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Abbazia di San Leonardo di Siponto

Localizzazione

L’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara detta di Siponto dedicata a San Leonardo di Noblat, è uno splendido esempio di romanico pugliese, si trova a pochi chilometri da Manfredonia, lungo la strada s.s. 89 che da Foggia porta alla montagna sacra, il Gargano, poco distante dal luogo ove sorgeva l’antico vescovado di Siponto, insediamento romano prima e poi bizantino. È un antico complesso risalente al XII sec. costituito dalla Chiesa, dal Monastero e dall’Ospedale.

Il complesso abbaziale, formato dalla chiesa, dal convento e dall’ospizio, si scorge da lontano per le due cupole della chiesa a tamburo ottagonale ed il tipico camino a torretta del convento.
Il complesso abbaziale, formato dalla chiesa, dal convento e dall’ospizio, si scorge da lontano per le due cupole della chiesa a tamburo ottagonale ed il tipico camino a torretta del convento.
Portale laterale dell’abbazia. Copyright © Alberto Gentile
Veduta prospettica dell'Abbazia di San Leonardo, da un manoscritto del XVII sec. custodito presso la biblioteca provinciale di Foggia.
Veduta prospettica dell’Abbazia di San Leonardo, da un manoscritto del XVII sec. custodito presso la biblioteca provinciale di Foggia.
San Leonardo di Siponto dall'Atlante illustrato di Heinrich Wilhelm Schulz.
San Leonardo di Siponto dall’Atlante illustrato di Heinrich Wilhelm Schulzl primi anni del XX secolo.

Cronologia

Il complesso monastico fu fondato tra gli ultimi anni del secolo XI e i primi del sec. XII (1127) dai Canonici Regolari di Sant’Agostino come ricovero, ospizio per i pellegrini che si recavano al Santuario dell’Arcangelo Michele e per i cavalieri crociati che, dopo aver pregato, presso il Santuario, s’imbarcavano per la terra Santa. Un provvedimento di esenzione dalla giurisdizione dell’episcopato sipontino e sottomissione diretta al soglio pontificio firmato da papa Innocenzo II il 30 giugno del 1137 ne attesta la sua esistenza.

Per la fondazione di questo complesso monastico è stato fondamentale l’impegno e la volontà di Boemondo I d’Altavilla o di Antiochia (1050/1058–1111). Esiste un legame particolare tra Boemondo I d’Altavilla figlio di Roberto il Guiscardo e l’Abbazia di San Leonardo di Siponto sia storico sia spirituale. Boemondo fu protagonista di un pellegrinaggio in Francia avvenuto nel 1106 presso il celebre santuario di Noblat, nei pressi di Limoges, per onorare San Leonardo, che riteneva l’autore della sua liberazione da una lunga prigionia musulmana dopo la Prima Crociata. Questa profonda devozione spinse Boemondo a donare alla prima comunità i terreni per edificare l’Abbazia sipontina, che divenne il principale centro di culto dedicato a questo santo in Puglia. L’abbazia intitolata al santo di Noblat godette per un lungo periodo della protezione e privilegi dei Normanni.

S. Leonardo fu concepita come una dipendenza di San Michele della Chiusa in val di Susa che fosse vicina alla sacra Grotta del Gargano, proprio a questa prima comunità che arriva da fuori regione il normanno Boemondo I di Antiochia dona i terreni per erigere l’abbazia. San Leonardo viene segnalata come dipendente da San Michele della Chiusa in diverse bolle papali “In Apulia ecclesiale Sancti Leonardi cum pertinensis sui”.

In breve tempo, dopo la sua fondazione, questa abbazia assunse grande importanza, infatti, alla fine del XII secolo aveva alle sue dipendenza già altre dieci chiese della zona, a queste se ne aggiunsero altre quattro durante la prima metà del Duecento.

Dopo questo periodo, che può considerarsi quello più prospero per l’abbazia, ha inizio una fase di declino per motivi economici.

Nel 1261 fu affidato da Papa Alessandro IV ai Cavalieri Teutonici, i quali ne fecero il centro delle loro attività in Puglia e rimasero sino agli anni Ottanta del 1400. Nel XV secolo i cavalieri Teutonici costruirono sul lato nord della chiesa altre due cappelle che sono state demolite nel corso del primissimo restauro (prima del 1950) per lasciare solo testimonianze architettoniche del periodo medievale più importante (Pieno Medioevo).

Assetto Originale della chiesa secondo Émile Bertaux
E’ visibile, di fianco al portale nord, la cappella aggiunta dai Teutonici nel XV secolo e poi demolita con i restauri degli anni ’50 condotti dall’architetto Schettini della Soprintendenza
Assetto Originale della chiesa secondo Émile Bertaux
E’ visibile, di fianco al portale nord, la cappella aggiunta dai Teutonici nel XV secolo e poi demolita con i restauri degli anni ’50 condotti dall’architetto Schettini della Soprintendenza.

Gli scudi crociati di questi frati guerrieri sono ancora visibili all’interno della chiesa.

Gli scudi crociati dei cavalieri teutonici sono ancora visibili all’interno della chiesa. Copyright © Alberto Gentile

A partire da quella data, la Chiesa di San Leonardo, considerata Abbazia, venne data in commenda a vari cardinali, tra i quali Bonifacio Caetani, Carlo Barberini e Pasquale Acquaviva d’Aragona, che fu l’ultimo degli abati commendatari. Nel 1527, durante l’assedio di Manfredonia, le truppe di Odet de Foix occupano il convento.

Dal XVII secolo nella chiesa vi officiavano i frati minori. Il 
21 gennaio 1809 l’Abbazia fu soppressa da Gioacchino Murat ed il convento con le rendite fu trasferito all’Ordine Costantiniano. La Chiesa di San Leonardo, dopo un lungo periodo di totale abbandono durato quasi due secoli. Nel 1945 si è rischiato di perdere ciò che è rimasto del complesso quando le autorità militare decisero di far brillare le bombe abbandonate nelle vicinanze dalle forze armate che si erano succedute durante la guerra. Per fortuna l’intervento della sovrintendenza alle Belle Arti permise di salvare la chiesa, i resti del monastero e l’ospedale. La chiesa stata riaperta al culto nel 1950 ed è sotto la tutela dell’Arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo.

Attualmente il complesso Chiesa, il Monastero e l’Ospedale sono stati affidati alla comunità dei Ricostruttori della preghiera.

Aspetto architettonico

La chiesa è a tre navate (della laterale destra permane solo la prima campata absidale coperta da una volta a semi botte) con arcate ricadenti su semipilastri e pilastri cruciformi al centro, nella navata centrale, è coperta da due cupole disuguali. Le due restanti campate della navata destra, celate dietro un muro, sono occupate da due ambienti sovrapposti aggiunti dai teutonici dopo il 1261,
ambedue coperti da crociere. All’esterno la facciata occidentale presenta un portale che ha una semplice sagoma architravata, sormontata da una lunetta non decorata conclusa da un archivolto.

Facciata occidentale della chiesa.

Sulla volta dell’abside che copre l’altare è possibile vedere ciò che rimane di un antico affresco, si vede bene il volto di Cristo (un pantocratore affrescato tra il 1200 ed il 1300). Una parte di questo affresco è andato perso dopo il restauro dell’anno 2000.

Volto di Cristo posto sulla volta del presbiterio prima del restauro del 2000. Foto di Matteo Borgia Copyright ©.
Foto recente del volto di Cristo posto sulla volta del presbiterio.
Interno della chiesa di San Leonardo di Siponto – presbiterio. Copyright © Alberto Gentile

Il crocifisso ligneo di San Leonardo di Siponto
All’interno della chiesa è conservata una copia del Crocifisso ligneo di San Leonardo (XII-XIII sec.), il cui originale è custodito nella Cattedrale di Manfredonia. Si tratta di un vero capolavoro d’arte medievale delle dimensioni di m. 2,44 d’altezza per 2,20 di larghezza scolpito e decorato. Molto probabilmente la parte scultorea è stata realizzata in Puglia da intagliatori locali, la parte decorativa presenta pittura e tecnica di tipo orientale. La decorazione presenta elementi tipici dello stile e della tecnica delle icone e sugerisce l’appartenenza di questo Crocifisso al mondo bizantino, invece la parte scultorea lo avvicina a quello d’Oltralpe. Il Crocifisso di S. Leonardo nel 1957 è stato restaurato presso l’Istituto Centrale del Restauro di Roma, prima di tale restauro era collocato nel primo altare a destra dell’ingresso principale. Secondo Alfredo Petrucci il Crocifisso è databile tra il 1220-1230.
Nel 1958, dopo il restauro, è stato esposto all’Expo di Bruxelles. Poi per molti anni è stato esposto presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. Finalmente il 24 aprile del 1985 è stato riportato a Manfredonia.

Una recente foto del crocifisso ligneo di San Leonardo di Siponto ora collocato all’interno della cattedrale di Manfredonia. Foto di Matteo Borgia Copyright ©.
Particolare del crocifisso ligneo. Foto di Matteo Borgia Copyright ©.

Una cappella laterale all’interno della chiesa – Copyright © Alberto Gentile

Il Portale

Sulla facciata laterale rivolta a nord c’è uno splendido portale (tra i più belli del romanico-pugliese). La realizzazione del portale settentrionale dell’abbazia di San Leonardo di Siponto è attribuita storicamente all’abate Pietro II (in carica tra il 1184 e il 1196). Sotto il suo lungo priorato e la sua gestione amministrativa, la chiesa godette di una grande disponibilità economica che rese possibile un’importante fase di rinnovamento architettonico.
Il portale presenta una notevole coerenza stilistica e iconografica, opera di un unico scultore o di una bottega unitaria. Gli studiosi concordano sul fatto che l’abate Pietro II abbia ingaggiato maestranze formate nella Francia dell’epoca e in Terra Santa (di ritorno dalle crociate), arricchendo la struttura di elementi gotici e transalpini fusi con il romanico pugliese (Émile Bertaux).

Le decorazioni di questo portale richiamano quelle di Santa Maria di Pulsano, altro antico monastero garganico e quello dell’Abbazia di San Clemente a Casauria che, molto probabilmente sono stati realizzati dalle stesse maestranze giunte dalla Francia.

Chiesa di San Leonardo, facciata nord: il portale laterale; in basso i due leoni; nella lunetta il Cristo benedicente. Copyright © Alberto Gentile

Nella parte più esterna due colonne poggiano sul dorso di due leoni stilofori che reggono, a loro volta, due animali alati (grifoni) che sostengono l’archivolto. Il leone di destra addenta una figura umana (il peccatore) che gli afferra una zampa in atteggiamento supplichevole; il leone di sinistra, mutilato, da quanto s’intuisce dai resti sembra addentare un pesce. Gli stipiti e le cornici del portale, dell’arco e della lunetta sono scolpiti con ornamenti vegetali, zoomorfi e antropomorfi.

Particolare delle foglie carnose ad S che adornano gli stipiti. Analizzando ogni singola foglia carnosa ad “esse” si possono notare dettagli che ad una visione non attenta possono sfuggire.

I due capitelli interni sono costituiti da due blocchi trapezoidali con sculture aneddotiche. Quello di sinistra rappresenta, dall’interno verso l’esterno, un Arcangelo Michele che con una lancia trafigge un drago, un pellegrino a cavalcioni su di un’asina la quale, alla vista dell’angelo con una spada, china il capo (Petrucci). Per altri autori sull’asina c’è Bàlaam al quale appare l’Angelo. Bàlaam era un mago babilonese, noto per un fatto descritto nella Bibbia (Deuteronomio 23,4-5) ed era stato inviato a sgominare con la sua magia gli Israeliti, ma venne fermato da un angelo.

Visione d’insieme dei due capitelli del portale laterale. Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di sinistra, l’Arcangelo Michele infilza con una lancia il drago all’interno e nella parte esterna Bàlaam (personaggio biblico) al quale appare l’Angelo per fermarlo. Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di sinistra, l’Arcangelo Michele infilza con una lancia il drago. Copyright © Alberto Gentile

Il capitello di destra raffigura i tre Re Magi che vanno verso la Vergine con il Bambin Gesù e San Giuseppe.

Veduta d’insieme del capitello di destra, l’adorazione dei Magi, Copyright © Alberto Gentile
Particolare del capitello di destra, l’adorazione dei Magi, Copyright © Alberto Gentile

Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli. Nel frontone, tra il portale ed il baldacchino, a mò di protiro, si trovano due figure maschili scolpite a mezzo rilievo. Quella di sinistra, potrebbe essere di un personaggio laico perché intorno alla testa non ha aureola, secondo alcuni autori trattasi dell’Abate Pietro II committente del portale. Quella di destra, con cappuccio sulla testa, un libro in mano ed una catena, raffigura San Leonardo. Tra i due santi molto probabilmente stava una Vergine con Bambino.

Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli.
Nel frontone, tra il portale ed il baldacchino, si trovano due figure maschili, scolpite a mezzo rilievo, l’abate Pietro II a sinistra e San Leonardo a destra.
Copyright © Alberto Gentile
foto ravvicinata del personaggio interptretato come l’abate Pietro II, forse committente del portale.
foto ravvicinata di San Leonardo con le catene ed il libro.

I fenomeni astronomici – solstizio d’estate ed equinozi.
Sin d’agli albori della civiltà c’è stata la consuetudine d’inserire nelle costruzioni a carattere religioso elementi architettonici ispirati da modelli astronomici e matematici per arricchire di elementi simbolici il fabbricato. Il simbolismo cosmico si ritrova nelle costruzioni assiro-babilonesi, in quelle dell’antico Egitto e nelle opere sacre degli Ebrei. Alcuni elementi architettonici, che avevano sfruttato l’osservazione di fenomeni quali il solstizio d’estate e d’inverno, erano stati inseriti nel tempio che Re Salomone aveva innalzato su suggerimento divino..  
Essendo il tempio o il monastero al centro del microcosmo locale, l’inserimento in essi di elementi costanti nel tempo (perenni), come i fenomeni astronomici, li rendeva più vicini a Dio.
Anche a San Leonardo di Siponto ritroviamo un preziosismo architettonico del genere. Ad ogni solstizio d’estate, il 21 giugno, al mezzogiorno astronomico, il sole è perfettamente sulla direttrice, penetra con un solo raggio all’interno della Chiesa attraverso un piccolo rosone (foro gnomonico) posto su una volta a botte e va a cadere sul pavimento al centro di due pilastri che sorreggono la navata centrale in prossimità del portale laterale. Il fenomeno è stato concepito con molta precisione, abbinando calcoli astronomici a quelli architettonici al momento della costruzione dell’Abbazia. Simili artifizi si possono osservare in altre Chiese, come ad esempio nella Cattedrale di Chartres in Francia, dove la luce passa attraverso un foro praticato in una vetrata. Molto probabilmente l’inserimento dei fori gnomonici è da attribuire ai cavalieri teutonici.

Recente foto del passaggio di luce solare dal foro gnomonico il 21 giugno. Copyright © Alberto Gentile
Il disegno spiega l’artifizio architettonico che permette, nel giorno del solstizio d’estate, di vedere la luce solare proiettata su di un punto ben preciso del pavimento..

Un altro foro gnomonico presente sulla parete ovest della chiesa proietta un raggio di luce all’interno della chiesa due volte l’anno; in occasione dei due equinozi.

Parete ovest dela chiesa, è ben visibile il foro gnomonico da dove entra la luce nei giorni degli equinozi. Foto di Matteo Borgia Copyright ©.

Bibliografia

  • Émile Bertaux, L’art dans l’Italie méridionale, II tomo, Parigi 1903
  • San Leonardo di Siponto. Storia di un antico Monastero della Puglia – S. Mastrobuoni Foggia, 1960.
  • Cattedrali di Puglia – Alfredo Petrucci, Bestetti, Roma, 1976.
  • I Simboli Del Medio Evo – Gérard de Champeaux e Sébastien Sterckx, Editrice Jaca Book, Milano, 1981.
  • Puglia: Turismo, Storia, Arte, Folklore – Mario Adda Editore Bari, 1985.
  • La Puglia – Italia Romanica – Pina Belli D’Elia, Editrice Jaca Book, Milano, 1987.
  • Arthur Haseloff Architettura sveva nell’Italia meridionale – Adda Editore 1992.
  • Chiese di Puglia, il fenomeno delle chiese a cupola – Luigi Mongiello – Mario Adda Editore Bari, 1988.
  • Itinerari Federiciani in Puglia – Stefania Mola, Mario Adda Editore Bari, 1994.
  • San Leonardo di Siponto tra storia e arte, di Alberto Gentile
  • Cattedrali di Puglia, a cura di Cosimo Damiano Fonseca – Mario Adda Editore 2001 ISBN 88-8082-433-3
  • Antonello D’Ardes – Cabreo di San Leonardo (XVII secolo)”, a cura di A. Ventura, E.S.I. editrice. Manfredonia 1999.
  • Hubert Houben, a cura di: San Leonardo di Siponto. Cella monastica, canonica, domus Theutonicorum. Atti del Convegno Internazionale (Manfredonia, 18-19 marzo 2005. Galatina: Mario Congedo editore 2006 ISBN 88-8086-674-5
  • Luigi Russo; il viaggio di Boemondo d’Altavilla in Francia (1106): un riesame; Archivio Storico Italiano – 2005

Si ringrazia per la consulenza l’architetto Antonello D’Ardes.

Copyright © Alberto Gentile

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La Cattedrale di Troia a cura di Stefania Mola

Il Luogo
Troia è considerata l’erede della città di Aecae, di cui conserva la posizione strategicamente ubicata sull’antica rete viaria. Non fu tuttavia un’eredità “automatica”, bensì una vicenda fatta di decadenze, abbandoni, sopravvivenze silenziose; fino alle soglie del Mille quando, nel luogo della città attuale, si sa di due nuclei abitati, raccolti intorno ad altrettanti conventi, uno basiliano e l’altro benedettino, congiunti da una strada che a buona ragione era denominata “via tra due terre”. Su questa strada, oggi via Umberto I, si articolò in seguito la roccaforte voluta dal catapano Basilio Boiohannes, che nel 1019 rifondò Troia insieme a Fiorentino, Civitate, Dragonara, Tertiveri e Montecorvino, “città di frontiera” poste a difesa del confine settentrionale della regione.
Troia divenne sede vescovile dal 1031, e precocemente mise da parte riti e liturgia greca per diventare uno dei più importanti centri religiosi del Mezzogiorno, legato culturalmente e politicamente alla Chiesa di Roma, fedele ai pontefici ed ostile a sovrani e imperatori. A lungo la città si difese dalla penetrazione normanna che si andava espandendo in tutta la regione, costringendo il Guiscardo a scendere a patti con essa, e a farne uno dei cardini della propria politica nella Puglia settentrionale. Nella posizione più elevata della città Roberto il Guiscardo costruì un castello in concomitanza con la cinta muraria che, insieme alla strada, diede forma alla città, ed importanza alla cattedrale, fondata in quegli anni in posizione baricentrica, in uno spiazzo adiacente la via principale. Intitolata a Santa Maria, l’antica cattedrale doveva essere un edificio di modeste dimensioni, che nella sua muratura reimpiegò una notevole quantità di materiale di riporto.

Exultet III| Archivio Capitolare di Troia (FG).
Exultet III| Archivio Capitolare di Troia (FG).


Uno dei risultati della rinnovata elaborazione artistica e culturale fu l’Exultet 3, rotulo liturgico legato alla veglia pasquale eseguito quasi certamente in città, ma senza un reale rapporto con il rituale, giacché le ricche scene miniate furono tutte disposte nello stesso senso della scrittura.
Altri rotuli di Exultet coevi risultano (al contrario) progettati e realizzati perché al momento della cerimonia pasquale possa istituirsi quel particolare rapporto tra i fedeli e l’ambone, favorito dall’impostazione rovesciata delle immagini rispetto al testo. L’intento della committenza troiana fu certamente quello di confezionare una sontuosa suppellettile liturgica che (destinata piuttosto all’ostensione pubblica) andasse ad arricchire il Tesoro della cattedrale. Con Guglielmo III, nel 1169, venne realizzato il pulpito, testimonianza preziosa degli scambi culturali tra Capitanata ed Abruzzo, mentre con Gualtieri (a cavallo dei secoli XII e XIII) l’edificio venne ultimato, con la costruzione del capocroce, del braccio sinistro del transetto e l’esecuzione della decorazione esterna dell’abside.
Intanto, la fiera opposizione a Federico II, che nella vicina Lucera stava trasferendo una folta comunità saracena, costò a Troia (più che mai guelfa ed autonomista) il feroce saccheggio del 1229, con la parziale distruzione delle sue mura e delle sue case.
Dopo il 1266 la città, alquanto malridotta e sofferente, rifiorì grazie agli Angioini, che presumibilmente restaurarono l’intera facciata della cattedrale (aprendo il trionfale rosone centrale ad undici raggi)  e realizzarono la copertura costolonata del coro.


Rosone a 11 raggi della cattedrale di Troia. Copyright © Alberto Gentile.

Oderisio da Benevento tra tradizione e modernità.
Poco si conosce della formazione culturale del fonditore Oderisio da Benevento, artefice mirabile delle porte bronzee della cattedrale troiana ed uno dei massimi protagonisti del primo romanico europeo. L’ampiezza e la modernità dei suoi referenti culturali sono affidate esclusivamente alle due porte troiane, giacché risultano ormai perdute le ante delle chiese di S. Giovanni Battista delle Monache a Capua e quelle di S. Bartolomeo a Benevento, che l’artista aveva firmato e datato nel 1122 e nel 1150-51.
Oggi splendidamente restaurata, la porta maggiore della cattedrale di Troia, costituita da ventotto formelle quadrangolari e venti rettangolari fissate su un supporto ligneo, fu realizzata utilizzando tanto la tecnica dell’agemina, quanto la fusione di pezzi anche a tutto tondo, con un effetto finale (in bilico tra il plastico ed il pittorico) davvero sorprendente.

foto della porta principale realizzata da Oderisio da Benevento – Copyright © Alberto Gentile.

Le immagini occupano i vari registri seguendo una precisa gerarchia che, partendo dal Cristo giudice nella mandorla, si snoda attraverso i santi Pietro e Paolo, il vescovo Guglielmo, due personaggi identificati come Bernardo ed Oderisio ed i santi protettori della città (Secondino, Eleuterio, Ponziano ed Anastasio, rifatti nel Cinquecento), tutti caratterizzati dalla lieve vibrazione cromatica conferita dall’agemina. Il continuo crescendo del ritmo (all’altezza del registro centrale) si fa palpabile nelle croci fogliate a rilievo basso, che con il loro morbido chiaroscuro anticipano i violenti contrasti chiaroscurali delle maschere leonine reggi-maniglia, emergenti da dischi traforati a giorno e, ancor più, dei draghi alati avviluppati come molle pronte a scattare, espressione di massima tensione plastica e punto più alto dell’intera composizione.
Nella porta minore, realizzata in un momento assai particolare per la vita della comunità troiana, Oderisio incise semplicemente ma con grande efficacia la superficie del bronzo, distribuendo sulle ventiquattro formelle le immagini dei vescovi della città, primo fra tutti Guglielmo, e i suoi otto predecessori, non mancando di conferire alle maschere leonine reggi-maniglia del registro centrale (più semplici e sintetiche rispetto a quelle della porta maggiore) il vigore sufficiente a farle emergere, spezzando l’uniformità della composizione.

Porta laterale o minore realizzata da Oderisio da Benevento.
Particolare porta laterale o minore realizzata da Oderisio da Benevento.
Copyright © Alberto Gentile.

In un’epoca e in un ambiente culturale e geografico da sempre legato a Costantinopoli, indubbiamente Oderisio dimostrò una grande indipendenza mentale, trasponendo con inusitato fervore nelle porte troiane i segni inequivocabili della grande arte dell’Occidente. Se le aperture in direzione di modelli genericamente definibili come occidentali possono essere ravvisate nella matura definizione plastica delle parti a rilievo (che rimanda senza dubbio alla coeva produzione in bronzo e scolpita dell’Europa romanza), la selvaggia energia emanata dai draghi attorcigliati e dalle maschere leonine rivela inequivocabilmente che la cultura del fonditore beneventano deve essersi nutrita del lato più visionario dell’arte romanica. E se le raffigurazioni antropomorfe ageminate della porta minore (in apparenza maggiormente convenzionali) dal punto di vista tecnico si ricollegano indiscutibilmente alla tradizione bizantina, se ne distaccano tuttavia da quello formale, negando alle figure l’immobilità solenne e ieratica tipicamente orientale. Nelle vitalissime sagome dei santi e dei vescovi troiani, fluttuanti nello spazio quasi a passo di danza, emerge una completa adesione a modi “moderni”, vicini in qualche modo alle coeve espressioni plastiche della Francia di sud-ovest, o alle miniature di area anglo-normanna.
Sono proprio le miniature o i libri di disegni, preziosi e rapidi veicoli di diffusione di certi stilemi e cifre grafiche, che potrebbero spiegare la composita formazione culturale di Oderisio da Benevento, tanto più in una città come Troia, dove si ipotizza l’attività di uno scriptorium e dove si conservano tre preziosi Exultet (quasi certamente confezionati in loco) che potrebbero aver fornito i modelli iconografici all’artefice. Nella definizione di questi elementi la critica recente ha giustamente ricordato il ruolo fondamentale spettato al committente, il vescovo Guglielmo II, ritenuto l’elaboratore del messaggio destinato ad essere eternato dal fonditore. Purtuttavia ulteriori contributi non mancano di sottolineare come Oderisio possa essere considerato non solo un mero esecutore, bensì anche un artefice dotato di straordinarie qualità selettive, in grado di registrare autonomamente ed in “tempo reale” le novità culturali irradiate d’Oltralpe. A questo proposito, senza andare troppo lontano, sono state ricordate le stringenti analogie stilistiche e formali tra la sua opera e la potente espressività di certa miniatura (l’Exultet della Biblioteca Casanatense) e scultura lignea (il Crocifisso di Mirabella Eclano) coeva, ritenute frutti maturi dell’assimilazione degli innesti culturali transalpini nel Mezzogiorno.

Veduta interna della cattedrale di Troia dalla parte dell’ingresso principale. Copyright © Alberto Gentile.
Veduta interna della cattedrale – abside e presbiterio. Copyright © Alberto Gentile.


    
DA LEGGERE:
M. De Santis, L’anima eroica della Cattedrale di Troia, Foggia 1958;
M. De Santis, La «Civitas Troiana» e la sua cattedrale, Foggia 1976;  
M. Pasculli Ferrara, Troia, in M. Pasculli Ferrara, Arte napoletana in Puglia dal XVI al XVIII secolo (dai Documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli a cura di E. Nappi), Fasano 1983, 2a ediz. 1986, pp. 71-72;  
N. Tomaiuoli, in Restauri in Puglia 1971-1983, Fasano 1983, II, pp. 375-381;  
R. Mastrulli, Elementi di arte barocca nella cattedrale di Troia, Quaderni a cura dell’Istituto Cattolico di Studi universitari e Formazione Popolare della Daunia – Troia, N.S. III, Foggia 1985;  
P. Belli D’Elia, S. Maria Assunta a Troia, in La Puglia [Italia Romanica, 8], Milano 1987, pp. 405-430;  
P. Belli D’Elia, Per la storia di Troia: dalla chiesa di S. Maria alla cattedrale, in «Vetera Christianorum», 25 (1988), f. 2, pp. 605-620;  
A. Cadei, Porta Patet, in Ianua Maior, catalogo della mostra (Benevento 1988), Roma s.d., pp. 12-23;  
P. Belli D’Elia, Le porte della cattedrale di Troia, in Le porte di bronzo dall’antichità al secolo XIII, a cura di S. Salomi, Roma 1990, pp. 341-355;  
M. Pasculli Ferrara, Un S. Anastasio d’argento di Andrea De Blasio e Muzio Nauclerio nella cattedrale di Troia, in «Puglia Daunia» (1994), pp. 21-24;  
P. Belli D’Elia, s.v. Oderisio da Benevento, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, vol. VIII, Roma 1997;  
N. Tomaiuoli, La cattedrale di Troia: i restauri, in Castelli e cattedrali di Puglia a cent’anni dall’Esposizione Nazionale di Torino, catalogo della mostra a cura di C. Gelao e G. Jacobitti, Bari 1999, pp. 405-407;  
R. Gnisci, La cattedrale di Troia: il restauro della porta bronzea, ivi, pp. 409-411;
E. Marcovecchio, Troia, in Itinerari in Puglia fra arte e spiritualità, a cura di M. Pasculli, Roma 2000, pp. 90-91;  
V. Pace, Palinsesto troiano. Peccato giudizio e condanna sulla facciata di una cattedrale pugliese, in Opere e giorni. Studi su mille anni di arte europea dedicati a Max Seidel, a cura di K. Bergdolt e G. Bonsanti, Venezia 2001, pp. 67-72;
S. Mola – M. Pasculli Ferrara, La cattedrale di Troia, in Cattedrali di Puglia. Una storia lunga duemila anni, a cura di C. D. Fonseca, Bari 2001, pp. 63-69.
                

©2025 Stefania Mola Testo

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