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Microstorie

La voce di Anna Maria Ortese per il Gargano

La scrittrice Anna Maria Ortese, inviata speciale della rivista “Noi donne” nel 1951 scrive il reportage “Terra Dimenticata” dedicandolo a Rodi Garganico e a Peschici.

I GRANDI REPORTAGE 

Anna Maria Ortese (1914-1998), scrittrice e giornalista del Novecento, vincitrice di un Premio Strega e di un Premio Viareggio, in un suo avvincente reportage agli inizi degli anni Cinquanta per la rivista “Noi donne” dell’UDI (Unione Donne Italiane), offrì un’interessante testimonianza sul Gargano, importante per comprendere la realtà socio-economica della Puglia

«Sono lieta, in mezzo alle mie tristezze mediterranee, di essere qui. E dirvi com’è bello pensare strutture di luce, e gettarle come reti aeree sulla terra, perché essa non sia più quel luogo buio e perduto che a molti appare, o quel luogo di schiavi che a molti si dimostra».

Così scriveva Anna Maria Ortese in “Corpo celeste”. 

La scrittrice dedicò gran parte della sua vita al giornalismo, scrivendo numerosi reportage di viaggio, come quelli sulla Puglia del 1951. Ne “Il dominio del tabacco” descrive le dure condizioni di vita delle tabacchine salentine, evidenziando la mancanza di diritti e la loro dignità.

In “Terra dimenticata” del 1951, ripubblicata su “Lettere meridiane” da Geppe Inserra, cattura l’essenza del Gargano vintage, arricchita da immagini evocative di una forte espressività letteraria.

Il senso di questo reportage è racchiuso nell’incipit: «In una natura di bellezza favolosa, tra l’aureo del mare e il sole accecante, la gente del Gargano vive un’esistenza sprovveduta e feroce, abbandonata come in una terra perduta nel centro dei mari, lottando sola, la notte sull’acqua, il giorno nei campi, per vivere».

Qui mancano servizi essenziali come l’acqua corrente e l’istruzione. Gli abitanti sembrano essere stati dimenticati dalla società. La Ortese si chiede cosa questi uomini e queste donne sappiano dell’Italia, in che misura partecipino al bene pubblico, all’assistenza, alla previdenza, agli aiuti che una nazione civile dovrebbe dividere equamente, e in modo regolare, tra tutti i suoi figli.

Ortese denuncia la povertà e l’isolamento di queste comunità, ma celebra la loro umanità e la loro capacità di resistere e di sognare. 

Forte è l’empatia per i bambini e le donne che incontra, emarginati e privi di risorse. A Rodi garganico «c’era molta infanzia, seduta per terra, come in tutta Italia, bambini vestiti alla meglio, con cenci dei grandi, creature la cui esistenza è affidata, come quella dei fiori selvatici, alla bontà del cielo, alla clemenza dei venti, bambini protetti da ben poche cose al mondo, salvi per caso, cresciuti per puro miracolo».

Mentre le donne raccontano la loro vita e il numero dei figli, appare un bimbo minuto, di poco più di cinque anni. Si chiama Tonino Fontanarosa e indossa un saio da fraticello, per voto. E’ ancora molto malato… 

I bambini seguono con costanza Ortese e il fotografo: «non tutti per chiederci le lampadine, molti con la premura pensierosa di chi ha avvertito un rapporto, un richiamo, intuito un bene sconosciuto, e vorrebbe gustarne. Avvertivamo vergogna di non dare loro nulla, nulla; di sorridere e lasciarli continuamente alla loro solitudine». 

Il fotografo immortala i volti di Tonino Fontanarosa e delle donne rodiane; Libera Altomare, di età indefinibile «forse sessanta – disse – settanta, cento. Chi sa»); Colajanni Maria, che monda la verdura sul “mugnale” di casa; Russo Concetta, stimata da tutti perché porta un paio di occhiali; la graziosa Lina di Lella e altri. E tutti sono molto contenti.

Ortese desidera scrivere i loro nomi, perché ha notato la straordinaria gioia di queste persone nel sentirsi citate: «Non si tratta di un vanto, è una cosa molto più profonda e importante; improvvisamente, quando il loro nome viene scritto, hanno la sensazione di essere salve (…) esse per cui la vita è scoperta da tutti i lati e potrebbero perire. E nessuno a Roma, nessuno in alcuna potente città del mondo, nessuno ne lamenterebbe la perdita».

Gli azzurri di Peschici

La scrittrice si dirige quindi a Peschici, che le appare sotto il sole come una visione: «una luce ardente, che accorcia o elimina ogni ombra. Non c’è che bianco e azzurro. Sembra una favola». Subito circondata dai ragazzini, “cacciatori di lampadine”, ne esce stordita, ma è ansiosa di conoscere «uno dei posti più squisiti del mondo».

Il borgo si presenta «come un ricamo bianco, con appena qualche nota di azzurro e di rosso, data dai fiori e dall’erba, trama nivea di case, terrazze, scalette, balconi. In fondo a tutto questo, il cobalto assoluto del mare». 

Donne e bambine escono dalle case, vestite quasi sempre di nero, portando sul capo grandi latte di benzina, e si dirigono verso un pozzo bianchissimo, dove «la stradetta termina contro la grande luce del mare». Tutta Peschici è piena di questi pozzi. Solo dieci case sono provviste di un elementare servizio igienico, e in quanto alle fontane, danno acqua solo per qualche ora al giorno. 

Nella locanda dove si fermano a mangiare, la proprietaria Lucrezia Falco (ex presidente delle dame Cattoliche, e moglie dell’ex maresciallo dei carabinieri, Vincenzo Massa), sorvola su questi aspetti e parla invece delle “benemerenze” di Peschici: le tre chiese, le scuole, i presidi di finanza e carabinieri, un ambulatorio per gli incidenti minimi, mentre per un pronto soccorso più serio bisognava recarsi a Foggia o a San Severo.

Ortese sottolinea come la donna fosse tutta protesa ad osannare i proprietari terrieri: «a ciascuno di questi nomi la voce le si addolciva, gli occhi mandavano reverenti lampi».

Nel pomeriggio, Ortese e il suo fotografo, attorniati da uno stuolo di bimbi chiassosi, «viluppo di granchi e di uccelli (…) neri, vivissimi, fra cui spiccava la testa stranamente aggressiva, rapata, di Maria di Mele», che insisteva per farsi fotografare (“Bellu giovane, fammi la fotografia!”), si diressero all’uscita del paese attirati dalle porticine oscure delle grotte: «Non eravamo che a poche centinaia di chilometri da Roma, col suo Governo, le Ambasciate, i miliardi profusi come le lampade elettriche – osserva Ortese – e qui cadeva ancora l’ombra delle caverne». 

Carbonelli Mattea, moglie di un bracciante, acconsentì a farli entrare. Scrive Ortese: «Era una donna giovane, un po’ sciupata con un sorriso sincero. Alzò appena una mano, come a dire “tutto qui”, e lasciò che guardassimo.

C’era la miseria, in quell’antro, ma tutto era in ordine, quieto, pulito: il letto sotto la bassa volta di roccia, per gli sposi e i due bambini, il tavolo con i ritratti, i cestini e gli utensili di cucina attaccati in giro, i fasci di legna, gli abiti e la roba da rammendare accantonata in un angolo».

Misurava forse tre metri, era stretto e umido. Mattea non si lamentò del suo alloggio. Disse soltanto di sperarne, in seguito, un altro, di vera pietra, più grande. «E come lo paghereste?» – le chiese Ortese – Ammise che suo marito guadagnava quattrocento lire al giorno, solo per tre mesi l’anno. “Siamo ignoranti”, disse sommessamente…».

Una piccola nota di speranza: nella grotta di Mattea penetra la luce proveniente dal mare dove emergono le Tremiti: «torbida luce mista di speranza e di putredine». 

Il fotografo immortala in uno scatto anche l’insistente scricciolo Maria di Mele, che li aveva attesi al varco seduta nella “Topolino”. E quando il suo nome viene finalmente annotato … grida a squarciagola: «Mi ha scritta e mi basta, mi ha scritta e mi basta, mi ha scritta e mi basta!». 

Ortese commenta: «… qualcuno aveva chiamato il suo nome, a cui la sua infanzia era cara, le aveva fatto intravedere l’approdo a una civiltà, un giorno, una vita».

Teresa Maria Rauzino

su L’Edicola 17 agosto 2025

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