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La fortezza Svevo-Angioina di Lucera

La fortezza di Lucera occupa la spianata alla sommità del Monte Albano, dove si suppone fosse in origine un’arx romana. 
La cinta muraria ha un impianto poligonale irregolare e si sviluppa per la lunghezza di quasi un chilometro, con una cortina muraria rafforzata da quindici torri quadrangolari lungo i lati settentrionale, occidentale e meridionale, mentre il lato orientale è delimitato da due torri circolari (della Leonessa merlata, alta 25 metri e larga 14 e del Leone alta 15 metri e larga 8) ed è intervallato da sette torri pentagonali. Sempre il lato orientale ha due cortine sfalsate che accolgono l’ingresso principale alla fortezza, al cui interno venne racchiuso il già esistente palazzo di Federico II probabilmente eretto nel 1233.

Lucera. Veduta del Castello (stampa) di Desprez Louis Jean (secc. XVIII/ XIX)

Nel 1269 Carlo I d’Angiò diede ordine ai magistri giurati di Capitanata di procedere all’acquisto di calce e pietre, nonché alla fornitura di buoi per la costruzione di una fortezza. La costruzione di questa fortificazione militare si deve al contributo di alcuni tra i migliori architetti dell’epoca, quali Pierre d’Angicourt, Riccardo da Foggia, Pierre de Chaulnes, Jean de Toul e Nicola di Bartolomeo da Foggia.
Tra il 1270 ed 1273 l’architetto Pierre d’Agincourt costruisce il fronte orientale con le torri pentagonali.
Tra il 1276 ed il 1282 venne ultimata la torre della Leonessa, che Pierre d’Agincourt aveva lasciato al rustico, e si dà avvio alla costruzione dell’ala residenziale. Agli architetti Carlo d’Angiò diede anche l’incarico di ristrutturare il palatium federiciano, quindi ciò che ci è pervenuto con il passare dei secoli è la sintesi tra l’edificio originario e la ristrutturazione avvenuta per mano degli angioini, l’immagine del palatium svevo che ci è stata tramandata dai disegni del francese Jean-Louis Desprez ne è la testimonianza grafica.

In epoca angioma la fortezza racchiudeva una vera e propria cittadella che contenente gli alloggi, una cappella, una cisterna per la raccolta delle acque piovane ed un ponte sul fossato. La cisterna di forma circolare era posta nell’area che va dalla Torre del Leone a Porta Lucera; profonda 14 metri, garantiva la riserva idrica del fortilizio.
Oggi della fortezza si conserva solo la cinta muraria esterna mentre del palazzo federiciano resta solo uno spoglio basamento, come anche delle strutture sorte all’interno del grandioso recinto in epoca angioina.
 

Da Lucera et les colonies provençales de la Capitanate (Pouilles) di Luigi Zuccaro, Foggia 1894

Molte delle informazioni giunte fino ai nostri giorni, relative alla fortezza di Lucera, si devono alle ricerche compiute da Eduard Sthamer che ha analizzato molti documenti presso gli Archivi napoletani, egli ha trascritto i documenti della cancelleria angioina, andati poi distrutti nel 1943. Molto di quello che sappiamo sulle fortificazioni del 13° secolo si deve anche agli  studi compiuti da Arthur Haseloff, per lui sono stati fondamentali le ricerche dello Sthamer.
L’Haseloff ha ripreso il tema dell’architettura sveva in Puglia su incarico dell’Istituto Storico Prussiano di Roma con la sua pubblicazione: «Architettura Sveva nell’Italia Meridionale» (1920). 

Castello svevo-angioino, torre della Leonessa – Anno 1907 – Foto di Arthur Haseloff

Tra le immagini ci sono alcune foto scattate dallo studioso tedesco Haseloff, lo stesso è anche ritratto in una foto.

Lucera – Lo studioso Tedesco Arthur Haseloff (1872-1955) fotografa il castello. Sullo sfondo si intravede la torre del Leone. Foto scattata da Wackernagel Martin – anno 1908
Castello svevo-angioino – Anni 20 secolo scorso.
Primi 900 – Scavi archeologici al castello sotto la guida di Federico Spedalieri (in primo piano).


 Copyright  © Alberto Gentile


Bibliografia:

  • Eduard Sthamer, L’amministrazione dei castelli nel Regno di Sicilia sotto l’imperatore Federico II e Carlo I d’Angiò. Le costruzioni degli Hohenstaufen nell’Italia Meridionale, Vol. integrativo I, Lipsia 1914.
  • Haseloff 1920: Arthur Haseloff, Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien, Leipzig 1920 (Textband; Tafelband). (trad. it. Architettura sveva nell’Italia meridionale, a cura di M.S. Calò Mariani, Bari 1992);
  • Willelmsen 1979: Carl Arnold Willelsem, I castelli di Federico II nell’Italia meridionale, Napoli 1979
  • R. Licinio, Castelli medievali. Dai Normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, presentazione di G. Musca, ivi 1994
  • Houben 1998: Hubert Houben, “Zur Geschichte der Festung Lucera unter Karl von Anjou”, in Forschungen zur Reichs-, Papst- und Landesgeschichte. Festschrift für Peter Herdezum 65. Geburtstag, a cura di K. Borchhardte e E. Buenz, Stuttgart 1998, I, 403-409.
  • Calò Mariani 2001: Maria Stella Calò Mariani, Archeologia, storia e storia dell’arte medievale in Capitanata (Bari 1992), Bari 2001.
  • Raffaele Licinio, Lucera, in Enciclopedia Federiciana, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani;


approfondimento:

https://www.treccani.it/enciclopedia/lucera_(Federiciana)

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Abbazia di San Leonardo di Siponto

Localizzazione

L’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara detta di Siponto dedicata a San Leonardo di Noblac, è uno splendido esempio di romanico pugliese, si trova a pochi chilometri da Manfredonia, lungo la strada s.s. 89 che da Foggia porta alla montagna sacra, il Gargano, poco distante dal luogo ove sorgeva l’antico vescovado di Siponto, insediamento romano prima e poi bizantino. È un antico complesso risalente al XII sec. costituito dalla Chiesa, dal Monastero e dall’Ospedale.

Portale laterale dell’abbazia. Copyright © Alberto Gentile
Veduta prospettica dell’Abbazia di San Leonardo, da un manoscritto del XVII sec. custodito presso la biblioteca provinciale di Foggia.

Cronologia

Il complesso monastico fu fondato tra gli ultimi anni del secolo XI e i primi del sec. XII dai Canonici Regolari di Sant’Agostino come ricovero, ospizio per i pellegrini che si recavano al Santuario dell’Arcangelo Michele e per i cavalieri crociati che, dopo aver pregato, presso il Santuario, s’imbarcavano per la terra Santa. Nel 1261 fu affidato da Papa Alessandro IV ai Cavalieri Teutonici, i quali ne fecero il centro delle loro attività in Puglia e rimasero sino agli anni Ottanta del 1400. Gli scudi crociati di questi frati guerrieri sono ancora visibili all’interno della chiesa.

Gli scudi crociati dei cavalieri teutonici sono ancora visibili all’interno della chiesa. Copyright © Alberto Gentile

A partire da quella data, la Chiesa di San Leonardo, considerata Abbazia, venne data in commenda a vari cardinali, tra i quali Bonifacio Caetani, Carlo Barberini e Pasquale Acquaviva d’Aragona, che fu l’ultimo degli abati commendatari. Dal XVII secolo nella chiesa vi officiavano i frati minori. 
Nel 1810 l’Abbazia fu soppressa da Gioacchino Murat ed il convento con le rendite fu trasferito all’Ordine Costantiniano. La Chiesa di San Leonardo, dopo un lungo periodo di totale abbandono durato quasi due secoli, è stata riaperta al culto nel 1950 ed è sotto la tutela dell’Arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo.

Attualmente il complesso Chiesa, il Monastero e l’Ospedale sono stati affidati alla comunità dei Ricostruttori della preghiera.

Aspetto architettonico

La Chiesa è a tre navate (la laterale destra ha in parte cambiato il suo aspetto) con arcate ricadenti su semipilastri e pilastri cruciformi al centro, nella navata centrale, è coperta da due cupole disuguali. All’esterno la facciata occidentale presenta un portale che ha una semplice sagoma architravata, sormontata da una lunetta non decorata conclusa da un archivolto.

Interno della chiesa di San Leonardo di Siponto – presbiterio. Copyright © Alberto Gentile

All’interno della chiesa è conservata una copia del Crocifisso ligneo di San Leonardo (XIII sec.), il cui originale è custodito nella Cattedrale di Manfredonia.

Una cappella laterale all’interno della chiesa – Copyright © Alberto Gentile

Il Portale

Sulla facciata laterale rivolta a nord c’è uno splendido portale (tra i più belli del romanico-pugliese) che molto probabilmente è stato costruito in un secondo momento, forse in epoca sveva.

Le decorazioni di questo portale richiamano quelle di Santa Maria di Pulsano, altro antico monastero garganico.

Chiesa di San Leonardo, facciata nord: il portale laterale; in basso i due leoni; nella lunetta il Cristo benedicente. Copyright © Alberto Gentile

Nella parte più esterna due colonne poggiano sul dorso di due leoni stilofori che reggono, a loro volta, due animali alati che sostengono l’archivolto. Il leone di destra addenta una figura umana (il peccatore) che gli afferra una zampa in atteggiamento supplichevole; il leone di sinistra, mutilato, da quanto s’intuisce dai resti sembra addentare un serpente. Gli stipiti e le cornici del portale, dell’arco e della lunetta sono scolpiti con ornamenti vegetali, zoomorfi e antropomorfi. I due capitelli interni sono costituiti da due blocchi trapezoidali con sculture aneddotiche. Quello di sinistra rappresenta, dall’interno verso l’esterno, un Arcangelo Michele che con una lancia trafigge un drago, un pellegrino a cavalcioni su di un’asina la quale, alla vista dell’angelo con una spada, china il capo (Petrucci). Per altri autori sull’asina c’è Bàlaam al quale appare l’Angelo. Bàlaam era un mago babilonese, noto per un fatto descritto nella Bibbia (Deuteronomio 23,4-5) ed era stato inviato a sgominare con la sua magia gli Israeliti, ma venne fermato da un angelo.

Visione d’insieme dei due capitelli del portale laterale. Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di sinistra, l’Arcangelo Michele infilza con una lancia il drago all’interno e nella parte esterna Bàlaam (personaggio biblico) al quale appare l’Angelo. Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di sinistra, l’Arcangelo Michele infilza con una lancia il drago. Copyright © Alberto Gentile

Il capitello di destra raffigura i tre Re Magi che vanno verso la Vergine con il Bambin Gesù e San Giuseppe.

Veduta d’insieme del capitello di destra, l’adorazione dei Magi, Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di destra, l’adorazione dei Magi, Copyright © Alberto Gentile

Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli. Nel frontone, tra il portale ed il baldacchino, a mò di protiro, si trovano due figure maschili con aureola, scolpite a mezzo rilievo. Quella di sinistra, secondo il Petrucci, rappresenta Sant’Agostino; per altri autori è San Giacomo, ma potrebbe trattarsi di un personaggio laico: un sovrano o un pellegrino, perché intorno alla testa non vi è aureola. Quella di destra, con cappuccio sulla testa, un libro in mano ed una catena, raffigura San Leonardo. Tra i due santi molto probabilmente stava una Vergine con Bambino.

Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli. Copyright © Alberto Gentile

Il solstizio d’estate
Sin d’agli albori della civiltà c’è stata la consuetudine d’inserire nelle costruzioni a carattere religioso elementi architettonici ispirati da modelli astronomici e matematici per arricchire di elementi simbolici il fabbricato. Il simbolismo cosmico si ritrova nelle costruzioni assiro-babilonesi, in quelle dell’antico Egitto e nelle opere sacre degli Ebrei. Alcuni elementi architettonici, che avevano sfruttato l’osservazione di fenomeni quali il solstizio d’estate e d’inverno, erano stati inseriti nel tempio che Re Salomone aveva innalzato su suggerimento divino..  
Essendo il tempio o il monastero al centro del microcosmo locale, l’inserimento in essi di elementi costanti nel tempo (perenni), come i fenomeni astronomici, li rendeva più vicini a Dio.
Anche a San Leonardo di Siponto ritroviamo un preziosismo architettonico del genere. Ad ogni solstizio d’estate, il 21 giugno, al mezzogiorno astronomico, il sole è perfettamente sulla direttrice, penetra con un solo raggio all’interno della Chiesa attraverso un piccolo rosone posto in una cupola e va a cadere sul pavimento al centro di due pilastri che sorreggono la navata centrale in prossimità del portale laterale. Il fenomeno è stato concepito con molta precisione, abbinando calcoli astronomici a quelli architettonici al momento della costruzione dell’Abbazia. Simili artifizi si possono osservare in altre Chiese, come ad esempio nella Cattedrale di Chartres in Francia, dove la luce passa attraverso un foro praticato in una vetrata.

l disegno spiega l’artifizio architettonico che permette, nel giorno del solstizio d’estate, di vedere la luce solare proiettata su di un punto ben preciso del pavimento.

Bibliografia

  • San Leonardo di Siponto. Storia di un antico Monastero della Puglia – S. Mastrobuoni Foggia, 1960.
  • Cattedrali di Puglia – Alfredo Petrucci, Bestetti, Roma, 1976.
  • I Simboli Del Medio Evo – Gérard de Champeaux e Sébastien Sterckx, Editrice Jaca Book, Milano, 1981.
  • Puglia: Turismo, Storia, Arte, Folklore – Mario Adda Editore Bari, 1985.
  • La Puglia – Italia Romanica – Pina Belli D’Elia, Editrice Jaca Book, Milano, 1987.
    •Chiese di Puglia, il fenomeno delle chiese a cupola – Luigi Mongiello – Mario Adda Editore Bari, 1988.
  • Itinerari Federiciani in Puglia – Stefania Mola, Mario Adda Editore Bari, 1994.
  • San Leonardo di Siponto tra storia e arte, di Alberto Gentile
  • Cattedrali di Puglia, a cura di Cosimo Damiano Fonseca – Mario Adda Editore 2001 ISBN 88-8082-433-3
  • Hubert Houben, a cura di: San Leonardo di Siponto. Cella monastica, canonica, domus Theutonicorum. Atti del Convegno Internazionale (Manfredonia, 18-19 marzo 2005. Galatina: Mario Congedo editore 2006 ISBN 88-8086-674-5

Copyright © Alberto Gentile

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Il Palatium Svevo di Lucera

A 18 chilometri da Foggia, andando verso il preappennino Dauno, troviamo la cittadina di Lucera che è un affascinante scrigno di memorie storiche ove potremo visitare monumenti di epoca medievale come la fortezza Svevo – Angioino, la Cattedrale gotica, la chiesa di San Francesco e poi vale la pena di visitare anche l’anfiteatro romano (I secolo a.C.).

Il Palatium Svevo

Il Palatium di Federico II costruito dall’imperatore Svevo fu successivamente, con l’avvento degli Angioini, inglobato nella cinta muraria della fortezza Svevo-Angioina di Lucera.

Questo splendido palazzo fu eretto dall’imperatore Svevo, secondo alcuni studiosi nel 1233 (questa datazione non è certa), a Lucera su di un colle ove i Romani avevano costruito la loro acropoli in una posizione tale da assicurare una buona difesa. Il palazzo sorse sulle fondamenta di una diroccata di una struttura preesistente forse di epoca normanna e dal punto di vista architettonico si presentava come un maestoso torrione con una base quadrangolare (ancora visibile), a tre piani, con la parte esterna al cortile e la parte interna del terzo piano dalla forma ottagonale (vedi disegno dell’elevazione del castello eseguito da C. A. Willemsen): queste caratteristiche fanno intravedere analogie con quelle di Castel del Monte. I tre piani contenevano 32 vani che ospitavano la corte e gli appartamenti imperiali. Nei sotterranei erano site le camerate per le guarnigioni.

Una loggia ad archetti ciechi circondava il cortile a metà altezza, aperture romboidali e circolari si alternavano alle finestre a sesto acuto, una cisterna profonda 14 metri garantiva la riserva idrica, uno zoccolo quadrato, lungo 43 metri e doppio tre e mezzo, sopraelevava la galleria, nove feritoie per lato davano al palazzo l’aspetto di un bunker.

Palazzo di Federico II (Lucera). Ricostruzione eseguita da C. A. Willemsen, parte esterna. L’apertura superiore di forma ottagonale richiama quella di Castel del Monte 1972).
Palazzo di Federico II (Lucera). Ricostruzione eseguita da C. A. Willemsen, parte interna. Ben visibile la parte interna del terzo piano di forma ottagonale. I tre piani contenevano 32 vani che ospitavano la corte e gli appartamenti imperiali. Nei sotterranei erano site le camerate per le guarnigioni (1972).

Poiché il palazzo originariamente non presentava accessi dall’esterno, vale a dire un portone d’ingresso a livello della strada, si pone il problema di come si potesse accedere all’interno. Si può ipotizzare che per accedere nel Palatium, si adoperasse un sistema di scale che erano calate dall’alto. Un’ipotesi più suggestiva potrebbe essere quella dell’utilizzazione di passaggi sotterranei, avvalorata dal ritrovamento, ad opera d’archeologi inglesi nel corso di questo secolo, di condotti sotterranei lateralmente alla costruzione. Questa soluzione del tutto originale ci fa pensare che essa sia stata adottata per renderla meno agredibile dall’esterno: è quindi una conferma indiretta dell’importanza strategica di questo castello.

Era una sede molto fastosa, che ospitava parte del tesoro imperiale. Di esso rimane ben poco all’interno della fortezza che Carlo I d’Angiò fece erigere tra il 1269 ed il 1283.

1952 – foto del giornalsta Renzo Biasion reltiva ai resti del palazzo eretto da Federico II.
Fortezza Svevo-Angioina anno 1909
Ricostruzione immaginaria del Palatium federiciano all’interno della cinta muraria angioina (Dipinto di Costantino Postiglione).

In quel periodo un nutrito numero di Saraceni che si erano ribellati in Sicilia fu trasferito a Lucera. Divennero guerrieri affidabili e abili artigiani, ebbero la possibilità di conservare le loro usanze e la loro religione. Lucera in arabo divenne “Lugerash”, in essa fu edificata una vera e propria moschea e ciò irritò notevolmente il clero. I Saraceni, negli anni successivi alla morte di Federico II, furono sterminati e la moschea fu distrutta dagli Angioini, che nello stesso posto eressero una nuova Cattedrale dedicata a Santa Maria.

Un esempio di ceramica invetriata realizzata da maestranze saracene presenti a Lucera in epoca sveva.
Questo piatto è custoditi, insieme ad altri, presso il museo civico Fiorelli di Lucera (foto di Alberto Gentile).
Veduta della città di Lucera con dedica al vescovo Mons. Domenico Morelli (da “Il Regno di Napoli in prospettiva…”, parte III, Napoli 1703)
Ben visibile nell’area del castello la domus federiciana con il torrione ottagonale ancora ben conservato.

Foto di Harthur Haseloff scattata nel 1911 nel corso della campagna di scavi effettuata presso la fortezza Svevo-Angioina di Lucera.
La fortezza Svevo-Angioina di Lucera negli anni 30 del secolo scorso, nella parte centrale sono visibili i resti del palazzo voluto da Federico II.
Una foto recente della fortezza Svevo-Angioina che vede inglobato il Palatium di epoca Sveva tra le mura di cinta.

Copyright © Alberto Gentile

Bibliografia:

▪ Arthur Haseloff, Architettura Sveva nell’Italia Meridionale, Mario Adda Editore, Bari, 1992.
▪ S. Mola, Itinerari Federiciani in Puglia, Mario Adda Editore, Bari, 1994.
▪ J. M. Martin, Errico Cuozzo, Federico II Le tre capitali del regno Palermo – Foggia – Napoli, Procaccini Editore, Napoli, 1995.
▪ Maria Stella Calò Mariani, Archeologia, storia e storia dell’arte medievale in Capitanata (Bari 1992), Bari 2001.
▪ Nunzio Tomaioli, Lucera il Palazzo Imperiale e la fortezza del Re – Leone Editrice 2005

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La Cattedrale di Foggia

La Basilica Cattedrale di Foggia Santa Maria Assunta in Cielo.

Nel centro di Foggia è collocata la Basilica Cattedrale, in quella stessa zona dove in pieno medioevo fu costruito anche il palazzo imperiale voluto da Federico II del quale restano solo poche vestigia.
Il primo impianto si deve a Roberto il Guiscardo che volle la costruzione, nel 1081, di quello che oggi è la cripta del Succorpo, che doveva custodire l’Iconavetere.
Nel 1172 sulla cripta fu eretta una nuova Chiesa più grande, per volere di Guglielmo II il Buono re di Sicilia. Una serie di studi recenti hanno fatto pensare che la cattedrale sia stata usata come cappella palatina dell’imperatore Federico II e che lo stesso abbia contribuito al suo completamento o rimaneggiamento. La Cattedrale conserva all’esterno buona parte dei raffinati prospetti romanici in pietra squadrata e scolpita, col prezioso cornicione marcapiano decorato con motivi classicheggianti e figure zoomorfe ricco di sculture, molto probabilmente, opera dell’architetto-scultore Bartolomeo da Foggia, lo stesso che ha progettato il palazzo imperiale di Federico II del quale resta solo parte del portale. Questo testimonierebbe che in epoca sveva la cattedrale potrebbe essere stata rimaneggiata. Molto di quell’epoca è andato perso a causa del forte terremoto del 20 marzo del 1731.
L’attuale edificio all’interno è costituito da un’unica navata a croce latina ed è prevalentemente in stile barocco. Da non perdere un bellissimo crocifisso ligneo realizzato da Pietro Frasa e l’icona Vetere (una icona che ritrae la Madonna ed è ricoperta da sette veli), ad essa è dedicata la cattedrale. In questa chiesa furono conservate le viscere di Federico II, di Carlo D’Angiò e di altri illustri personaggi i cui resti andarono persi a seguito dell’evento sismico del 1731.
Sul lato sinistro, esternamente alla basilica è possibile ammirare il portale di San Martino di epoca medievale.

Il 7 gennaio 1285 moriva a Foggia il sovrano Carlo I d’Angiò. Le viscere furono custodite nella cattedrale di Foggia, il cuore a Parigi e le spoglie a Napoli. Lapide commemorativa della morte di Carlo I conservata in una cappella laterale della Cattedrale di Foggia – foto di Alberto Gentile.

La Facciata anteriore

La parte inferiore della facciata è composta da cinque archi, quello centrale è più ampio e contiene il portale più volte modificato. Al di sopra del portale vi era in passato, molto probabilmente un rosone (vedi la ricostruzione del rosone Fig. 13). L’arcatura prosegue anche sui fianchi esterni della chiesa, sul lato Nord sono presenti due semicapitelli con testine dai caratteri regali (fig. 4 e 5).

parte inferiore della facciata della Cattedrale di Foggia
fig. 2 Parte inferiore della facciata della cattedrale.

Il cornicione della Cattedrale

Di notevole pregio è il cornicione marcapiano decorato con motivi classicheggianti e figure zoomorfe.

Cornicone cattedrale Foggia
Il cornicione anteriore della cattedrale nel suo insieme
Il cornicione anteriore della cattedrale metà sinistra.
Il cornicione anteriore della cattedrale metà destra.

Di grande valore artistico sono le due figure poste sulle mensole angolari destra e sinistra della facciata, un giovane ed un vecchio, ritratti nudi mentre sono aggrediti da serpenti e coccodrilli.

Fig. 3 Particolare del cornicione: mensola angolare di sinistra – un giovane imberbe azzannato da due serpenti.
Fig. 4 Cattedrale di Foggia, particolare del cornicione: mensola angolare di destra – un uomo barbato aggredito da coccodrilli alati.

Fig. 5 Un capitello delle lesene degli archi laterale della Cattedrale di Foggia presenta un volto di donna. Lato destro della Cattedrale.
Fig. 6 Un capitello delle lesene degli archi laterale della Cattedrale di Foggia presenta un volto di uomo con corona che potrebbe verosimilmente rappresentare un sovrano. Potrebbe trattarsi di Guglielmo II il Buono o di Federico II. Lato destro della Cattedrale.

Il portale di San Martino

Sul lato sinistro della cattedrale subito dopo la chiesa dell’Annunziata si trova il portale di San Martino. Questo portale con l’interessante cornicione e le pregevoli sculture sono stati aggiunti o modificati presumibilmente in epoca sveva. Nel portale si distinguono, nella lunetta superiore un Cristo tra due angeli in volo e sull’arco sono presenti anche due leoni alati, al di sotto si distingue un rilievo raffigurante presumibilmente San Martino a cavallo, secondo alcuni potrebbe trattarsi di Federico II, a sinistra del personaggio a cavallo si trova Sansone in lotta con un leone e a destra un profeta o un alto prelato o San Martino. Nella lunetta collocata nella parte inferiore del portale si distinguono una Madonna con bambino tra due angeli.

Accesso al portale di San Martino.
Accesso al portale di San Martino. fianco sinistro della cattedrale.
Fig. 7 Il Portale di San Martino collocato sul lato sinistro della Cattedrale di Foggia esternamente,
parte superiore.
Fig 8 Portale di San Martino, particolare centrale, cavaliere con mantello (secondo alcuni San Martino, per altri Federico II). Foggia.
Fig. 9 Parte intermedia del portale di San Matino, particolare che vede raffigurati la Madonna con Bambino con angeli laterali. Foggia.
Fig. 10 Portale di San Martino, personaggio posto a destra per chi guarda, con molta probabilità si tratta di San Martino. Foggia.
Fig. 11 Veduta d’insieme del portale di San Martino.


Reperti provenienti dalla cattedrale conservati presso il museo civico di Foggia

Nel museo civico di Foggia sono conservati alcuni reperti provenienti dalla cattedrale e ritrovati dopo l’evento tellurico del 1731. Si tratta di una colonnina del rosone appartenuto alla cattedrale e di due piccole statue a figura intera di San Paolo e san Matteo.

Fig. 12 due sculture conservate nel museo civico di Foggia risalenti alla seconda metà del XIII secolo provenienti dalla cattedrale, rapprsentano da sinistra l’apostolo San Paolo e a destra l’evangelista San Matteo.

Ricostruzione dell’antico rosone cattedrale di Foggia

Ricostruzione dell'antico rosone.
Fig. 13 Nel museo civico di Foggia è conservata questa colonnina che proviene dalla cattedrale, la colonnina è esposta in questo modo simulando la ricostruzione del rosone cattedrale.

La Cripta del Succorpo

La cripta è a tre navate su basse colonne ed è ricoperta da volte a crociera gotiche.
Le colonne sono sormontate da bellissimi capitelli attribuiti a Bartolomeo da Foggia e risalgono al XIII secolo. Vi sono vari affreschi, il più interessante è quello che raffigura Gesù in maestà da poco restaurato.

Antica foto dell’interno della cripta della cattedrale di Foggia, ben visibili le colonne e i capitelli.

L’antico altare è stato eliminato per far posto al nuovo collocato al centro del piccolo presbiterio.

Sono visibili gli antichi ingressi che consentivano, con delle scalinate, il passaggio dalla chiesa superiore alla cripta, prima che fosse demolito l’antico impianto a tre navate ed elevato il piano della navata della chiesa superiore. A reggere quest’ultima fu creato il nuovo Succorpo, a tre navate dove si conservano l’urna in legno dorato del Cristo morto e le statue della Passione. Inoltre vi sono delle tombe di vescovi.

Fig. 14 Affresco raffigurante un Cristo in maestà su una parete della chiesa della cripta della cattedrale.
Passaggio tra via Duomo e via Campanile che si trova alle spalle della cattedrale, gli archi tipici dell’epoca medievale sono la testimonianza della struttura architettonica di stile romanico posta nella parte inferiore della cattedrale.

Bibliografia:

CATTEDRALI DI PUGLIA, Alfredo Petrucci – Editore: Carlo Bestetti Edizioni d Arte – Roma, 1960

La Cattedrale di Foggia. Le sue forme nel tempo a cura di Nunzio Tomaiuoli – Claudio Grenzi Editore

Cattedrali di Puglia. A cura di Cosimo Damiano Fonseca. Adda Editore

Copyright  © Alberto Gentile

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Personaggi

Carlo Magno

Carlo Magno è stato uno dei personaggi storici più significativi per la storia d’Europa. Ha saputo creare un grande ed esteso regno, corredandolo di nuove istituzioni e un nuovo modo di amministrare il potere. Dalla deposizione di Romolo Augusto avvenuta nel 476 mancava nell’Europa occidentale il titolo di imperatore dei romani, erano passati ben tre secoli e Carlo è riuscito, unificando diversi stati e conquistando la fiducia dei pontefici romani, a ricreare un impero.

Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, nell’Europa occidentale si erano sviluppati regni romano-barbarici in quanto avevano all’interno delle loro amministrazioni una componente romana ed una germanica, in Spagna c’erano i Visigoti, in Italia gli Ostrogoti e in Gallia i Franchi. 

Il popolo dei Franchi, nel secolo VI d.C. occupava gran parte della Gallia che si trovava in una fase di divisione interna, che durò fino alla fine del 600. All’inizio del 700 la Gallia è minacciata dal tentativo di espansione degli Arabi, che dopo aver conquistato buona parte della Spagna varcano i Pirenei, ma vengono respinti da Carlo Martello nel 732. Il figlio di Carlo, Pipino il Breve, approfitta della richiesta di aiuto pervenuta dal Papa, che non riesce a fronteggiare l’avanzata dei Longobardi, per farsi proclamare Re. In questo contesto storico si inserisce la figura di Carlo Magno.

Carlo Magno nacque molto probabilmente il 2 aprile del 742 dal re dei Franchi Pipino il Breve e da Bertrada di Laon, era nipote di quel Carlo Martello che aveva impedito l’invasione araba con la celebre vittoria nella Battaglia di Poitiers.

Quel poco che si sa della giovinezza di Carlo Magno suggerisce che abbia ricevuto una formazione pratica per la leadership partecipando alle attività politiche, sociali e militari associate alla corte di suo padre. I suoi primi anni furono segnati da una serie di eventi che ebbero immense implicazioni per la posizione dei Franchi nel mondo contemporaneo. Nel 751, con l’approvazione papale, Pipino sottrasse il trono dei Franchi all’ultimo re merovingio, Childerico III. Dopo l’incontro con papa Stefano II nel palazzo reale di Ponthion nel 753-754, Pipino strinse un’alleanza con il papa impegnandosi a proteggere Roma in cambio dell’approvazione papale del diritto della dinastia di Pipino al trono dei Franchi. Pipino intervenne anche militarmente in Italia nel 755 e nel 756 per frenare le minacce longobarde a Roma, e nella cosiddetta Donazione di Pipino del 756 conferì al papato un blocco di territorio che si estendeva attraverso l’Italia centrale che costituì la base di una nuova entità politica, cioè lo Stato Pontificio, su cui governava il papa.

Pipino il Breve dipinto da Louis-Félix Amiel il ritratto fu commissionato da re Luigi Filippo nel 1837.

Pipino il Breve, con l’approvazione della nobiltà e dei vescovi, aveva designato come suoi successori i due figli Carlo e Carlomanno. Infatti, quando morì Pipino, il 24 settembre 768, andarono a Carlo l’Austrasia, gran parte della Neustria e la metà nord-occidentale dell’Aquitania e tutti i territori nel frattempo conquistati nella parte orientale fino alla Turingia. A Carlomanno andarono la Borgogna, la Provenza, la Gotia, l’Alsazia, l’Alamagna e la parte sud-orientale dell’Aquitania. L’Aquitania era governata in comune.
I due fratelli furono incoronati in luoghi diversi il 9 ottobre 768.

Carlo e suo fratello sposarono le figlie del re longobardo Desiderio, con lo scopo di rafforzare rapporti di concordia ed amicizia tra i due popoli, questi matrimoni non furono ben visti dal papa. 

Presto i rapporti fra i due fratelli diventarono difficili e contrastanti, ma ben presto i problemi si placano a causa della morte improvvisa di Carlomanno avvenuta nel 771. 

In quella data Carlo, si libera degli eredi del fratello e riesce a riunire sotto un unico regno le province della Gallia, comprendenti la Francia, il Belgio e parte dell’attuale Germania. Nello stesso anno ripudiò la moglie Desiderata figlia del re Longobardo. Desiderio allora accolse presso la sua corte la figlia ripudiata e la vedova di Carlomanno. In quel periodo i Longobardi governavano gran parte dell’italiana peninsulare.

Nel 773, su invito di Papa Adriano I, impose a Desiderio di lasciare al papa le terre che aveva occupato nell’esarcato e nel ducato romano; avendo ricevuto un rifiuto, attraversò le Alpi col suo esercito e invase l’Italia settentrionale, sconfisse il re Desiderio e si proclamò sovrano dei Franchi e dei Longobardi. Ritornò nel 776 per reprimere una rivolta dei duchi longobardi del Friuli, di Chiusi, Spoleto e Benevento; poi torno nuovamente in Italia nel 780 per far consacrare dal pontefice, come re d’Italia, il figlio secondogenito Carlomanno che fu ribattezzato col nome di Pipino.

Carlo Magno e Pipino d’Italia. miniatura da un manoscritto, del 991, delle Leges Barbarorum, copia del manoscritto originale dell’830 circa.

Le Campagne Militari

Il futuro imperatore iniziò una serie di campagne militari, della durata di molti anni volte sia a conquistare nuovi territori che a consolidare la presenza franca sui confini. Dopo la guerra coi Longobardi Carlo si impegnò in una serie di campagne sui confini orientali. L’impresa militare più impegnativa per Carlo Magno lo vide contrapposto ai Sassoni, una popolazione della Germania ancora pagana, avversari di lunga data dei Franchi, la cui conquista richiese più di 30 anni di campagne (dal 772 all’804). Questa lunga lotta, che portò all’annessione di un vasto blocco di territorio tra i fiumi Reno ed Elba, fu segnata da saccheggi, rottura di tregue, presa di ostaggi, uccisioni di massa, deportazione di sassoni ribelli, misure draconiane per costringere all’accettazione del cristianesimo, e occasionali sconfitte dei Franchi. Anche i Frisoni, alleati sassoni che vivevano lungo il Mare del Nord a est del Reno, furono costretti alla sottomissione.

La guerra contro i Sassoni.

Preoccupato di difendere la Gallia meridionale dagli attacchi musulmani e ingannato dalle promesse di aiuto dei leader musulmani locali nel nord della Spagna che cercavano di sfuggire all’autorità del sovrano Umayyad di Cordoba, Carlo Magno invase la Spagna nel 778. Quell’impresa sconsiderata si concluse con una disastrosa sconfitta dell’esercito franco che fu costretto alla ritirata. Durante la ritirata, il 15 agosto 778 si colloca l’episodio della battaglia di Roncisvalle, qui la retroguardia franca subì un agguato da parte di tribù basche.  A seguito di questa imboscata morirono diversi nobili e alti ufficiali, tra cui “Hruodlandus” (Orlando), prefetto del limes di Bretagna. Quell’episodio ispirò, intorno al 1100, uno dei testi epici fondamentali della letteratura medievale europea “La Chanson de Roland”.

Morte di Rolando a Roncisvaux di Alphonse de Neuville, 1872 – 1875, Biblioteca dell’Harvard College, da The History of France: From the Earliest Times to 1789, Told to My Grandchildren di François Guizot.

Nonostante questa battuta d’arresto, Carlo Magno persistette nei suoi sforzi per rendere più sicura la frontiera spagnola. Nel 781 creò un sottoregno dell’Aquitania con suo figlio Luigi come re. Da quella base le forze franche organizzarono una serie di campagne che alla fine stabilirono il controllo dei Franchi sulla marca spagnola, il territorio compreso tra i Pirenei e il fiume Ebro.

Tra il 787–788 Carlo Magno annetté con la forza la Baviera, i cui leader avevano a lungo resistito alla signoria dei Franchi. Quella vittoria mise i Franchi faccia a faccia con gli Avari, nomadi asiatici che durante la fine del VI e il VII secolo avevano formato un vasto regno abitato in gran parte da slavi che vivevano su entrambe le sponde del Danubio. Nell’VIII secolo il potere avaro era in declino e le campagne franche del 791, 795 e 796 accelerarono la disintegrazione di quell’impero. Carlo Magno conquistò un’enorme quantità di bottino, rivendicò un blocco di territorio a sud del Danubio in Carinzia e Pannonia e aprì un campo missionario che portò alla conversione degli Avari e dei loro ex sudditi slavi al cristianesimo.

Sotto il suo dominio il Regno dei Franchi arrivò a coprire quasi tutta l’Europa continentale occidentale, fatta eccezione per la Spagna, in mano agli Arabi, e l’Italia meridionale bizantina.

La sua prestazione sul campo di battaglia gli valse la fama di re guerriero nella tradizione dei Franchi, colui che avrebbe reso i Franchi una forza nel mondo un tempo contenuto nell’Impero Romano.

Carlo Magno in una calcografia di Giovanni Battista Cavalieri (1583), conservata presso la Biblioteca comunale di Trento.

In generale, i rapporti di Carlo Magno con il papato, soprattutto con papa Adriano I, furono positivi e gli procurarono un prezioso sostegno per il suo programma religioso e lodi per le sue qualità di sovrano cristiano. L’espansione della presenza franca in Italia e nei Balcani intensificò gli incontri diplomatici con gli imperatori d’Oriente, che rafforzarono la posizione dei Franchi rispetto all’Impero Romano d’Oriente, indebolito dai dissensi interni e minacciato dalla pressione musulmana e bulgara sulle sue frontiere orientali e settentrionali.

Carlo Magno e papa Adriano I.

Carlo Magno stabilì anche rapporti amichevoli con il califfo ʿAbbāsid a Baghdad (Hārūn al-Rashīd), i re anglosassoni di Mercia e Northumbria e il sovrano del regno cristiano delle Asturie nella Spagna nordoccidentale. E godeva di un vago ruolo di protettore dell’establishment cristiano a Gerusalemme. Combinando con coraggio e risorse il tradizionale ruolo di re guerriero con una diplomazia aggressiva basata su una buona conoscenza delle realtà politiche attuali, Carlo Magno elevò il regno franco a una posizione di leadership nel mondo europeo.

Corte e amministrazione di Carlo Magno

Pur rispondendo alle sfide legate all’attuazione del suo ruolo di re guerriero, Carlo Magno era consapevole dell’obbligo di un sovrano franco di mantenere l’unità del suo regno. Questo onere fu complicato dalle divisioni etniche, linguistiche e giuridiche tra le popolazioni portate sotto la dominazione franca nel corso di tre secoli di conquista, a partire dal regno del primo re merovingio, Clodoveo (481–511). Come leader politico, Carlo Magno non era un innovatore. La sua preoccupazione era quella di rendere più efficaci le istituzioni politiche e le tecniche amministrative ereditate dai suoi predecessori merovingi. La forza direttiva centrale del regno rimaneva il re stesso, il cui ufficio per tradizione conferiva al suo titolare il diritto di comandare l’obbedienza dei suoi sudditi e di punire coloro che non obbedivano. Per ricevere assistenza nell’affermare il suo potere di comando, Carlo Magno faceva affidamento sul suo palatium, un insieme mutevole di membri della famiglia, fidati compagni laici ed ecclesiastici e assortiti tirapiedi, che costituiva una corte itinerante al seguito del re mentre svolgeva le sue campagne militari e cercò di trarre vantaggio dalle entrate provenienti da proprietà reali ampiamente sparse.

I membri di questo circolo, alcuni con titoli che suggeriscono dipartimenti amministrativi primitivi, svolgevano su ordine reale varie funzioni legate alla gestione delle risorse reali, alla conduzione di campagne militari e missioni diplomatiche, alla produzione di documenti scritti necessari per amministrare il regno, intraprendendo missioni in tutto il regno per far rispettare le politiche reali. , rendere giustizia, condurre servizi religiosi e consigliare il re.

Recto di un denario d’argento raffigurante Carlo Magno con l’iscrizione KAROLVS IMP AVG (Karolus Imperator Augustus), coniato a Francoforte sul Meno tra l’812 e l’814; è conservato presso il dipartimento delle monete, medaglie e antichità della Biblioteca nazionale di Francia a Parigi.

Una componente fondamentale dell’efficacia del re e una questione di costante preoccupazione per Carlo Magno era l’esercito, nel quale tutti gli uomini liberi erano obbligati a prestare servizio a proprie spese quando convocati dal re. Sempre più importante per il mantenimento dell’establishment militare, in particolare della cavalleria corazzata, era la capacità del re di fornire fonti di reddito, solitamente concessioni di terre, che consentissero ai suoi sudditi di prestare servizio a proprie spese. Le risorse necessarie per sostenere il governo centrale provenivano dal bottino di guerra, dalle entrate dei patrimoni reali, dalle multe e dalle tasse giudiziarie, dai pedaggi sul commercio, dalle donazioni obbligatorie dei sudditi nobili e, in misura molto limitata, dalle tasse dirette.
Per esercitare la sua autorità a livello locale, Carlo Magno continuò a fare affidamento su funzionari reali detti conti, che rappresentavano l’autorità reale in entità territoriali chiamate contee. Le loro funzioni includevano l’amministrazione della giustizia, il reclutamento di truppe, la riscossione delle tasse e il mantenimento della pace. Anche i vescovi continuarono a svolgere un ruolo importante nel governo locale. Carlo Magno ampliò il coinvolgimento del clero nel governo aumentando l’uso delle concessioni reali di immunità a vescovi e abati, che liberarono le loro proprietà dall’intervento delle autorità pubbliche. Questo privilegio, in effetti, permetteva ai suoi beneficiari o ai loro agenti di governare su coloro che abitavano le loro proprietà fintanto che godevano del favore reale. L’efficacia di questo sistema di governance dipendeva in gran parte dalle capacità e dalla lealtà di coloro che ricoprivano incarichi a livello locale. Carlo Magno reclutò la maggior parte dei funzionari reali da un numero limitato di famiglie aristocratiche interconnesse che erano ansiose di servire il re in cambio del prestigio, del potere e delle ricompense materiali associate al servizio reale.

L’uso sempre più diffuso dei documenti scritti come mezzo di comunicazione tra il governo centrale e quello locale permise una maggiore precisione e uniformità nella trasmissione degli ordini reali e nella raccolta di informazioni sulla loro esecuzione. Tra questi documenti c’erano i capitolari reali, documenti quasi legislativi inviati in tutto il regno per esporre la volontà del re e fornire istruzioni per l’attuazione dei suoi ordini.

La gestione degli aspetti religiosi.

La sua politica religiosa rifletteva la sua capacità di rispondere positivamente alle forze di cambiamento che operavano nel suo mondo. Il suo programma per adempiere alle sue responsabilità religiose reali fu formulato in una serie di sinodi composti sia da chierici che da laici convocati per ordine reale per considerare un ordine del giorno stabilito dalla corte reale. La riforma si è concentrata su alcune grandi preoccupazioni: rafforzare la struttura gerarchica della Chiesa, chiarire i poteri e le responsabilità della gerarchia, migliorare la qualità intellettuale e morale del clero, proteggere e ampliare le risorse ecclesiastiche, standardizzare le pratiche liturgiche, intensificare la pastorale rivolta alla collettività comprensione dei principi fondamentali della fede e miglioramento della morale, sradicamento del paganesimo. Con il progredire del movimento di riforma, la sua portata si allargò per conferire al sovrano l’autorità di disciplinare i chierici, affermare il controllo sulle proprietà ecclesiastiche, propagare la fede e definire la dottrina ortodossa.
Nonostante estendesse la sua autorità su questioni tradizionalmente amministrate dalla chiesa, le mosse aggressive di Carlo Magno per dirigere la vita religiosa ottennero l’accettazione da parte dell’establishment ecclesiastico, compreso il papato. Nel valutare il sostegno clericale alla politica religiosa del re, è necessario tenere presente che il re controllava la nomina dei vescovi e degli abati, era uno dei principali benefattori dell’establishment clericale ed era il garante dello Stato Pontificio. Ciononostante, il sostegno del clero fu sincero, riflettendo la sua approvazione per il desiderio del re di rafforzare le strutture ecclesiastiche e di approfondire la pietà e correggere la morale dei suoi sudditi cristiani. Tale approvazione fu espressa nella glorificazione del re dei suoi tempi come rettore del “nuovo Israele”.

Imperatore dei Romani

La prodigiosa gamma di attività di Carlo Magno durante i primi 30 anni del suo regno fu il preludio a quello che alcuni contemporanei e molti osservatori successivi considerarono l’evento culminante del suo regno: la sua incoronazione a imperatore romano. In gran parte, quell’evento fu la conseguenza di un’idea modellata dall’interpretazione data alle azioni di Carlo Magno come sovrano. Nel corso degli anni, alcuni dei principali consiglieri politici, religiosi e culturali del re si convinsero che una nuova comunità stava prendendo forma sotto l’egida del re e del popolo Franco, il quale, come dichiarò un papa, “il Signore Dio d’Israele ha benedetto.” Si parlava di quella comunità come dell’imperium Christianum, comprendente tutti coloro che aderivano alla fede proclamata dalla chiesa romana. Questa comunità accettò il dominio di un monarca sempre più acclamato come il “nuovo Davide” e il “nuovo Costantino”, custode della cristianità ed esecutore della volontà di Dio. La preoccupazione per il benessere dell’imperium Christianum fu accresciuta dalla percepita inidoneità degli imperatori eretici di Costantinopoli a rivendicare l’autorità sulla comunità cristiana, soprattutto dopo che una donna, Irene, divenne imperatore d’Oriente nel 797.

In un senso più ampio, gli sviluppi dell’VIII secolo produssero nel mondo carolingio la percezione che l’Occidente latino e l’Oriente greco divergessero in modi che negavano le pretese universaliste degli imperatori orientali.

Poi, nel 799, emerse una minaccia ancora maggiore al benessere dell’imperium Christianum. La capacità del papa di guidare il popolo di Dio venne messa in discussione quando Papa Leone III fu attaccato fisicamente da una fazione di romani, tra cui alti funzionari e prelati della curia papale, che credevano fosse colpevole di tirannia e di grave cattiva condotta personale. Leone fuggì alla corte del suo protettore, il cui ruolo di rettore della cristianità era ormai rivelato. Carlo Magno fornì una scorta che riportò Leone III all’ufficio papale; poi, dopo ampie consultazioni in Francia, si recò a Roma alla fine dell’800 per affrontare la delicata questione del giudizio del vicario di Pietro e del ristabilimento dell’ordine nello Stato Pontificio.

Dopo una serie di incontri con i notabili religiosi e i laici franchi e romani, fu stabilito che, invece di essere giudicato, il papa avrebbe prestato pubblicamente giuramento purgandosi dalle accuse contro di lui; alcuni indizi nella documentazione suggeriscono che queste deliberazioni portarono anche alla decisione di ridefinire la posizione di Carlo Magno. Due giorni dopo l’atto di purgazione di Leone, mentre Carlo Magno assisteva alla messa del giorno di Natale nella antica basilica di San Pietro, il papa gli pose una corona in testa, mentre i romani riuniti per il culto lo proclamarono “imperatore dei romani”.

Incoronazione imperiale di Carlo Magno, opera di di Friedrich Kaulbach, 1861.

Gli storici hanno a lungo dibattuto su chi attribuire la responsabilità di questo evento. Nonostante l’affermazione di Eginardo, biografo di corte di Carlo Magno, secondo cui il re non si sarebbe recato a San Pietro in quel fatidico giorno se avesse saputo cosa sarebbe successo, le prove lasciano pochi dubbi sul fatto che re e papa collaborarono nella pianificazione dell’incoronazione e la restaurazione dell’Impero Romano in Occidente fu vantaggiosa per entrambi. Considerata la debole posizione del papa in quel momento e la propensione del re per le azioni audaci, sembra molto probabile che Carlo Magno e i suoi consiglieri abbiano preso la decisione chiave che prevedeva un nuovo titolo per il re, lasciando al papa il compito di organizzare la cerimonia che avrebbe formalizzato l’accordo.

Il nuovo titolo conferiva a Carlo Magno l’autorità legale necessaria per giudicare e punire coloro che avevano cospirato contro il papa. Forniva inoltre un adeguato riconoscimento del suo ruolo di sovrano di un impero di popoli diversi e di guardiano della cristianità, e gli conferiva uno status paritario rispetto ai suoi corrotti rivali di Costantinopoli. Ratificando ancora una volta un titolo per i Carolingi, il papa rafforzò il legame con il suo protettore e diede lustro all’ufficio pontificio in virtù del suo ruolo nel conferire la corona imperiale al “nuovo Costantino”.

Sulla valutazione degli anni di Carlo Magno come imperatore del Sacro Romano Impero, gli storici non sono completamente d’accordo. Alcuni hanno visto il periodo come un periodo di crisi emergente, in cui le attività dell’anziano imperatore erano sempre più limitate. Poiché Carlo Magno non guidò più imprese militari di successo, le risorse con cui premiare i seguaci reali diminuirono. Allo stesso tempo, nuovi nemici esterni sembravano minacciare il regno, in particolare gli uomini del Nord (Vichinghi) e i Saraceni. Si riscontravano anche segnali di inadeguatezza strutturale del sistema di governo, che si assumeva costantemente nuove responsabilità senza un proporzionale incremento delle risorse umane e materiali, e una crescente resistenza al controllo regio da parte di magnati laici ed ecclesiastici che cominciavano a cogliere le implicazioni politiche, sociali, e il potere economico derivante dalle concessioni reali di terre e immunità. Altri storici, tuttavia, hanno sottolineato aspetti come la maggiore preoccupazione reale per gli indifesi, i continui sforzi per rafforzare l’amministrazione reale, la diplomazia attiva, il mantenimento della riforma religiosa e il sostegno al rinnovamento culturale, che vedono come prova della vitalità durante il regno di Carlo Magno. 

All’interno di questo contesto più ampio ci furono sviluppi che suggeriscono che il titolo imperiale significasse poco per chi lo riceveva. Infatti, nell’802, quando usò formalmente per la prima volta l’enigmatico titolo di “Imperatore che governa l’Impero Romano”, mantenne il suo vecchio titolo di “Re dei Franchi e dei Longobardi”. Continuò a vivere alla maniera tradizionale dei Franchi, evitando modalità di condotta e protocolli associati alla dignità imperiale. Si affidò meno ai consigli del circolo che aveva plasmato l’ideologia che portò alla rinascita dell’Impero Romano. L’imperatore, infatti, sembrava ignaro dell’idea di un’entità politica unitaria implicita nel titolo imperiale quando, nell’806, decretò che alla sua morte il suo regno sarebbe stato diviso tra i suoi tre figli.

Carlo Magno e la sua corte, miniatura medievale.

Altre prove indicano che il titolo imperiale era importante per lui. Carlo Magno si impegnò in una lunga campagna militare e diplomatica che finalmente, nell’812, ottenne il riconoscimento del suo titolo da parte dell’imperatore d’Oriente. Dopo l’800 il suo programma di riforma religiosa enfatizzò cambiamenti nel comportamento che implicavano che l’appartenenza all’imperium Christianum richiedesse nuove modalità di condotta pubblica. Ha tentato di portare una maggiore uniformità ai diversi sistemi giuridici prevalenti nel suo impero. La terminologia e i simboli utilizzati dalla corte per esporre le sue politiche e i motivi artistici impiegati nel complesso edilizio di Aquisgrana riflettevano la consapevolezza dell’ufficio imperiale come fonte di elementi ideologici capaci di rafforzare l’autorità del sovrano. Nell’813 Carlo Magno assicurò la perpetuazione del titolo imperiale conferendo con le proprie mani la corona imperiale all’unico figlio sopravvissuto, Ludovico il Pio. L’incoronazione dell’813 suggerisce che Carlo Magno ritenesse che l’ufficio avesse un certo valore e che volesse escludere il papato da qualsiasi parte nel suo conferimento.

Ludovico I il Pio, incisione settecentesca di François-Séraphin Delpech.

Nel loro insieme le prove portano alla conclusione che Carlo Magno considerava il titolo imperiale come un premio personale in riconoscimento dei suoi servizi alla cristianità, da utilizzare come riteneva opportuno per rafforzare la sua capacità e quella dei suoi eredi di dirigere l’imperium Christianum verso i suoi interessi. 

L’Eredità

Nel gennaio 814 Carlo Magno si ammalò di febbre dopo aver fatto il bagno nelle sue amate sorgenti calde ad Aquisgrana; morì una settimana dopo. Scrivendo negli anni 840, il nipote dell’imperatore, lo storico Nithard, dichiarò che alla fine della sua vita il grande re aveva “lasciato tutta l’Europa piena di ogni bontà”. Gli storici moderni hanno reso evidente l’esagerazione di tale affermazione richiamando l’attenzione sulle inadeguatezze dell’apparato politico di Carlo Magno, sui limiti delle sue forze militari di fronte alle nuove minacce dei nemici marittimi, sul fallimento delle sue riforme religiose nell’influenzare la grande massa dei cristiani, il gretto tradizionalismo e i pregiudizi clericali del suo programma culturale e le caratteristiche oppressive dei suoi programmi economici e sociali. Tale attenzione critica al ruolo di Carlo Magno, tuttavia, non può cancellare il fatto che il suo sforzo di adattare le tradizionali idee franche di leadership e bene pubblico alle nuove correnti sociali ha fatto una differenza cruciale nella storia europea. Il suo rinnovamento dell’Impero Romano in Occidente fornì il fondamento ideologico per un’Europa politicamente unificata, un’idea che da allora ha ispirato gli europei.

Bibliografia

  • Giosuè Musca, Carlo Magno e Harun al-Rashid, Roma, Dedalo, 1996.
  • Becher Matthias, Carlo Magno, Bologna, Il Mulino, 2000,
  • Cardini Franco, Carlomagno, un padre della patria europea, Bompiani, 2002.
  • Barbero Alessandro, Carlo Magno: un padre dell’Europa – Editori Laterza 2004.

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Chi era e chi non poteva essere Federico II di Svevia

Non c’è dubbio che Federico II sia uno dei protagonisti più controversi di tutto il Medio Evo europeo, vittima della confusione che comunemente si fa tra gli elementi storici e quelli leggendari.

A questa situazione contribuiscono i suoi più irriducibili detrattori, ma anche quanti esaltano oltre il lecito la sua personalità; tant’è che oggi, con la diffusione del dibattito, non è tanto utile combattere le argomentazioni dei più ostinati neoguelfi (e sono, ahinoi! ancora tanti) quanto coloro che vedono in lui il profeta di una “modernità” che non poteva avere, di un ecumenismo che non poteva concepire…

Federico II – De Arte Venandi Cum Avibus.

Federico II

ha certo dominato la politica e la cultura medievale in un secolo in cui…

  •  …l’Imperatore ed il Pontefice romano ritenevano entrambi di essere investiti da Dio per gestire le cose dello Stato e della Fede, promuovendo due analoghe teocrazie: esisteva allora una palese, dichiarata “imitatio imperii” da parte del sacerdozio ed una “imitatio sacerdotii” da parte del “regnum”;
  •  …la conquista ed il mantenimento del potere giustificava le peggiori atrocità, né l’Imperatore poteva essere secondo al Pontefici che ordinavano la strage degli Albigesi, sacrificavano due milioni di Cristiani alle Crociate, promuovevano i processi inquisitoriali…
  •  …le integrazioni razziali non erano ancora concepite, mentre le minoranze religiose erano perseguitate dalla Chiesa ben coadiuvata dal “braccio secolare” che vedeva negli eretici soprattutto un grave rischio sovversivo
  •  …le violenze che oggi definiremo “maschiliste” coinvolgevano tutte le religioni e tutte le filosofie, lo sviluppo culturale era condizionato da dogmatismi ed integralismi d’ogni colore;
  •  …la cultura — preda ancora di alchimie e superstizioni d’ogni genere — non aveva ancora posto le premesse per la nascita della scienza, sia pure nella forma embrionale che avverrà due secoli dopo…

In questa situazione, Federico II si inserì con alcune intuizioni che lo resero un gigante del suo tempo; ma che non possono essere confuse con delle iniziative decisamente anticipatrici, che un uomo medievale non poteva certo concepire.

Egli infatti

  • …non fu un “laico” nel significato attuale del termine, ma lottò per condurre il Papato alle sole competenze morali, premessa per lo Stato di diritto e per sconfiggere ogni forma di integralismo;
  • …fu tremendo nelle battaglie, nel reprimere gli attentati alla propria persona, nel condurre gli assedi dove ricorse agli scudi umani non meno del Crociato Simone di Monfort, ma tentò più di ogni altro contemporaneo di risolvere molte controversie con la diplomazia, senza spargimento di sangue;
  • …punì le intolleranze dei Saraceni in Sicilia, ma li ospitò a Lucera integrandoli nel proprio esercito e nell’amministrazione dell’Impero; dopo di lui, regnanti Bonifacio VII a Roma e Carlo II d’Angiò in Sicilia, furono barbaramente sterminati nel 1300, l’Anno del Primo Giubileo;
  • …mantenne la giovane moglie Jolanda di Brienne nell’asfittico harem palermitano, ma nelle Costituzioni di Melfi dettò pagine importanti ed innovative per reprimere la violenza contro le donne e difenderle dalle accuse;
  •  …era ancora legato ai rituali magici dell’Oriente, ma alla sua Corte ospitò dotti di tutte le terre senza distinzione di razza e di religione, cui pose quesiti che saranno alla base delle prime ricerche degne di essere definite scientifiche;
  •  …si professò e fu sinceramente cattolico, ma seppe concepire l’universalità dalla cultura all’esclusivo servizio dell’uomo, superando i vincoli che nascevano dal fatto di voler distinguere le culture cristiana, ebrea, musulmana…

Crociato scomunicato, a Gerusalemme trasformò una lotta di religione in un confronto tra diverse culture, rendendo possibile un accordo da allora mai ripetuto.

Federico II non fu certo il pensatore medievale più illuminato ed innovativo in alcun campo della filosofia, della religione, dello scibile umano di allora. Ma il suo valore, o anche semplicemente il suo fascino, consiste nell’avere contemporaneamente spaziato in moltissimi campi della conoscenza, come tutti i grandissimi della storia…

L’Italia, culla del Guelfismo più intransigente, rimasta sotto l’influenza dei Papi fino al XIX secolo, soffre ancora di una storiografia che vuole Federico ateo, nemico della Chiesa, carico dei peggiori vizi che possono ledere l’onorabilità di un Principe. Al contrario in Germania, lontano dalle mene politico-religiose e dalle pretese territoriali della Chiesa, l’immagine dell’Imperatore è prevalentemente influenzata dal suo atteggiamento riformistico: ed i Tedeschi sono legati a lui da una profonda stima, molto vicina all’amore.

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Bibliografia:

Antonino De Stefano, Federico II e le correnti spirituali del suo tempo, Roma, 1923.

Kaiser Friedrichs II. in Süditalien, Stuttgart 1977)

Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore, Garzanti, Milano, 1988.


David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Enaudi, Torino, 1993.


Carlo Fornari, FEDERICO II un sogno imperiale svanito a Vittoria, Silva Editore, Parma, maggio 1998.


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Michele Scoto

Michele Scoto fu filosofo, scienziato, medico, alchimista, traduttore dall’arabo e dal greco al latino, enciclopedista ed astrologo, molto probabilmente nacque intorno al 1175 in Scozia.
Studiò ad Oxford, a Parigi e a Bologna che all’epoca erano le migliori università europee, qui arricchì le sue conoscenze scientifiche, filosofiche e umanistiche. Con un ampio bagaglio culturale si trasferì in Spagna e a Toledo, nel 1217 tradusse dall’arabo il De animalibus di Aristotele (nota 1) e ancora il De coelo et mundo, il De anima dello Stagirita con i commenti di Averroè uno dei più noti filosofi arabo-spagnoli. Con queste traduzioni lo Scoto permise di conoscere al mondo latino queste opere. Durante la sua permanenza spagnola tradusse anche il De sphaera di Alpetragio.

Si trasferì in Italia intorno al 1220 alla curia papale che gli riconobbe per i suoi meriti alcune rendite ecclesiastiche, poi passo alla corte dell’imperatore Federico II, di cui fu l’astrologo ufficiale seguendolo nei suoi spostamenti.

Pare che Federico l’abbia inviato all’università di Bologna a far dono delle traduzioni dei commenti averroistici ad Aristotele fatte da lui e da altri.
Alcune fonti riferiscono che l’imperatore Svevo utilizzò Michaele Scoto come inviato presso i sovrani Arabi, come al-Kamil, per scambi diplomatici e culturali.
Michele Scoto fece parte della corte itinerante federiciana insieme ad altri filosofi e scienziati, tra questi ricordiamo Davide di Dinant, Adamo da Cremona, Teodoro di Antiochia, Gualtierio d’Ascoli, Roffredo di Benevento, Leonardo Fibonacci ed il cronista Riccardo di San Germano.

Federico II riceve un libro da Michele Scoto nel dipinto di Giacomo Conti – Palazzo dei Normanni.

I testi medievali ci riferiscono una serie di quesiti che Federico II avrebbe rivolto ai saggi della sua Corte, ed in particolare a Michele Scoto.
Qui di seguito inseriamo alcuni dei quesiti che Federico II pose a Michele Scoto.

“[…] Noi ti preghiamo di volerci spiegare l’edificio della Terra, e precisamente quanto è alta la sua solida consistenza sovrastante gli abissi; […] se laggiù esista qualche altra cosa che la sorregge oltre l’aria e l’acqua; […] l’esatta misura che separa un cielo dall’altro e ciò che esiste al di là dell’ultimo cielo; in quale cielo Dio, per sua natura, si trovi, ed in che modo egli stia assiso sul trono celeste, e come gli facciano corona gli angeli ed i santi, e cosa facciano gli angeli ed i santi costantemente in sua presenza…

“Inoltre desideriamo sapere […] dove esattamente si trovino l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso: sotto la Terra, nella Terra o sopra essa? […] E se un’anima nell’aldilà riconosca un’altra anima e se taluna di esse possa tornare in vita per parlare con qualcuno o mostrarglisi…

“Vogliamo inoltre conoscere le misure della Terra: la sua altezza, il suo spessore e quanto disti dal più alto dei cieli, quanto si estenda nel profondo; […] se contenga spazi vuoti oppure no, se sarebbe un corpo solido come una pietra focaia…

“Desideriamo sapere com’è che le acque dei mari sono tanto amare, e come mai, sebbene tutte le acque provengono dal mare, vi siano acque salate in molti luoghi, e in molti altri, lontane dal mare, acque dolci…

“Vorremmo sapere di quel vento che viene da ogni punto della Terra, e di quel fuoco che prorompe dalla Terra […] come accade in alcune località della Sicilia e presso Messina, sull’Etna, a Vulcano, Lipari, Stromboli…”

Lo scoto scrisse anche il Liber introductorius, che metteva insieme tutto ciò che si sapeva su geografia, medicina, studio dei pianeti e ricerca teologica che dedico all’imperatore Svevo. Ci restano frammenti di una sua Divisio philosophiae mentre sono perdute le Quaestiones Nicolai Peripatetici.

Per i suoi interessi alla scienza araba, all’astrologia e alla magia fu considerato da alcuni un mago.
Scoto è citato da Dante Alighieri nel canto XX dell’Inferno all’interno della bolgia degli indovini:

«… Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe il gioco…»


In una leggenda pervenuteci si dice che egli avrebbe predetto a Federico II la morte “Sub Flore” ed effettivamente lo Svevo morì in un luogo dal nome di un fiore; Castel Fiorentino.
Molto verosimilmente lo scoto morì nel 1236, tra le varie leggende che si tramandano su di lui ce né una relativa alla sua morte, in particolare si dice che morì colpito sulla testa da un sasso mentre, a messa, come si deve, si era tolto un pesante elmo che teneva sempre a protezione del capo, avendo lui stesso preconizzato questa fine.

Nota 1 De animalibus di Aristotele; i 10 libri della Historiae animalium, i 4 del De partibus animalium, e i 5 del De genere animalium.

Bibliografia:

  • Commento sul De Sphera: The Sphere of Sacrobosco and its Commentators, a cura di L. Thorndike, University of Chicago Press, Chicago 1949.
  • Michele Scoto, Liber Phisionomiae, Venetiis 1477.
  • L’arte dell’Alchimia: The texts of Michael Scot’s Ars Alchimiae, a cura di S. H. Thomson, in Osiris, V (1938).
  • P. Morpurgo, Federico II e la fine dei tempi nella profezia del cod. escorialense f.III.8, “Pluteus. Periodico Annuale di Filologia”, 1, 1983, pp. 135-167

Per approfondire:
– R. Manselli, La corte di Federico II e Michele Scoto, in Atti del convegno internazionale L’averroismo in Italia, Roma, Accademia nazionale dei lincei 1979.
– Le scienze alla corte di Federico II, a cura di V. Pasche, Leiden, Brill 1994.
– Federico II, a cura di P. Toubert e A. Paravicini Bagliani, Palermo, Sellerio 1994 (3 voll.: Federico II e il mondo mediterraneo; Federico II e le scienze; Federico II e le città italiane).

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Personaggi

Enrico VII di Hohenstaufen

Enrico VII era il primogenito di Federico II, nato dal matrimonio di questi con la prima moglie Costanza d’Aragona. Nato nel 1211, fu nominato nel 1220, ancora bambino, re di Germania, alimentando la speranza di poter unire concretamente, alla morte del padre, i Regno di Germania con il Regno di Sicilia. Raggiunta la maggiore età, fu per Federico una vera e propria spina nel fianco: il carattere indocile, le ambizioni, i cattivi consiglieri, lo indurranno ad una continua lotta familiare, che lo condurrà alla distruzione.

Enrico crebbe e maturò nell’ambiente dei ministeri imperiali di Germania, viziato dagli estranei ma senza conoscere l’affetto della famiglia sempre lontana, al seguito delle perenni missioni politiche e militari.
A questa circostanza — peraltro non nuova presso le dinastie imperiali — può forse essere ricondotto il rapporto conflittuale di amore – odio che ebbe con il padre, considerato un uomo eccezionale, mitico, irraggiungibile, ma lontano dalle legittime esigenze di un figlio.
Federico ed Enrico avevano un differente modo di vedere la gestione dello stato: il primo riteneva che dovesse andare ben oltre gli interessi nazionali ed assumere una dimensione sovranazionale, imperiale; il secondo, tendeva a favorire gli interessi germanici, nella convinzione che l’avvenire della dinastia fosse nella terra d’origine.
Nonostante i reiterati chiarimenti e le amorevoli raccomandazioni di Federico, la situazione condusse presto ad un doloroso scontro.

Stemmi di Enrico VII. A sinistra: Corpus Christi College di Cambridge, MSS 16II, fol.155v. A Destra: British Library, Royal MS 14 C VII fol.134v

Enrico, influenzato dai prìncipi germanici e dalle città che tendevano a consolidare le proprie autonomie, contravvenne alle disposizioni imperiali e fu il protagonista di una vera e propria ribellione. Dopo diverse insubordinazioni, fu costretto a presentarsi al cospetto di Federico II ad Aquilea nel maggio del 1232 e qui dovette impegnarsi ad eseguire a tutte le disposizioni imperiali.
Tornato in Germania, si comportò come se nulla fosse accaduto e riprese a spargere i semi della discordia; finché Papa Gregorio IX, i cui interessi nella circostanza coincidevano con quelli dell’Impero, nel 1234, gli lanciò l’anatema, giustificato con presunti atteggiamenti che infrangevano le leggi contro gli eretici.
Alla fine dello stesso 1246, Federico II apprese con costernazione che Enrico aveva niente meno che stipulato un’alleanza difensiva con la Lega Lombarda: i peggiori nemici dell’Impero e della Casa di Svevia!
Tutto ciò voleva dire alto tradimento: Enrico fu convocato senza indugio a Wimpfen, dove, dopo un sommario processo, fu deposto dal trono di Germania e condannato a morte. Solo in un secondo tempo Federico II — alla razionalità ed al dovere di Stato prevalse il cuore paterno — fece commutare la condanna in carcere a vita.
Enrico VII, rinchiuso in varie fortezze dell’Italia del Regno di Sicilia, iniziò una durissima prigionia.
La storia — che in queste circostanze è spesso inquinata dal mito — racconta che finì i suoi giorni suicida a soli trentun anni, il 10 febbraio 1242.

Enrico VII muore suicida a Martirano buttandosi da un dirupo, così è stato disegnato da Enzo Maria Carbonari nel libro “La montagna incantata” pubblicato con il patrocinio della Fondazione Federico II di Jesi.

Quel giorno stava percorrendo una tortuosa strada di montagna, mentre era trasferito da Nicastro alla volta del castello di Martirano di Calabria: uno dei tanti cambi di prigione. Improvvisamente, sottraendosi alla vigilanza degli accompagnatori, si gettò dal cavallo sfracellandosi in un dirupo. I soccorritori lo raggiunsero già morto.Federico diede ordine di seppellire il giovane figlio ribelle nel Duomo di Cosenza, avvolto in mantelli regali e con tutti gli onori. Un frate minore tenne l’orazione funebre commentando il versetto: “Abramo impugnò la spada per immolare il figlio a Dio”. Dall’esame paleopatologico effettuato dal prof. Gino Fornaciari è emerso che Enrico era affatto da lebbra.

Cosenza Duomo, Sarcofago di Enrico VII.

Bibbliografia:

  • Ernst H. Kantorowicz – Federico II Imperatore – 1931
  • David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Enaudi, Torino, 1993.
  • Eberhart Horst, Federico II di Svevia L’imperatore filosofo e poeta, Rizzoli Supersaggi, Milano, 1994.
  • Gino Fornaciari – La lebbra di Enrico VII, 1211-1242, figlio dell’imperatore Federico II e re di Germania: prigionia o isolamento? 2018 Luigi Pellegrini Editore
  • Georgina Masson, Federico II di Svevia, Tascabili Bompaini, prima edizione 1957, riedizione tascabile aprile 2001.
  • Wolfgang Stürner – Enrico VII re di Sicilia e di Germania (Federiciana) – Treccani

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Personaggi

Marcovaldo di Anweller

Marcovaldo di Anweller o Marquardo di Anweiler fu uno dei ministeriali dell’Impero più in vista dell’epoca sveva. Nacque in una famiglia con possedimenti nei territori del medio corso del Reno. Già funzionario di corte sotto Federico I Barbarossa divenne uno dei principali collaboratori dell’imperatore Enrico VI in Italia. 

Nel 1186-1187 svolse su incarico di Enrico funzioni di legato nell’Italia centrale, e si fa onore in operazioni militari per conto dell’imperatore Barbarossa.

Nel 1189 accompagnò Federico Barbarossa alla terza crociata, qui si distinse sia come capo militare sia come legato presso la corte imperiale bizantina. Nei primi mesi del 1192 rientrò in Europa e da quel momento fu sempre più vicino al nuovo imperatore Enrico VI.

Nel 1194 riuscì a procurare all’imperatore svevo il sostegno di Genova per la spedizione di conquista nel Regno siciliano-normanno. In questa occasione fu comandante supremo delle flotte genovese e pisana, con cui contribuì in modo determinante al rapido successo dell’impresa. 

Nel corso della dieta di Bari (1195) Enrico VI lo nominò marchese di Ancona, duca di Ravenna e conte di Romagna. Da lì a poco ottenne anche la contea degli Abruzzi e l’anno successivo a quella del Molise. 

Nel maggio-giugno del 1197 Marcovaldo soffocò nel sangue, insieme al maresciallo Enrico di Kalden, la rivolta esplosa in Sicilia contro l’imperatore.

Alcune fonti sostengono che Enrico VI, prima di morire (28 settembre 1197), gli abbia affidato il suo testamento. 

Marcovaldo di Anweiler in un’illustrazione del Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli.

Dopo la morte di Enrico VI il Regno venne diviso tra i Baroni tedeschi, tra questi si impose proprio Marcovaldo, e i sostenitori del papato e dell’Imperatrice Costanza.

Ma l’Imperatrice fece arrestare i consiglieri di Enrico VI: Marcovaldo, Corrado d’Urslingen e Gualtiero di Palearia vescovo di Troia che erano membri del consiglio di reggenza. 

Poi Costanza espulse dal Regno Marcovaldo e tutti i tedeschi, e li fece giurare che non vi sarebbero più rientrati senza il suo permesso. Non è stato ancora confermato se l’imperatrice abbia concluso un accordo particolare con Marcovaldo in merito all’assicurazione dei suoi diritti sul Molise, come suppone Wolfgang Stürner (1992).

Nel 1198 l’imperatrice Costanza dichiarò Marcovaldo nemico dell’Impero e vietò qualsiasi contatto con lui perché aveva saputo che voleva rientrare nel Regno. 

Marcovaldo dovette affrontare l’ostilità del papato essendo deciso a recuperare i beni della chiesa che l’imperatore gli aveva dato in feudo, il conflitto con la Chiesa si aggravò quando Costanza d’Altavilla morì (28 novembre 1198) lasciando la tutela del figlioletto Federico a papa Innocenzo III. 

Nell’ottobre 1199 Marcovaldo ritornò in Sicilia e, appoggiandosi a un presunto passo del testamento di Enrico VI, rivendicò il diritto di assumere la reggenza affiancando l’erede al trono Federico. Anche i principi favorevoli agli Staufen riconobbero Marcovaldo come reggente imperiale su disposizione di Filippo di Svevia fratello di Enrico VI.

Innocenzo III lo accuso di avere ambizioni personali sul Regno di Sicilia e arrivò a proclamarlo “nemico di Dio e della Chiesa e persecutore del Regno” (Die Register, 1964, nr. 570, p. 829). 

È evidente che in quel momento per Innocenzo III Marcovaldo era divenuto il suo avversario più temibile. Nonostante l’impegno del papato, Marcovaldo riuscì a impadronirsi di buna parte dell’isola dopo una serie di continui combattimenti. 

Nel 1200 fu sconfitto dalle truppe pontificie a Monreale e a Randazzo. Alla fine dell’anno il cancelliere del regno Gualtiero di Palearia, che godeva della fiducia del papa, lo ammise nel collegio dei familiari, ma ciò lo portò alla rottura con il pontefice. 

Il controllo del piccolo Federico fu affidato al fratello di Gualtiero, il conte Gentile di Manoppello, mentre lo stesso cancelliere scese in campo contro Gualterio III di Brienne che era stato inviato dal pontefice per riprendere il controllo della Sicilia. In questa occasione Marcovaldo fu sconfitto dalle truppe pontificie.

Ciò nonostante, alla fine del 1201, Marcovaldo prese il controllo di Palermo e di Federico, in questo modo divenne reggente e padrone incontrastato dell’isola. Ma il suo progetto di dominio non poté realizzarsi completamente, perché nel settembre del 1202 morì di dissenteria a Patti.

Letture consigliate per approfondire: 

  • Giosuè Musca a cura di, Il mezzogiorno normanno-svevo e le crociate; Atti delle quattordicesime giornate normanno-sveve Bari, 17-20 ottobre 2000. Edizioni Dedalo 2002.
  • Th.C. van Cleve, Markward of Anweiler and the Sicilian Regency, Princeton 1937

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Personaggi

Corradino di Svevia

Corradino di Svevia nacque a Landshut, in Germania, nel 1252. Il padre era Corrado IV, figlio di Federico II, la madre Elisabetta di Wittelsbach (di Baviera). Noto anche come Corrado V di Hohenstaufen, fu l’ultimo sovrano della illustre dinastia: con lui si estinguerà, in pratica, la discendenza diretta. E’ stato duca di Svevia (1254-1268, come Corrado IV).
Fu re di Sicilia dal 1254 al 1258 con il nome di Corrado II, e re di Gerusalemme dal 1254 al 1268 con il nome di Corrado III.

Chiesa del Carmine Napoli – statua di Corradino 

Nel 1266, dopo la morte di Manfredi, quando aveva solo quattordici anni, fu chiamato in Italia dai ghibellini.
Allora nell’Italia meridionale erano accesi fuochi di resistenza nei confronti di Carlo d’Angiò, che fu costretto a precipitarsi verso il sud per cercare di reprimere almeno le principali opposizioni prima che il giovane Hohenstaufen varcasse i confini del regno di Sicilia.

Miniatura del Codex Manesse che illustra il quattordicenne Corradino di Svevia durante una battuta di falconeria.

La calorosa accoglienza ricevuta nella ghibellina Pisa lo incoraggiò   a continuare la marcia verso il Sud e verso l’eredità che legittimamente gli spettava.
Accolto con favore dalle città imperiali dell’Italia settentrionale, entrò a Roma trionfalmente, ponendo le premesse per una facile vittoria.
Fu allora che Carlo d’Angiò, abbandonato l’assedio della colonia musulmana di Lucera che aveva intrapreso per onorare una promessa formulata al Pontefice, si mise in marcia per intercettare al più presto l’esercito di tedesco.
L’incontro avvenne sul confine del Regno di Sicilia presso Tagliacozzo.
Era il 23 agosto 1268. Dopo le prime mosse di assaggio, i comandanti dei due eserciti accettarono lo scontro campale. L’esito della battaglia si mantenne a lungo incerto, la carneficina fu enorme finché gli Angioini più numerosi, freschi, e forse meglio organizzati, ebbero la meglio.
Ma vediamo come si svolse la battaglia.
Corradino fu sconfitto dopo un’apparente iniziale vittoria a causa di uno stratagemma ideato da Alardo di Valéry, che prese spunto a sua volta da un analogo espediente usato dai saraceni nelle crociate: il nobile Henry de Cousances, che era aiutante di campo del re, indossò le vesti del sovrano francese e si lanciò in battaglia con tutta l’avanguardia angioina preceduta dalle insegne reali. Gli uomini al seguito di Corradino si scagliarono in massa contro questa schiera, sbaragliandola. Caduto il Cousances, i ghibellini ebbero l’illusione di aver ucciso l’usurpatore francese e di avere in pugno la vittoria.

Dalla Nuova Cronaca di Giovanni Villani – Battaglia di Tagliacozzo
Codice Chigi, Biblioteca Apostolica – Vaticano

Ruppero così le loro formazioni, rilassandosi e poi inseguendo disordinatamente i franco-guelfi. Tutto ciò diede a Carlo I d’Angiò l’occasione di sferrare un nuovo attacco, questa volta a sorpresa, utilizzando 800 cavalieri che aveva tenuti in riserva e nascosti in un avvallamento. I ghibellini furono presi di sorpresa e alle spalle, non ressero alla carica della cavalleria angioina, furono travolti e si dispersi. Per lo schieramento svevo fu una disfatta che assunse in breve le proporzioni di un vero e proprio massacro. 

Battaglia di Tagliacozzo, minaitura medievale.

In un primo momento Corradino riuscì a sottrarsi alla cattura, iniziando una rocambolesca quanto umiliante fuga nella campagna, ospite di gente che forse neppure lo conosceva. Alla fine, tradito da alcuni compagni, fu catturato dalle milizie angioine ed imprigionato.
Portato in catene a Napoli, fu sottoposto ad un processo farsa, assieme ad alcuni suoi fedelissimi: quali delitti potevano essergli contestati, tranne quello di voler onorare il nome della dinastia e di affermare i propri diritti?
Condannato a morte, fu decapitato a soli sedici anni il 29 ottobre 1268 sul patibolo eretto in Campo Miricino, l’odierna Piazza del Mercato della città partenopea.
Con questa orrenda, ingiusta morte che all’epoca destò grande scalpore, finivano gli Hohenstaufen. Si dice però che alla esecuzione fosse presente Giovanni da Procida, fedele amico di Federico II, che raccolse il guanto di sfida con l’intenzione consumare presto ad una giusta vendetta.

Decapitazione di Carradino – Codice Chigi.

Dante ricorda il giovane Corradino nel XX canto del Purgatorio:
“Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fe’ di Curradino…”.

LA FIRMA AUTOGRAFA DI CORRADINO DI SVEVIA
Nota a cura di Alessandro De Troia.
Questa è l’unica firma autografa di Corradino di Svevia, nipote di Federico II, a quel tempo (Giugno 1268) appena sedicenne. Il giovanissimo svevo scrisse di propria mano la prima delle sottoscrizioni nel trattato di Pisa quando da Pavia vi giunse nella traversata verso il Sud Italia nel tentativo di strappare il regno a quel Carlo d’Angiò che appena due anni prima l’aveva conquistato uccidendo Manfredi, il “bello, biondo e di gentile aspetto” dantesco e figlio di Federico II.
A firmare con lui, il fedelissimo Federico di Baden, Duca d’Austria e Wolfrad di Veringen a cui toccò la sua stessa sorte. L’ultimo a firmare fu Guido Novello, il più importante rappresentante dei ghibellini toscani di quel periodo.
Nos Corradus Secundus Dei Gratia Jerusalem et Sicilie Rex, Dux Svevie, suprascripta manu propria confirmatus
Fonte: Archivio di Stato di Pisa


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