla parete della chiesa della Beata Vergine della Rovere, santuario sconsacrato posto all’ingresso ovest dell’abitato, campeggiava un’iscrizione goliardica che recitava “benvenuti a Frìttole”, periodicamente cancellata e puntualmente riscritta. Il contenuto del messaggio era sicuramente scherzoso (neanche troppo), ma riflette un’abitudine tutta emiliana di affermare il proprio pensiero anche e soprattutto quando te lo censurano: sul muro dell’ospedale vecchio di Sant’Agostino a Modena, qualcuno scriveva continuamente “grazie a Dio non sono bolognese”, soprattutto quando il Comune faceva coprire il messaggio dagli imbianchini divertiti.

Goliardie a parte, a un occhio attento risalta subito come una delle attività economiche di un certo rilievo, posta immediatamente all’ingresso del paese, porti il nome di una delle più importanti famiglie della Partecipanza; come le espressioni dialettali richiamino a gran voce abitudini inveterate; come le testimonianze medievali, pur volendo fare un discorso a parte per l’abbazia, siano non solo ben conservate, ma ancora parte integrante di un tessuto cittadino in cui esistono ancora l’operosità e la solidarietà emiliane di una volta, connesse tra loro in modo così stretto da non produrre, nei dialetti della zona, alcun termine che designi precisamente lo sfaticato: si devono utilizzare iperboli come bôun ed gnìnta, il buono a nulla, o antifrasi tipo lavòr tanta rôba, che non c’è bisogno di tradurre.

Nonantola e i nonantolani meritano una menzione d’onore prima di iniziare, dato che abbiamo appena parlato di solidarietà, per la vicenda di Villa Emma: nel 1942, diversi ragazzi orfani di origine ebrea tedesca furono ospitati nella villa per un anno intero su iniziativa della DELASEM e furono fatti poi fuggire di nascosto in Svizzera con uno sforzo eroico di tutti i cittadini, che li salvarono così dalle angherie naziste successive all’8 settembre 1943.

Come dicevamo, la storia di Nonantola è legata a quella della sua abbazia.

Nel 752, Astolfo, re dei Longobardi da pochi anni, fece un atto di donazione a suo cugino Anselmo, nel quale erano compresi diversi beni e varie pertinenze territoriali.

Il documento ci è giunto, come spesso accade, in una copia più tarda rispetto all’originale perduto, ma gli elementi che lo costituiscono possono essere a buon diritto dichiarati fededegni.

I territori elencati nel documento gravitano intorno alla corte Gena, una proprietà agricola dai confini ben definiti, che presenta i tratti caratteristici del sistema curtense già in età longobarda.

Diversi scavi hanno dimostrato che la corte Gena era un’area probabilmente agricola, attraversata dal torrente Torbido, che scorreva nell’area dove ora sorge l’Abbazia.

In uno dei primi abitati esaminati negli scavi sono state trovate tracce di un torchio, di magazzini e altri ambienti legati ad attività produttive, adiacenti a un edificio religioso, già demolito e riutilizzato in età carolingia, e definitivamente cancellato dalla costruzione delle mura bolognesi nel XIV secolo.

Siamo quindi davanti a un modesto abitato sulle rive del torrente, i cui edifici dovevano essere stati fondati su preesistenti costruzioni di età romana riutilizzate, e realizzati con materiali deperibili su alzato in pietra o materiale laterizio.

La fondazione dell’Abbazia, che conobbe una certa fortuna, determinò una rapida trasformazione dell’abitato. Il monastero, già sul finire del secolo VIII, possedeva i territori degli attuali territori di Nonantola, Ravarino, Camposanto, Crevalcore, San Giovanni in Persiceto e Sant’Agata, e i monaci dell’abbazia iniziarono un’opera di bonifica che fu coadiuvata da fattori esogeni come un generale miglioramento climatico, un aumento della popolazione e importanti innovazioni tecniche in agricoltura. I canali vennero utilizzati non solo per irrigare, ma anche come fonti di energia cinetica per mulini e torchi. La domanda per i terreni coltivabili aumentò sensibilmente e l’abbazia seppe trarre vantaggio dalla rinnovata ricchezza dei suoi possedimenti.

A partire dal IX secolo, infatti, furono realizzati ambienti più pregevoli, in linea con la crescente notorietà dell’istituzione. La prima chiesa fu infatti demolita, facendo spazio a diverse attività artigianali (come la fornace, il cui utilizzo da parte dei monaci è attestato da embrici che riportano le abbreviazioni dei nomi tracciate con uno strumento appuntito prima della cottura), che scomparvero in seguito con la costruzione dello scriptorium e la ristrutturazione della residenza abbaziale.

Di particolare importanza, lo scriptorium nonantolano presentava decorazioni sulle pareti e ospitava una complessa manifattura di codici, come attestano i ritrovamenti di fermagli e altri elementi utili a fabbricare le chiusure dei tomi in età carolingia. L’eterogeneità dei ritrovamenti testimonia degli scambi con altri centri manifatturieri, e quindi di dialogo con altri centri di produzione libraria.

L’importanza dell’abbazia tra VIII e IX secolo è testimoniata da reperti certamente pregevoli, come il sigillo plumbeo di Ludovico II e le spoglie di San Silvestro, ancora patrono di Nonantola, che furono traslate intorno al secolo VIII da Roma ad opera dell’abate Anselmo, rendendo l’abbazia meta di pellegrinaggi.

Con il X secolo, l’abbazia conobbe un periodo di declino, certamente legato alla crisi del potere politico cui era profondamente legata, che determinò la perdita di autonomia dell’istituzione monastica.

All’inizio del secolo, Nonantola fu saccheggiata dagli Ungari. I monaci dell’abbazia si diedero alla fuga e, se l’abate Leopardo riuscì a mettersi in salvo, diversi suoi confratelli furono uccisi. Modena non fu espugnata, grazie alla solidità delle mura fatte racconciare il secolo prima dal vescovo Liduino e allo zelo dei giovani modenesi chiamati a fare da scolte e vedette, così come ci informa il “Ritmo delle scolte modenesi”.

Questi eventi determinarono delle trasformazioni strutturali sia del tessuto urbano che dell’edificio di culto nonantolani: l’abitato fortificato da fossati e palizzate viene indicato nelle fonti del X secolo come castrum Nonantule.

Se il secolo XI viene considerato un periodo di “svolta” un po’ in generale, ciò è particolarmente vero per Nonantola. Risale al 1058, difatti, la costituzione di un istituto tuttora vigente: la Partecipanza agraria.

Nel 1058, l’abate Gotescalco instaurò un legame singolare con le famiglie nonantolane maiores, mediocres e minores. L’abate concesse il privilegio (trasmissibile per via ereditaria) del godimento dei diritti fondamentali riguardanti la libertà delle persone e il diritto di uso della terra “con le selve e le paludi e i pascoli in essa compresi”. Per godere di questo diritto, l’abate chiedeva la residenza (clausola ad incolandum), la costruzione di tre quarti delle fortificazioni del borgo (mura e fossato, parte della clausola ad meliorandum) e la difesa del monastero e del territorio di Nonantola contro qualsiasi nemico.

La Partecipanza, una proprietà collettiva di terreni, esiste ancora oggi.

L’istituzione della Partecipanza fu anche l’occasione per il riempimento del canale Torbido, confine naturale dell’abbazia, che poté così allargarsi con il nuovo cenobio e la chiesa abbaziale, donando al centro l’aspetto che ha poi conservato nei secoli.

L’evento che più trasformò le strutture dell’abbazia e probabilmente dell’intero abitato nonantolano fu però il terremoto del 1117. Numerosi scavi hanno confermato lavori importanti dopo questa data, sia per la facciata che per la muratura, sebbene non comportarono una completa trasformazione dell’edificio. Quello che cambiò profondamente nel corso del XII secolo fu l’utilizzo dei terreni.

Dal 1152, dopo la rotta di Ficarolo, il Po abbandonava infatti il ramo di Ferrara per migrare verso il ramo di Venezia. Il Secchia e il Panaro, per le trasformazioni dovute alla diminuzione della forza dragante del Po e al conseguente interramento dei loro alvei, deviarono il loro corso verso Ovest. In questo modo, molti terreni videro cambiare la propria destinazione, diventando l’asse portante per progetti di valorizzazione agricola, come per l’appunto quelli delle Partecipanze agrarie.

Tra il XII e il XIII secolo, Modena e Bologna conobbero uno sviluppo e un dinamismo eccezionali, espandendosi nel contado. Nonantola fu prima controllata dai modenesi, che ricostruirono, intorno al 1261, una delle torri volute da Gotescalco nel 1058. Nonantola era ancora sprovvista di mura vere e proprie, quindi la fortificazione, di utilizzo prettamente militare, doveva stagliarsi solitaria sui fossati.

E fu forse per i parziali interramenti degli alvei di Secchia e Panaro, che il torrente Tiepido fu ragione di sventura per le truppe imperiali di Federico II nel 1249, alla Fossalta.

L’avanguardia guidata da re Enzo voleva attaccare dei bolognesi che costruivano un ponte sul Panaro, ma le forze imperiali furono colte di sorpresa dal grosso delle truppe bolognesi e, ripiegando, non riuscirono a manovrare perché il Tiepido (che è un torrente, quindi soggetto a queste dinamiche) era ingrossato, e furono massacrate.

Questo episodio, seppur indirettamente, ci racconta della profonda simbiosi tra gli abitanti del luogo e le acque: i bolognesi costruivano un ponte sul Panaro, che è un fiume e ha una portata stabile. In più, da qualche tempo era parzialmente interrato, come abbiamo visto: i bolognesi lavoravano in sicurezza.

Gli imperiali, vuoi per inesperienza dei luoghi, vuoi per pura e semplice tracotanza, non si curarono di lasciarsi alle spalle un torrente ingrossato: guardarono solo avanti e probabilmente si sentirono incoraggiati dal fatto che il terreno non presentasse particolari difficoltà in una carica. Furono però presi ai fianchi da truppe esperte, e fecero la fine che tutti conosciamo.

Per dovere di cronaca, l’alluvione di Nonantola del 2021 fu provocata proprio da un ingrossamento anomalo del torrente Tiepido.

Nel XIV secolo, più precisamente dal 1307, Nonantola passò sotto il controllo del comune di Bologna, che costruì la torre dei Bolognesi, anch’essa ancora visibile, in un sistema di fortificazioni edificate in materiale laterizio e consistente di un buon numero di torri e rivellini, corredato di ponti mobili per l’accesso all’abitato.

La torre fu trasformata in carcere nel secolo successivo, quando Nonantola passò sotto il dominio estense, essendo mutate le esigenze difensive dell’abitato. Dal 2007, la torre dei bolognesi ospita il museo di Nonantola.

Bibliografia essenziale:

  • AA. VV., Aquae. La gestione dell’acqua oltre l’Unità d’Italia nella pianura emiliana. Celebrazione del 525° anno dallo scavo del “Cavamento Foscaglia” 1487-2012, a cura di Silvia Marvelli, Marco Marchesini, Fabio Lambertini, Carla Zampighi, Bologna 2011.
  • AA. VV, Nonantola (6 volumi), a cura di Sauro Gelichi e Mauro Librenti, Firenze 2013 e l’edizione sintetica: AA. VV. Nonantola nel Medioevo, a cura di Mauro Librenti e Chiara Ansaloni, Modena 2020.
  • David Abulafia, Federico II, un imperatore medievale, Torino 1990.
  • Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico (Piccola biblioteca Einaudi. Nuova serie Vol. 460). EINAUDI, Edizione del Kindle.
  • Ritmo delle scolte modenesi (O tu qui servas), in MGH, Poetae Vol. III, Berlino 1896, p. 703.